Con rigore e con passione, il recupero di un capolavoro

11.12.2018

Un’avventura lunga dieci anni: totalizzante come possono essere le prove più impegnative, ma capace anche di ripagare in modo assoluto quando la sfida è vinta. Marina Feroggio, l’architetto che ha diretto i lavori di restauro della Cappella della Sindone, cominciò a seguire il cantiere guariniano nel 2009, anno in cui, appena entrata in Soprintendenza, affiancò l’architetto Mirella Macèra nella gestione del progetto di recupero, mentre il raggruppamento di professionisti costituito dai professori Giorgio Macchi e Paolo Napoli, insieme all’arch. Walter Ceretto e agli ingegneri Stefano Macchi e Giancarlo Gonnet dirigeva i lavori di riabilitazione delle strutture. Il suo approccio al restauro è stato da conservatorista, e quindi di rigoroso rispetto verso la materia e la storia. Qui ci illustra alcuni tra i passaggi più delicati della grande opera.

Primo punto di svolta nel restauro della Cappella della Sindone è stato l’annuncio, dato dagli strutturisti, che la cupola non correva più il rischio di crollare e poteva tornare a reggersi da sola.

Capire la struttura è stato fondamentale. Per riuscirci sono state avviate moltissime indagini chimiche, fisiche e meccaniche, fino a comprendere come funzionava: la parte muraria e quella lapidea si aiutavano reciprocamente. La parte lapidea, quindi, non era solo un rivestimento. Questa scoperta poneva un problema collaterale: se la struttura era un unicum risultava quasi obbligatorio ricostruire tutto. Fu in quella fase che intervenne con forza l’architetto Macera, che come funzionario della Soprintendenza ribadì che la linea del restauro era orientata a non sostituire, o comunque a sostituire il meno possibile. La soluzione fu definire delle linee lungo la cupola, attraverso cui far passare le forze: soltanto gli elementi che ricadevano nell’ambito di queste direttrici sarebbero stati sostituiti. Ed è così che la cappella è stata scomposta in elementi costitutivi, utilizzando il concio come elemento ordinatore: si tratta dei materiali lapidei che costituiscono l’intera struttura, quasi come se fossero le tessere di un lego. Su 5450 conci individuati (con grande varietà di misure, dai 4 metri di altezza ai 20 centimetri) 1420 sono stati sostituiti e rifatti ex novo, rispettando scrupolosamente le dimensioni previste da Guarini. 

Quasi la ricostruzione di un grande mosaico, un lavoro invisibile agli occhi di chi guarda...

Ora è stato tutto raccordato, perché l’immagine doveva essere restituita nel suo complesso. Ma naturalmente ci sono precisi elementi realizzati con marmi nuovi, per i quali si è persino riaperta una cava. E questa è stata un’altra sfida.

Anche perché quando la cava originale venne riaperta si scoprì che il filone era esaurito...

La cava originale di Frabosa Soprana era in disuso già nel Settecento poiché venne interessata da una frana quando era ormai in via di esaurimento. Ai tempi di Guarini approvvigionava marmo nero, bigio e verzino, qualità che si ottenevano a seconda della profondità di stratificazione. Riaprirla però non risultò un’operazione fattibile. Allora è stata individuata un’altra cava, poco distante dalla prima e a cielo aperto, dunque più facile da gestire. Ha funzionato esclusivamente per il cantiere della Cappella: è stata aperta per ottenere la quantità strettamente necessaria al cantiere di restauro. Da lì sono stati cavati 27 blocchi di marmo, con le stesse caratteristiche dei marmi storici. E proprio con quel materiale abbiamo ricostruito ad esempio tutto l’arco sghembo che si affaccia sul Duomo. Un elemento dalla valenza particolare non solo per la posizione, ma perché studiato da Guarini e non ereditato dal progetto di Bernardino Quadri. 

Ma nel corso di quest’anno quali momenti hanno segnato le tappe verso la riapertura?

Credo che la svolta decisiva degli ultimi mesi sia avvenuta quando abbiamo cominciato lo smontaggio del castello di puntellazione, in primavera. È stato il momento che ha segnato il countdown verso la riapertura, e anche il primo in cui ho potuto vedere il cantiere nell’insieme. Bisogna pensare che tutto il lavoro è stato diretto avendo ogni 2 metri un piano di ponteggio che non permetteva una visione complessiva: è stato un momento di emozione e di verifica del lavoro.

Per i problemi posti e le soluzioni adottate il cantiere della Cappella della Sindone farà scuola. Che cosa ha significato dirigerlo senza avere dei precedenti sui quali orientarsi?

L’elemento fondamentale è stato il cosiddetto cantiere della conoscenza, perché sulla Cappella esistevano moltissime notizie e fonti bibliografiche relative all’architettura, ma nessun documento sulla struttura. Ecco, ritengo che il tratto distintivo di questo cantiere sia stato proprio quello di non avere basi, nessuna descrizione della fabbrica, niente di ciò che nel linguaggio odierno potremmo definire una “relazione tecnica”. Per questo il cantiere della conoscenza non si è mai chiuso, ma è proseguito parallelamente allo sviluppo dei lavori e alla sperimentazione fino alle fasi finali. 

Nel caso del Cupolino, invece, proprio la documentazione ha messo in luce qualche novità.

Il documento che lo riguarda si riferisce al pagamento del pittore Cortella, che affrescò la volta con i cherubini e le nuvole. Ma il dato più significativo che emerge da questa fonte storica è che viene citato padre Guarino Guarini, e ciò fa capire che l’autore vide la sua opera finita. Un fatto che si non era affatto scontato perché Guarini morì nel 1683, e la Cappella venne inaugurata nel 1694, 11 anni dopo. E invece nel documento, che parla di un affresco realizzato quando l’opera era ormai conclusa, si dice che questo dipinto venne eseguito proprio sotto le direttive di Guarino Guarini. 

Secondo lei quale era un tempo e qual è oggi la funzione di questo piccolo ambiente?

Doveva trattarsi di una vera e propria “camera di luce” sommitale, forata alla base da dodici aperture ovali che davano origine a una zona immateriale posta a fondale della stella-sole lapidea in cui convergeva il canestro di archi del cestello e al cui centro spiccava la colomba dello Spirito Santo. In un fantastico gioco di raggi di luce che si può ammirare anche adesso, in particolari momenti della giornata: linee disegnate molto nettamente, intrecci luminosi che si inseriscono in un’architettura dagli incredibili effetti prospettici.

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