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Fontana dell’Ercole, ecco il progetto

L’architetto Gianfranco Gritella anticipa alcune delle idee alla base del restauro della grandiosa invenzione architettonica creata da Amedeo di Castellamonte per la Reggia di Venaria. Fortemente innovativo, l’intervento è sostenuto dalla Consulta di Torino.

È probabilmente l’ultimo tassello mancante nel vasto catalogo delle bellezze che può vantare la Reggia di Venaria. Ma la Fontana dell’Ercole – che nel disegno originario di Amedeo di Castellamonte chiudeva teatralmente il giardino alto, aprendosi verso l’infinito della natura – non poteva restare un desiderio incompiuto nel processo di recupero della residenza sabauda. Le strutture dalla grande Fontana infatti rivivranno grazie a un complesso e innovativo progetto ormai prossimo ad essere presentato al pubblico e cantierato nella primavera futura.

A occuparsene è stato chiamato l’architetto Gianfranco Gritella, nome di spicco tra gli studiosi delle Residenze sabaude e dei temi storici e culturali collegati alle vicende architettoniche del Piemonte sei-settecentesco. Lo attende un compito non facile. Dell’antica Fontana oggi resta ben poco: i ruderi riemersi dagli scavi effettuati tra il 2004 e il 2006 non lasciano certo immaginare l’antico fasto che possedeva la struttura barocca, edificata per generare stupore attraverso l’armonia delle architetture, la preziosità delle decorazioni e l’ingegnosità dei giochi d’acqua. Un passato splendore che è restituito pienamente attraverso le incisioni seicentesche del Theatrum Sabaudiae, destinate a tramandare in maniera celebrativa i fasti della corte sabauda.

Le riflessioni da cui si sviluppa il progetto di restauro e valorizzazione dell’area archeologica si situano tra le antiche idealizzazioni, le fonti d’archivio e le informazioni che si possono dedurre dai lacerti che ancora si conservano. Un ampio spazio di indagine che in questa fase iniziale deve essere colmato da analisi specifiche, studi, confronti e domande. “Dobbiamo innanzitutto comprendere – spiega l’architetto – com’era stato realizzato e quali erano le funzioni delle diverse parti dell’edificio. Sappiamo poco di questa complessa struttura, di com’era tecnicamente e di come funzionavano i suoi sistemi idraulici; un vero e proprio meccanismo edilizio, concepito per ospitare un vasto repertorio artistico, giocato sul mito della natura e dell’acqua come fonte di vita”.

Non esistendo progetti o schemi originali, le ricerche in prevalenza sono svolte nel campo dell’archeologia e della tecnologia antica. I confronti con altre architetture monumentali tipiche del giardino barocco risultano essenziali: Villa della Regina a Torino, Villa Borromeo sul Lago Maggiore, Villa Lante della Rovere a Viterbo, Villa Litta Arconati Visconti a Lainate, sono solo alcuni possibili esempi di confronto. Ma la conservazione e la rifunzionalizzazione delle architetture superstiti della Fontana dell’Ercole passano innanzitutto dall’identificazione degli spazi che la costituivano, con le loro caratteristiche decorative, dai sistemi di funzionamento dei giochi d’acqua alla posizione delle sculture oggi rimosse e alle caratteristiche dei materiali utilizzati. “La grande fontana nel Settecento venne volutamente demolita e tutti i decori e i materiali di valore furono rimossi e smontati – spiega Gritella –. È necessario recuperare le tessere di un mosaico composito: sapere quante erano le sculture, qual era il loro significato, se sono ancora presenti sul territorio... Oppure riproporre le tracce di una memoria figurativa attraverso l’uso cosciente delle tecnologie contemporanee. Di questo patrimonio artistico di alta qualità sopravvivono alcuni pezzi eccezionali: tra questi le monumentali statue dei telamoni, che decoravano i pilastri del ninfeo, e la statua dell’Ercole Colosso, che tornerà protagonista al centro della Fontana”.

Impossibile, in ogni caso, pensare a una riproposizione di ciò che esisteva in origine. Su questo Gritella non ha dubbi: “Se anche possedessimo le conoscenze tecniche e le informazioni iconografiche per ricostruire le forme perdute dell’intera Fontana, ciò risulterebbe incoerente con la coscienza storica e la cultura del nostro tempo. È invece possibile tentare di integrare il tradizionale progetto di recupero con un percorso didattico. I valori che un tempo erano pertinenti alla messa in scena dell’architettura, si riveleranno attraverso l’utilizzo di strumenti multimediali e di una teatralità attuata con il suono e la luce. Una sorta di palcoscenico virtuale su cui sarà possibile coinvolgere il pubblico, e dove raccontare, con immagini in movimento e con l’acqua, come funzionava questa particolare macchina architettonica”.

Diviso in lotti funzionali e consequenziali, il cantiere verrà attivato nella primavera del 2017 e arriverà a compimento a metà del 2018. Il primo intervento prevede, oltre al restauro di somma urgenza dei ruderi, la copertura del ninfeo, che sarà realizzata in carpenteria metallica prefabbricata, del tutto reversibile, così da evitare ogni operazione troppo invasiva. Solo in una seconda fase si giungerà a riproporre la funzionalità delle fontane nel grande bacino centrale.

Le imprese rinnovano il territorio

Passo dopo passo le imprese e gli enti soci di Consulta trasformano il territorio con un impegno reso forte dalla collaborazione e dalla costanza. I risultati sono tangibili, il territorio respira, è un volano positivo che stupisce e continua. E lo dicono in modo esemplare le parole di Massimo Gramellini: “Quando la Consulta nacque, nel 1987, la bellezza di Torino era un segreto custodito gelosamente... Oggi, se un torinese in giro per l’Italia o per il mondo afferma di abitare in una città meravigliosa, nessuno sorride più”.

Nel secondo semestre 2016 Consulta si è resa partecipe di tre progetti che evidenziano bene i valori che la animano. A settembre è stato inaugurato il restauro del dipinto dell’Annunciazione nella Chiesa dell’Annunziata di Chieri. La storia di quest’opera è intimamente collegata con quella di un ospedale per poveri malati e viandanti fondato nel 1278. Nel 1337 sorse nelle vicinanze una cappella dedicata all’Annunziata. Poi nel 1469 un pittore fiammingo, segno evidente della risonanza internazionale del territorio, dipinse su muro, non a fresco ma a olio, una “Vergine con l’Arcangelo Gabriele”. Si dice che tra il XVI e il XVII secolo, grazie alla preghiera ispirata dal dipinto, siano avvenuti diversi miracoli. In particolare nel 1651 un giovane muto riacquistò la voce. Fu allora che si decise di edificare il santuario sul posto dell’antica cappella per ospitare l’amata raffigurazione di Maria.

A ottobre si è concluso il progetto Porte ad Arte per il recupero di due ex dazi che oggi ospitano bimbi sotto i sei anni nelle periferie di Torino. Le tre giovani artiste vincitrici del bando hanno rivestito di dipinti le facciate dei dazi. Da edifici di confine e separazione, grazie all’arte i dazi sono diventati simbolo di porte aperte e comunione. L’arte nella sua essenza è apertura, prende vita nei sensi di chi la percepisce, è comunione per eccellenza. E Consulta fa della condivisione, della collaborazione duratura, la propria forza e il proprio fondamento. Il progetto Porte ad Arte sottolinea l’importanza di questa apertura a livello territoriale. Come per un’orchestra, insieme si raggiunge l’armonia, insieme si rigenera il territorio.

A dicembre sarà inaugurata la mostra nei Musei Reali sulle collezioni di Carlo Emanuele I. La Consulta di Torino si è presa in carico la comunicazione. La mostra è la prima realizzazione comune dei Musei Reali, per la prima volta essi si propongono al pubblico con la forza della loro unione, che li rende uno dei complessi più imponenti d’Europa. L’Armeria Reale, la Biblioteca Reale, la Cappella della Santissima Sindone, la Galleria Sabauda, i Giardini Reali, il Museo Archeologico, Palazzo Reale e Palazzo Chiablese si estendono su una superficie di 3 chilometri creando uno straordinario percorso espositivo di 55.000 metri quadrati che racconta una storia lunga oltre 2000 anni. I Musei Reali sono visitabili con un unico biglietto. La sezione della mostra relativa agli Album dei pesci, uccelli e fiori verrà allestita nelle Sale espositive della Biblioteca Reale, realizzate da Consulta in collaborazione con la Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT. La comunicazione della mostra sulle sorprendenti collezioni di Carlo Emanuele I è un primo passo che mira a dare identità e visibilità internazionale all’importante complesso museale.

Passo dopo passo, la forza di aziende capaci di lavorare insieme per il bene comune lascia un segno tangibile. È il coraggio imprenditoriale di dire grazie al territorio, superando la necessità di un riscontro individuale immediatamente quantificabile, a favore di obiettivi comuni che hanno un riscontro internazionale e una ricaduta positiva su tutti. È una questione di metodo. Le imprese insieme per un territorio che si rinnova.

Fare sistema, la nostra sfida

Direttore della Reggia di Venaria e Presidente del Tavolo di Coordinamento per le Residenze Reali, Mario Turetta ci illustra il lavoro su tanti progetti avviati. Che nei prossimi anni cambieranno il volto, e forse il futuro, del patrimonio culturale piemontese.

Giunto a Torino nel 2004, nel ruolo di Direttore Regionale per i Beni Culturali del Piemonte, Mario Turetta ha gestito, da allora, quello che per Torino è stato un lungo passaggio epocale. Dieci-dodici anni fa, infatti, la città stava cominciando a cambiare pelle, scoprendo una vocazione turistica legata alle proprie ricchezze artistiche e culturali. Fu l’inizio di un percorso che ci avrebbe condotto lontano: dobbiamo a quelle scelte la consapevolezza di quanto il patrimonio culturale sia strategico per Torino e il Piemonte.

Attuale Direttore della Reggia di Venaria e Presidente del Tavolo di Coordinamento per il progetto delle Residenze Reali, Turetta sottolinea come ci si trovi in una contingenza favorevole, specialmente per il “sistema” delle Residenze sabaude: “Il Ministero, la Regione Piemonte e la Compagnia di SanPaolo oggi sono concordi nel raggiungere un obiettivo. Non sempre è così, a volte gli interessi sono divergenti. Siamo nel momento adatto per lavorare”.

Dottor Turetta, partirei dalla Reggia di Venaria, che compirà 10 anni nel 2017. Qual è il suo bilancio?

È un traguardo importante, che segna i grandi passi fatti dalla Reggia. Nel ripercorrerli vorrei partire dai giardini. Dieci anni fa erano appena nati, e avevano bisogno di svilupparsi. Ora sono finalmente giunti a una maturazione e rappresentano un riferimento per il panorama dei grandi giardini italiani. E poi ci sono le tante attività che la Reggia ha messo in campo in questo decennio: mostre, convegni, eventi, manifestazioni... Spesso insieme ai privati, perché la Reggia, che è un Consorzio pubblico a cui partecipano anche la Compagnia di San Paolo e la Fondazione 1563, ha svolto anche un ruolo di cerniera tra pubblico e privato, utilizzando strumenti di mercato che le hanno consentito di elaborare l’attività in maniera creativa.

Nei giardini il tassello mancante si direbbe la Fontana dell’Ercole, anche se la strada del recupero è ormai imboccata.

Quando assunsi l’incarico di direttore della Reggia, mi confrontai subito con la Presidente del consiglio di amministrazione sui punti che apparivano meno “risolti”. Entrambi convenimmo che, nell’imminenza del decennale, ci si sarebbe potuti cimentare con alcune soluzioni, tra cui la Fontana dell’Ercole. Nell’autunno del 2015 ripresi il discorso con la Soprintendente Luisa Papotti, e ci trovammo d’accordo sull’opportunità di ricontestualizzare in modo contemporaneo quello spazio speciale, utilizzando tecnologie, metodologie e conoscenze attuali. Poco tempo dopo incontrai la Consulta di Torino, che accolse subito con favore l’idea, anche perché stava portando a termine il restauro della grande statua dell’Ercole... Nacque così l’accordo con la Consulta, che si è impegnata su questo progetto sul lato della progettazione, della filosofia operativa e della ricerca delle risorse.

Quindi ciò che vedremo non sarà la riproposizione storica della Fontana...

Sarà un segno in chiave moderna di ciò che c’era. Oggi non è pensabile, per costi e difficoltà di produzione, riproporre un’architettura storica. In ogni caso, per il 2017 contiamo di svelare il progetto in una mostra. Ci piacerebbe, attraverso pezzi originali della Fontana e tecnologie di realtà virtuale, far vedere come apparirà l’opera a lavoro concluso.

L’altro tema di cui lei si sta occupando è quello delle Residenze Reali, che ha cominciato ad affrontare da circa un anno.

Nell’autunno del 2014 proposi al Ministro della Cultura Franceschini, al Presidente della Regione Chiamparino, all’ex Sindaco Fassino e all’allora Presidente della Compagnia di San Paolo Remmert di lavorare alla valorizzazione del sistema delle Residenze Reali sabaude. Questo significava innanzitutto creare una cabina di regia per condividere un percorso e delle strategie, poiché le residenze hanno proprietà e realtà diverse, ognuna con peculiarità distinte: non tutte sono aperte al pubblico, alcune sono in restauro, altre sono sedi di amministrazioni oppure ospitano musei... insomma, sono una realtà composita. Il modello possibile, indicato da molti, erano i Castelli della Loira. Cominciammo quindi a studiare quell’esperienza, scoprendo che un vero modello non esisteva, perché in Francia non c’è un elemento unificante o un tavolo di coordinamento.

E allora da che cosa nasce la percezione unitaria dei siti francesi?

Dal passato e dalla tradizione. I Castelli della Loira hanno una storia di valorizzazione turistica almeno di 60-70 anni. Le residenze sabaude, invece, sono “partite” solo 10 anni fa e in un contesto in cui erano poco valorizzate. Ma in Piemonte c’è qualcosa in più: qui tutte le residenze hanno un’unica matrice sabauda, e sono meno frammentate come proprietà. Sostanzialmente, quindi, è un problema di promozione. Prima di affrontarlo, però, bisogna mettere i beni in condizione di essere promossi. Devono cioè rispondere alle esigenze del turismo moderno.

Condizioni che si possono sintetizzare nel termine infrastrutture...

Più che di infrastrutture, è un problema gestionale delle singole Residenze: sono aperte al pubblico? E con quali orari? Hanno sufficiente personale? Al loro interno esistono bookshop, caffetterie e ristoranti? Serve una disamina di tutto questo.

Come lavorerà su questi aspetti?

Il primo anno è stato utilizzato per un’analisi di strategia e di direzione. Poi abbiamo cominciato ad agire. Promosso dall’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte, è nato “Palchi Reali”, un programma coordinato di attività estive nelle residenze, presentato in modo unitario. Di recente, grazie a un progetto della Reggia finanziato dalla Compagnia di San Paolo, è stata anche lanciata una campagna di comunicazione ad hoc che ha coinvolto 5 Residenze: Venaria, Stupinigi, Villa della Regina, Racconigi e Agliè, che avevano necessità di essere conosciute meglio.

Quanto tempo ci vorrà per veder funzionare questo disegno?

È necessaria una maturazione. Nella situazione attuale esiste una gestione diretta di alcune residenze, ma c’è allo studio l’idea di una gestione comune di Venaria e Stupinigi e stiamo prevedendo anche un coordinamento generale. Ciò vuol dire che alcune residenze potranno convenzionarsi per ottenere una serie di servizi. Per esempio, chi non ha competenze per indire una gara per i servizi del personale, potrà rivolgersi al coordinamento per avere il servizio, oppure la caffetteria o il bookshop. Pensando a questi spazi è stato creato il brand “Botteghe Reali”, che progressivamente  contrassegnerà prodotti ed esercizi di tutte le residenze.

In termini di ricaduta complessiva, quali sono le potenzialità del sistema?

Sono enormi. Parliamo di un sistema che è passato, negli 8 anni presi in esame, da circa 600-700mila visitatori a 2 milioni e mezzo di oggi. Sicuramente le residenze aperte sviluppano servizi e permettono al tessuto connettivo del territorio di crescere e svilupparsi. Pensiamo, ad esempio, a tutte le attività cresciute attorno alla Reggia di Venaria: negozi, aziende, una generale riqualificazione territoriale.

In questo quadro che ruolo possono giocare i privati?

Un ruolo fondamentale. Quello tra pubblico e privato è un rapporto che pone al centro il bene comune, perché gli interessi e i beni sono di tutti. Com’è ovvio, un’azienda ha l’esigenza di stare sul mercato, di generare profitti e utili; ma se nel perseguire i propri interessi essa dedica una parte dell’attività al bene comune, allora si dimostra lungimirante. Perché un sistema che promuove la cultura, e il benessere delle persone crea un contesto in cui le aziende possono prosperare, svilupparsi e attirare altre imprese.

Reggia di Venaria, una giornata di studi sul restauro

Si intitola “Valore Restauro Sostenibile” il lungo ciclo di incontri internazionali dedicati al restauro ideato dalla Fratelli Navarra srl. Partito nel luglio 2015, il programma si dipanerà sino al luglio 2017. Tra le tante tappe previste (nel 2015 Matera, quest’anno Venezia e L’Aquila, il prossimo anno Monza e Istanbul) non poteva mancare una giornata di studi presso il Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”, un istituto che in questo settore rappresenta un’assoluta eccellenza italiana, creato nel 2005 per l’alta formazione e la ricerca nell’ambito del restauro e della conservazione del patrimonio culturale.

Svoltosi il 25 febbraio, l’incontro si è focalizzato sulla “Formazione, trasmissione disciplinare e convergenza multidisciplinare nel restauro” e ha visto la partecipazione di numerosi e importanti esponenti del mondo della cultura, delle professioni, delle istituzioni e dell’imprenditoria. Succedutisi durante l’intera giornata, gli interventi hanno scandito relazioni, tavole rotonde e dibattiti, secondo una formula che ha inteso “stimolare un confronto tra pareri anche divergenti, ma con il fine di sollevare una riflessione sempre costruttiva”.

Tra i relatori anche l’architetto Mario Verdun di Cantogno, che ha presentato il caso della Consulta di Torino, felice esempio di partenariato tra pubblico e privato, rimasto finora unico in Italia. Verdun di Cantogno si è soffermato in particolare sui sei Workshops organizzati dal sodalizio (dal 2007 al 2012) e sui tre progetti didattici (dal 2011 ad oggi) indirizzati agli studenti dei licei di Torino e organizzati insieme a due grandi istituzioni museali della città, la Pinacoteca dell’Accademia Albertina e Palazzo Madama.

Reggia di Venaria, la sorpresa nasce nella Sala degli Stucchi

A otto anni dall’apertura, la Reggia di Venaria si propone, al grande pubblico che la visita, come un luogo straordinario, un inesauribile contenitore di meraviglie architettoniche e artistiche.

Ciò che però il pubblico non sa è che, se la percezione generale è questa, il merito è da ascrivere a un lavoro che non si è mai fermato. Perché se fu fondamentale lo slancio che portò alla rinascita, non meno importanti risultano i molti interventi che ancora oggi migliorano incessantemente la dimora reale, valorizzandone le potenzialità. Tanti piccoli cantieri che giorno dopo giorno perfezionano la personalità unica di questo posto.

Il nuovo allestimento della Sala degli Stucchi è emblematico di questo atteggiamento. Voluto dalla Consulta di Torino, l’intervento si è concentrato su un punto cruciale della Reggia: l’ambiente che precede la Galleria di Diana, l’invenzione di Juvarra che è diventata l’emblema della residenza. La sala rientrava nei programmi di riallestimento del piano terra, là dove si susseguono senza soluzione di continuità una serie di ambienti secenteschi, privati e di parata. Ultima di questa sequenza, non era mai stata interessata da una vera e propria azione di recupero.

Il tema lo ha affrontato adesso l’architetto Gianfranco Gritella, autore di un originale progetto di allestimento e di restauro. La sua idea trasforma la sala da anticamera un po’ anonima ad ambiente dalle precise catteristiche, che ha anche il compito di preparare i visitatori al coup de théâtre che, varcando la soglia per proseguire il percorso, li lascerà a bocca aperta.

La semplicità è la linea di fondo, come spiega lo stesso Gritella: “La polifonica sequenza di arredi preziosi, dipinti, dorature, arazzi, tendaggi dai vivaci colori, si conclude con un ambiente in penombra e con pochi ma importanti oggetti posti in rilievo da una mirata scelta illuminotecnica”. Lo studio dei documenti d’archivio ha aiutato a definire il ruolo che la sala poteva avere in origine: dagli inventari è emerso che qui erano presenti sculture provenienti da scavi archeologici (tra cui un “putto dormiente” di epoca romana); l’antica denominazione di “sala dei conti e dei duchi sabaudi” ha fatto invece ipotizzare che alle pareti fossero esposti ritratti di esponenti della dinastia.

L’allestimento è stato costruito proprio attorno a questi elementi, pochi ma di sicura suggestione. Protagonista della sala, sistemata in posizione centrale, è la scultura del Cupido dormiente proveniente dalla Villa Adriana di Tivoli, concesso in prestito dal Museo di Archeologia di Torino. Sopra il grande camino di marmo, sorrette da una mensola lignea, tre altre sculture: sono i busti di Emanuele Filiberto, Margherita di Valois e Carlo Emanuele I, preziosi marmi del primo Seicento, già presenti in Reggia e ora ricollocati nella Sala degli Stucchi. Tutte opere che vengono sottolineate da fasci di luce in forte contrasto con il resto dell’ambiente. Su un’altra parete, in dialogo con queste presenze, campeggiano 27 ritratti sabaudi tratti dalle tavole incise nel 1703 da Tasnière. Sono riproduzioni ingrandite di circa 6 volte rispetto all’originale, anche allo scopo di creare un’ambientazione scenica d’effetto, ma priva di clamore. “Quello che abbiamo voluto proporre – aggiunge Gritella – è un ambiente di maggiore quiete, che potremmo quasi definire di decantazione, al fine di preparare al grande spettacolo che ne segue, dove l’architettura juvarriana è protagonista assoluta”.

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