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Il cuore verde di Palazzo Reale

Creati nel XVI secolo, oggi i giardini della residenza rappresentano uno snodo cruciale nel sistema dei Musei Reali. Un nuovo progetto della Consulta punta a restituirli alla città, in linea con le grandi realtà d’Europa.

Il grande fermento suscitato dall’istituzione dei Musei Reali comincia a tradursi in realtà. Il vento nuovo che percorre la cultura torinese lo si può cogliere in molteplici aspetti: mentre apre la sontuosa mostra dedicata a Carlo Emanuele I e alle sue passioni da collezionista, sono tanti i progetti che, pur avanzando silenziosamente, saranno destinati a incidere in modo profondo sull’immagine futura della città.

Uno dei più vasti e ambiziosi è senz’altro quello che riguarda i Giardini Reali: un piano varato dalla Consulta di Torino che trasformerà in modo garbato ma radicale il cuore verde della città sabauda, un’area composita che si estende su circa 24.000 metri quadrati. L’articolazione è complessa, anche per via delle tante sovrapposizioni storiche succedutesi dalla seconda metà del Cinquecento ai nostri giorni. Oggi si possono individuare tre settori distinti: il Giardino del Duca che rappresenta la parte più antica e occupa l’area tra Palazzo Reale e la manica della Galleria Sabauda; il Boschetto con platani e olmi secolari, creato a metà Ottocento e rimasto come testimonianza romantica; e infine uno spazio impostato dal grande André Le Nôtre, il progettista di Versailles, ma secondo una dimensione prospettica del tutto diversa da quella che possiamo vedere ora. A queste tre zone si deve poi aggiungere l’ampia porzione del Giardino basso, situato sotto le mura e prospiciente il Museo Archeologico.

A spiegarci il senso e la portata dell’operazione di recupero è l’architetto Diego Giachello, che ha redatto il progetto esecutivo: “La nostra missione – afferma Giachello – è dotare questo spazio verde di quelle soluzioni tecniche che un giardino deve necessariamente avere e che le prolungate chiusure finora non hanno permesso di realizzare. La prima funzione che manca è l’illuminazione: questo giardino, tanto per cominciare, non è praticabile di sera. La dotazione di un impianto illuminotecnico, non deve però essere vista soltanto in funzione dell’uso dell’ambiente o della sicurezza. Va pensata anche con una finalità scenografica, magari per gli spettacoli son et lumière che immaginiamo potranno svolgersi qui”.

Tema centrale dell’architettura contemporanea, quello dell’illuminazione deve risultare efficace e discreto, e ancora di più se applicato alla natura. In un giardino storico non si può certo pensare di introdurre pali o lampioni: la luce deve arrivare ovunque, ma attraverso una rete quasi invisibile, fatta di strutture leggere e tecnologicamente avanzate. In questo caso l’elemento-chiave per la soluzione saranno i vasi e le fioriere. “Bisogna pensare – prosegue Giachello – che i Giardini Reali furono popolati, a un certo punto della loro storia, da migliaia di vasi. Si trattava di contenitori di tipologie differenti e tra questi anche centinaia di casse per i citroni, come anticamente in Piemonte venivano chiamati gli agrumi. La più celebre di queste casse è quella detta Caisse de Versailles, un modello francese costruito ininterrottamente dal 1600, di cui esiste una versione torinese, con proporzioni meno slanciate, ma altrettanto elegante. Noi intendiamo reintrodurle, ma trasformandole in piccole macchine tecnologiche. Al loro interno sarà nascosta una serie di strumenti funzionali al giardino: dall’illuminazione di emergenza alla diffusione acustica, che consentirà di trasmettere musica, ma anche tutte le possibili informazioni per il pubblico”. Solo nel Giardino del Duca si prevedono circa 80 di queste casse, che ospiteranno gli impianti-luce per l’illuminazione di base delle facciate.

Altro elemento strategico sarà il punto di accoglienza. A questo scopo una piccola edicola verrà collocata nel giardino, accanto all’atrio di ingresso: si tratterà di una comoda postazione che consentirà di offrire servizi di accoglienza e l’eventuale pagamento di un biglietto. Infine, non potrà mancare tutta una serie coordinata di umili ma indispensabili oggetti di servizio: fontanelle, sedute, cestini, paline segnaletiche e informative, info-point.

Tornando ai temi più specificamente ambientali, l’altra zona di particolare interesse è senza dubbio il Boschetto che costeggia il giardino formale. Nato come estensione del giardino barocco, questo spazio si trasforma in boschetto romantico probabilmente dopo metà Ottocento: il primo documento in cui compare è del 1864, e da allora lo troviamo pressoché inalterato. Su questa porzione lavorerà l’architetto Paolo Pejrone – uno dei maestri riconosciuti del paesaggismo internazionale –, che ha pensato di disegnare, tra platani e olmi secolari, una rete di vialetti che agevolino una passeggiata nel sottobosco. Ne risulterà una zona d’ombra assai piacevole, specialmente in estate, arricchita dalle fioriture delle specie tappezzanti che verranno introdotte sotto gli alberi.

In sintesi, è chiaro che i Giardini diventeranno uno snodo cruciale nel sistema dei Musei Reali, e assolveranno via via svariate funzioni, a seconda delle esigenze: spazio di svago e di intrattenimento, polmone di accoglienza, crocevia per il transito da un museo all’altro. I primi lavori sono previsti nei mesi iniziali del 2017, stagione ideale per la preparazione del boschetto. Che diventerebbe così il primo lotto interamente sistemato e potrebbe essere inaugurato già a fine primavera-inizio estate.

Le imprese rinnovano il territorio

Passo dopo passo le imprese e gli enti soci di Consulta trasformano il territorio con un impegno reso forte dalla collaborazione e dalla costanza. I risultati sono tangibili, il territorio respira, è un volano positivo che stupisce e continua. E lo dicono in modo esemplare le parole di Massimo Gramellini: “Quando la Consulta nacque, nel 1987, la bellezza di Torino era un segreto custodito gelosamente... Oggi, se un torinese in giro per l’Italia o per il mondo afferma di abitare in una città meravigliosa, nessuno sorride più”.

Nel secondo semestre 2016 Consulta si è resa partecipe di tre progetti che evidenziano bene i valori che la animano. A settembre è stato inaugurato il restauro del dipinto dell’Annunciazione nella Chiesa dell’Annunziata di Chieri. La storia di quest’opera è intimamente collegata con quella di un ospedale per poveri malati e viandanti fondato nel 1278. Nel 1337 sorse nelle vicinanze una cappella dedicata all’Annunziata. Poi nel 1469 un pittore fiammingo, segno evidente della risonanza internazionale del territorio, dipinse su muro, non a fresco ma a olio, una “Vergine con l’Arcangelo Gabriele”. Si dice che tra il XVI e il XVII secolo, grazie alla preghiera ispirata dal dipinto, siano avvenuti diversi miracoli. In particolare nel 1651 un giovane muto riacquistò la voce. Fu allora che si decise di edificare il santuario sul posto dell’antica cappella per ospitare l’amata raffigurazione di Maria.

A ottobre si è concluso il progetto Porte ad Arte per il recupero di due ex dazi che oggi ospitano bimbi sotto i sei anni nelle periferie di Torino. Le tre giovani artiste vincitrici del bando hanno rivestito di dipinti le facciate dei dazi. Da edifici di confine e separazione, grazie all’arte i dazi sono diventati simbolo di porte aperte e comunione. L’arte nella sua essenza è apertura, prende vita nei sensi di chi la percepisce, è comunione per eccellenza. E Consulta fa della condivisione, della collaborazione duratura, la propria forza e il proprio fondamento. Il progetto Porte ad Arte sottolinea l’importanza di questa apertura a livello territoriale. Come per un’orchestra, insieme si raggiunge l’armonia, insieme si rigenera il territorio.

A dicembre sarà inaugurata la mostra nei Musei Reali sulle collezioni di Carlo Emanuele I. La Consulta di Torino si è presa in carico la comunicazione. La mostra è la prima realizzazione comune dei Musei Reali, per la prima volta essi si propongono al pubblico con la forza della loro unione, che li rende uno dei complessi più imponenti d’Europa. L’Armeria Reale, la Biblioteca Reale, la Cappella della Santissima Sindone, la Galleria Sabauda, i Giardini Reali, il Museo Archeologico, Palazzo Reale e Palazzo Chiablese si estendono su una superficie di 3 chilometri creando uno straordinario percorso espositivo di 55.000 metri quadrati che racconta una storia lunga oltre 2000 anni. I Musei Reali sono visitabili con un unico biglietto. La sezione della mostra relativa agli Album dei pesci, uccelli e fiori verrà allestita nelle Sale espositive della Biblioteca Reale, realizzate da Consulta in collaborazione con la Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT. La comunicazione della mostra sulle sorprendenti collezioni di Carlo Emanuele I è un primo passo che mira a dare identità e visibilità internazionale all’importante complesso museale.

Passo dopo passo, la forza di aziende capaci di lavorare insieme per il bene comune lascia un segno tangibile. È il coraggio imprenditoriale di dire grazie al territorio, superando la necessità di un riscontro individuale immediatamente quantificabile, a favore di obiettivi comuni che hanno un riscontro internazionale e una ricaduta positiva su tutti. È una questione di metodo. Le imprese insieme per un territorio che si rinnova.

Fare sistema, la nostra sfida

Direttore della Reggia di Venaria e Presidente del Tavolo di Coordinamento per le Residenze Reali, Mario Turetta ci illustra il lavoro su tanti progetti avviati. Che nei prossimi anni cambieranno il volto, e forse il futuro, del patrimonio culturale piemontese.

Giunto a Torino nel 2004, nel ruolo di Direttore Regionale per i Beni Culturali del Piemonte, Mario Turetta ha gestito, da allora, quello che per Torino è stato un lungo passaggio epocale. Dieci-dodici anni fa, infatti, la città stava cominciando a cambiare pelle, scoprendo una vocazione turistica legata alle proprie ricchezze artistiche e culturali. Fu l’inizio di un percorso che ci avrebbe condotto lontano: dobbiamo a quelle scelte la consapevolezza di quanto il patrimonio culturale sia strategico per Torino e il Piemonte.

Attuale Direttore della Reggia di Venaria e Presidente del Tavolo di Coordinamento per il progetto delle Residenze Reali, Turetta sottolinea come ci si trovi in una contingenza favorevole, specialmente per il “sistema” delle Residenze sabaude: “Il Ministero, la Regione Piemonte e la Compagnia di SanPaolo oggi sono concordi nel raggiungere un obiettivo. Non sempre è così, a volte gli interessi sono divergenti. Siamo nel momento adatto per lavorare”.

Dottor Turetta, partirei dalla Reggia di Venaria, che compirà 10 anni nel 2017. Qual è il suo bilancio?

È un traguardo importante, che segna i grandi passi fatti dalla Reggia. Nel ripercorrerli vorrei partire dai giardini. Dieci anni fa erano appena nati, e avevano bisogno di svilupparsi. Ora sono finalmente giunti a una maturazione e rappresentano un riferimento per il panorama dei grandi giardini italiani. E poi ci sono le tante attività che la Reggia ha messo in campo in questo decennio: mostre, convegni, eventi, manifestazioni... Spesso insieme ai privati, perché la Reggia, che è un Consorzio pubblico a cui partecipano anche la Compagnia di San Paolo e la Fondazione 1563, ha svolto anche un ruolo di cerniera tra pubblico e privato, utilizzando strumenti di mercato che le hanno consentito di elaborare l’attività in maniera creativa.

Nei giardini il tassello mancante si direbbe la Fontana dell’Ercole, anche se la strada del recupero è ormai imboccata.

Quando assunsi l’incarico di direttore della Reggia, mi confrontai subito con la Presidente del consiglio di amministrazione sui punti che apparivano meno “risolti”. Entrambi convenimmo che, nell’imminenza del decennale, ci si sarebbe potuti cimentare con alcune soluzioni, tra cui la Fontana dell’Ercole. Nell’autunno del 2015 ripresi il discorso con la Soprintendente Luisa Papotti, e ci trovammo d’accordo sull’opportunità di ricontestualizzare in modo contemporaneo quello spazio speciale, utilizzando tecnologie, metodologie e conoscenze attuali. Poco tempo dopo incontrai la Consulta di Torino, che accolse subito con favore l’idea, anche perché stava portando a termine il restauro della grande statua dell’Ercole... Nacque così l’accordo con la Consulta, che si è impegnata su questo progetto sul lato della progettazione, della filosofia operativa e della ricerca delle risorse.

Quindi ciò che vedremo non sarà la riproposizione storica della Fontana...

Sarà un segno in chiave moderna di ciò che c’era. Oggi non è pensabile, per costi e difficoltà di produzione, riproporre un’architettura storica. In ogni caso, per il 2017 contiamo di svelare il progetto in una mostra. Ci piacerebbe, attraverso pezzi originali della Fontana e tecnologie di realtà virtuale, far vedere come apparirà l’opera a lavoro concluso.

L’altro tema di cui lei si sta occupando è quello delle Residenze Reali, che ha cominciato ad affrontare da circa un anno.

Nell’autunno del 2014 proposi al Ministro della Cultura Franceschini, al Presidente della Regione Chiamparino, all’ex Sindaco Fassino e all’allora Presidente della Compagnia di San Paolo Remmert di lavorare alla valorizzazione del sistema delle Residenze Reali sabaude. Questo significava innanzitutto creare una cabina di regia per condividere un percorso e delle strategie, poiché le residenze hanno proprietà e realtà diverse, ognuna con peculiarità distinte: non tutte sono aperte al pubblico, alcune sono in restauro, altre sono sedi di amministrazioni oppure ospitano musei... insomma, sono una realtà composita. Il modello possibile, indicato da molti, erano i Castelli della Loira. Cominciammo quindi a studiare quell’esperienza, scoprendo che un vero modello non esisteva, perché in Francia non c’è un elemento unificante o un tavolo di coordinamento.

E allora da che cosa nasce la percezione unitaria dei siti francesi?

Dal passato e dalla tradizione. I Castelli della Loira hanno una storia di valorizzazione turistica almeno di 60-70 anni. Le residenze sabaude, invece, sono “partite” solo 10 anni fa e in un contesto in cui erano poco valorizzate. Ma in Piemonte c’è qualcosa in più: qui tutte le residenze hanno un’unica matrice sabauda, e sono meno frammentate come proprietà. Sostanzialmente, quindi, è un problema di promozione. Prima di affrontarlo, però, bisogna mettere i beni in condizione di essere promossi. Devono cioè rispondere alle esigenze del turismo moderno.

Condizioni che si possono sintetizzare nel termine infrastrutture...

Più che di infrastrutture, è un problema gestionale delle singole Residenze: sono aperte al pubblico? E con quali orari? Hanno sufficiente personale? Al loro interno esistono bookshop, caffetterie e ristoranti? Serve una disamina di tutto questo.

Come lavorerà su questi aspetti?

Il primo anno è stato utilizzato per un’analisi di strategia e di direzione. Poi abbiamo cominciato ad agire. Promosso dall’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte, è nato “Palchi Reali”, un programma coordinato di attività estive nelle residenze, presentato in modo unitario. Di recente, grazie a un progetto della Reggia finanziato dalla Compagnia di San Paolo, è stata anche lanciata una campagna di comunicazione ad hoc che ha coinvolto 5 Residenze: Venaria, Stupinigi, Villa della Regina, Racconigi e Agliè, che avevano necessità di essere conosciute meglio.

Quanto tempo ci vorrà per veder funzionare questo disegno?

È necessaria una maturazione. Nella situazione attuale esiste una gestione diretta di alcune residenze, ma c’è allo studio l’idea di una gestione comune di Venaria e Stupinigi e stiamo prevedendo anche un coordinamento generale. Ciò vuol dire che alcune residenze potranno convenzionarsi per ottenere una serie di servizi. Per esempio, chi non ha competenze per indire una gara per i servizi del personale, potrà rivolgersi al coordinamento per avere il servizio, oppure la caffetteria o il bookshop. Pensando a questi spazi è stato creato il brand “Botteghe Reali”, che progressivamente  contrassegnerà prodotti ed esercizi di tutte le residenze.

In termini di ricaduta complessiva, quali sono le potenzialità del sistema?

Sono enormi. Parliamo di un sistema che è passato, negli 8 anni presi in esame, da circa 600-700mila visitatori a 2 milioni e mezzo di oggi. Sicuramente le residenze aperte sviluppano servizi e permettono al tessuto connettivo del territorio di crescere e svilupparsi. Pensiamo, ad esempio, a tutte le attività cresciute attorno alla Reggia di Venaria: negozi, aziende, una generale riqualificazione territoriale.

In questo quadro che ruolo possono giocare i privati?

Un ruolo fondamentale. Quello tra pubblico e privato è un rapporto che pone al centro il bene comune, perché gli interessi e i beni sono di tutti. Com’è ovvio, un’azienda ha l’esigenza di stare sul mercato, di generare profitti e utili; ma se nel perseguire i propri interessi essa dedica una parte dell’attività al bene comune, allora si dimostra lungimirante. Perché un sistema che promuove la cultura, e il benessere delle persone crea un contesto in cui le aziende possono prosperare, svilupparsi e attirare altre imprese.

Reggia di Venaria, una giornata di studi sul restauro

Si intitola “Valore Restauro Sostenibile” il lungo ciclo di incontri internazionali dedicati al restauro ideato dalla Fratelli Navarra srl. Partito nel luglio 2015, il programma si dipanerà sino al luglio 2017. Tra le tante tappe previste (nel 2015 Matera, quest’anno Venezia e L’Aquila, il prossimo anno Monza e Istanbul) non poteva mancare una giornata di studi presso il Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”, un istituto che in questo settore rappresenta un’assoluta eccellenza italiana, creato nel 2005 per l’alta formazione e la ricerca nell’ambito del restauro e della conservazione del patrimonio culturale.

Svoltosi il 25 febbraio, l’incontro si è focalizzato sulla “Formazione, trasmissione disciplinare e convergenza multidisciplinare nel restauro” e ha visto la partecipazione di numerosi e importanti esponenti del mondo della cultura, delle professioni, delle istituzioni e dell’imprenditoria. Succedutisi durante l’intera giornata, gli interventi hanno scandito relazioni, tavole rotonde e dibattiti, secondo una formula che ha inteso “stimolare un confronto tra pareri anche divergenti, ma con il fine di sollevare una riflessione sempre costruttiva”.

Tra i relatori anche l’architetto Mario Verdun di Cantogno, che ha presentato il caso della Consulta di Torino, felice esempio di partenariato tra pubblico e privato, rimasto finora unico in Italia. Verdun di Cantogno si è soffermato in particolare sui sei Workshops organizzati dal sodalizio (dal 2007 al 2012) e sui tre progetti didattici (dal 2011 ad oggi) indirizzati agli studenti dei licei di Torino e organizzati insieme a due grandi istituzioni museali della città, la Pinacoteca dell’Accademia Albertina e Palazzo Madama.

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