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Comincia ad apparire la nuova Fontana dell’Ercole

Al cantiere della Fontana dell’Ercole, nei Giardini della Reggia di Venaria, le rovine stanno gradualmente lasciando il posto alle strutture che segneranno il risultato finale. Ad apparire, dopo un’approfondita ma indispensabile fase di studio e di ricerche d’archivio, è dunque la “linea visibile” dei lavori, ossia quel momento emozionante in cui il progetto da ideale diventa reale.

In questo caso un progetto assolutamente fuori dal comune, perché il tema non era soltanto quello del restauro, ma presentava una ben maggiore complessità: riproporre secondo modelli contemporanei un’invenzione barocca di cui non restavano che labili tracce. Per usare le parole del progettista, architetto Gianfranco Gritella, “Un’opera che ha radici nel passato, ma che è soprattutto una porta aperta verso il futuro”. 

In fondo, un intervento che non poteva che essere tentato se non qui, alla Reggia di Venaria, la cui rinascita, sottolinea Luisa Papotti, Soprintendente per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Torino, è stata tutta all’insegna dell’eccezionalità: “Quello di Venaria è stato uno dei più grandi cantieri sperimentali di restauro a livello internazionale, che ha introdotto un nuovo sistema di gestione e di collaborazione”. E se la Fontana dell’Ercole rappresenta l’ultimo tassello nel recupero della Reggia, nello stesso tempo esso è anche uno degli episodi più difficili, che ha messo in evidenza “il coraggio della Consulta di Torino e la sua capacità di apportare idee e disegnare percorsi”. Consulta che ringrazia i mecenati Compagnia di San Paolo, Intesa Sanpaolo, Società Reale Mutua di Assicurazioni, Iren, Consorzio delle Residenze Reali Sabaude-La Venaria Reale e l’Associazione Amici della Reggia. 

Ma ora è tempo di guardare avanti: l’opera si sta sviluppando secondo un piano equilibrato e coerente, nel pieno rispetto delle caratteristiche tipologiche di ciò che rimaneva. L’accurato restauro degli apparati decorativi del ninfeo, ormai definitivamente salvati dal degrado, comincia a dialogare con tutti gli elementi nuovi che poco per volta, come in un grande puzzle, troveranno la loro giusta collocazione: dai calchi dei giganteschi telamoni (ottenuti, direttamente dagli originali che si trovano al Castello di Govone) alle eleganti volte lignee di copertura, che saranno posizionate entro la primavera. Alla secolare storia di smisurate ambizioni e grandi meraviglie che contrassegna la Reggia di Venaria sta per aggiungersi un nuovo capitolo.   

Venaria, ecco la Reggia che verrà

Guido Curto, nuovo Direttore del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, illustra le sue priorità: creare un sistema di collegamenti tra le dimore sabaude, riordinare spazi e percorsi di visita, aprire alla formazione e al territorio. La Reggia di Venaria entra in una nuova fase.   

Lo stile di Guido Curto è inconfondibile: energico, appassionato, gentile. Le stesse qualità che guidano il suo nuovo lavoro alla Reggia di Venaria, dove è approdato come Direttore lo scorso settembre. Un’eredità bella e difficile, visti i risultati da record macinati in questi 12 anni. Ma il lavoro culturale è anche questo: consolidare e rinnovare, comunicando alle persone il senso profondo di un bene che appartiene alla storia di tutti noi. “Ma per far ciò – dice Curto – è necessario che il territorio entri dentro e partecipi”. Un’affermazione che è quasi una dichiarazione programmatica.

Professor Curto, che cosa significa prendere il timone della Reggia a dodici anni dall’apertura? Su quali linee si muoverà la sua direzione per valorizzare l’identità di questo luogo? 

La Reggia di Venaria è nata grazie allo straordinario impegno di Alberto Vanelli, ed è stata portata avanti da un altro grande direttore, Mario Turetta: oggi, quella che dirigo è già una macchina eccellente. Quando si lavora su una macchina come questa occorre solo implementarla, apportando piccole modifiche per non perdere il primato che è stato raggiunto: il milione di ingressi all’anno che ci posiziona al primo posto, tra i musei italiani, per numero di biglietti staccati. Dirigere la Reggia però vuol anche dire guidare il Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, e attualmente credo che sia questa la sfida più impegnativa. 

E nel contesto delle Residenze Reali Sabaude quale sarà il ruolo di Venaria? 

La Reggia manterrà la sua funzione di “hub” delle residenze reali sabaude. Non ho usato la parola “fulcro” deliberatamente, perché ritengo che al centro ci siano i Musei Reali e Palazzo Madama che sono anche il cuore urbanistico e storico di Torino. Intorno alla città si snoda la “corona di delitie”, in cui spicca il modello gestionale della Reggia di Venaria. È questa la sua forza, che però può anche diventare criticità, perché è un modello che si deve riverberare sulle altre residenze. 

Nel suo ruolo di coordinatore possiede strumenti per operare? 

Sì, lo statuto del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude mi consente di convocare e dirigere il Comitato e di invitare al tavolo di coordinamento i Direttori dei Musei Reali, di Palazzo Madama e delle varie residenze del Polo Museale del Piemonte, di cui fanno parte grandi strutture come Stupinigi, Agliè e Racconigi, tutte dotate di parchi o giardini straordinari. E questo è un aspetto decisivo, perché il modello vincente è proprio quello della residenza con parco o giardini annessi. In ogni caso, quello di Venaria è un “hub” che può diventare molto significativo per tutto il Piemonte, perché non comprende solo la provincia di Torino, ma coinvolge anche il territorio di Cuneo con i Castelli di Racconigi, Govone e Valcasotto. 

Che cosa vuol dire essere un “hub” culturale? 

Vuol dire mantenere un dialogo, per essere un domani il polo di un sistema di comunicazione. Significa cioè creare un sistema di valorizzazione, che per il momento è ancora poco sviluppato. Esiste un sito che funziona bene, ma dovremo lavorare maggiormente in due direzioni: sulla creazione di eventi comuni, e sulle identità, e le esigenze, delle diverse  proprietà... Prendiamo ad esempio il Castello di Rivoli: è una struttura autonoma, ma anche un punto importante del circuito delle residenze. Un luogo, quindi, con cui continueremo a dialogare per fare sistema. 

Ma in termini pratici che cosa occorre? 

Creare materiale divulgativo per i turisti; una segnaletica che identifichi meglio le residenze, inserendole in un percorso; una mappa che, posizionata in ognuna di esse, illustri l’intero circuito... Non pretendo, per ora, di avere un servizio di pullman gestito da noi; però sarebbe importante indicare ai tour operator un itinerario ideale. Un tracciato che secondo me dovrebbe partire dai Musei Reali di Torino, toccare Palazzo Madama, e da lì dirigersi a Venaria. Dalla Reggia ci si potrà poi muovere verso sud, arrivando in pochi minuti a Rivoli, Stupinigi e Moncalieri, ulteriore punto di partenza per un viaggio verso le dimore del territorio cuneese; oppure a nord, puntando verso il Canavese e il Castello di Agliè. 

La sensazione è che si delinei un itinerario coerente. 

Certo. Ma condizione indispensabile è che ogni castello o museo sia in grado di offrire alcuni servizi basilari: che sia dotato di parcheggi per almeno 20 auto e 5 autobus, e che resti aperto, nelle sale principali, il sabato e la domenica. Quando ogni castello – e con esso, nelle stagioni primaverili ed estive, parchi e giardini – garantirà questi requisiti, potremo impostare un’azione coordinata e promuovere il circuito con i tour operator. Un notevole lavoro di comunicazione e valorizzazione, da fare in sintonia. 

Torniamo alla Reggia: possiamo dire che con la sua direzione si aprirà una nuova fase? 

Per il momento ho fatto solo minime variazioni. Ho cambiato l’orario di visita che ora, per tutto l’anno, è dalle 9,30 alle 17,30: anche questo porta chiarezza. Poi ho dato più attenzione alle famiglie: i ragazzi fino a 15 anni pagano soltanto 1 euro nella formula “Tutto in una Reggia”. Infine ho aumentato a 21 anni l’età dell’ingresso ridotto. Un lavoro di cesello, perché era tutto già molto ben organizzato. Le novità più consistenti riguarderanno invece il percorso espositivo, che presto sarà sdoppiato: accanto al tradizionale giro lungo ne proporremo uno breve, per chi ha solo un’ora di tempo: si entrerà in Reggia direttamente dalla Corte d’onore, e si potranno vedere tutte le sale auliche. 

Insomma, una dimora che trasmetta ancora meglio la quotidianità del passato... 

Sì, saranno percorsi più celebrativi della dinastia sabauda: vorrei che questo diventasse un po’ il museo della storia di Casa Savoia, intesa come famiglia reale italiana. Iniziando dalla Galleria degli Antenati, che racconta la storia dei Savoia ab origine, e passando attraverso la grande storia e i suoi protagonisti: da Vittorio Amedeo II, re di Sicilia e poi re di Sardegna, fino ad arrivare al primo re d’Italia Vittorio Emanuele II, di cui conservano memoria le sale perfettamente arredate del Castello della Mandria, dove si concluderà l’itinerario. Questo sarà un altro dei nostri asset

Il tema della formazione ricorre in tutto il suo percorso professionale, dall’Accademia Albertina a Palazzo Madama. Come lo svilupperà qui alla Reggia? 

La formazione si intreccerà a un’altra novità, che riguarda Scuderie e Citroniera. Questi spazi della Reggia ospiteranno, da qui a 2 anni, scuole e laboratori di formazione. E questa, in effetti, è un’idea che proviene dalle mie precedenti esperienze. Ci saranno le aule di una scuola di alta oreficeria, che funzionerà in collaborazione con il Centro Conservazione e Restauro. Ma vorrei sviluppare dei progetti anche con altri enti che fanno formazione sul territorio: mi piacerebbe, ad esempio, lanciare un master di videogiochi applicati ai beni culturali. Intanto sono convinto che i videogiochi possano diventare anche uno strumento di conoscenza, ma nel contempo formerebbe professionisti richiesti dal mondo del lavoro. L’idea si potrebbe realizzare attraverso l’accordo con un ente – un istituto di design o il Politecnico – e porterebbe qui un centinaio di studenti, che con l’iscrizione consentirebbero all’iniziativa di sostenersi da sola. La Citroniera sarà invece destinata a spazio per convegni ed eventi: tutto ciò che oggi, in ambito musicale e spettacolare, avviene nella Galleria Grande sarà spostato là, e avrà un accesso dedicato. 

Venaria è sede di grandi mostre. Sappiamo che la prossima, nella primavera del 2020, sarà dedicata al Barocco. Che tipo di evento sarà? 

Si intitolerà “Sfida al Barocco”, e presenterà al pubblico pezzi straordinari provenienti dai più prestigiosi musei del mondo. Ideata secondo un’impostazione tradizionale, credo che sia destinata a segnare il percorso della storia dell’arte, poiché imprimerà una fortissima svolta a livello scientifico. È lo stesso titolo a suggerire la tesi di fondo dei due curatori, Michela Di Macco e Giuseppe Dardanello della Fondazione 1563: dimostrare come dopo la metà del Seicento il Barocco diventi qualcosa d’altro, un concetto già proiettato verso il Settecento. Una revisione che non utilizzerà più le categorie di Barocco e Rococò, e che anzi intende metterle in crisi. 

E arriviamo ai giardini, che sono un fiore all’occhiello della Reggia. 

Sì, e non è un caso che quest’anno abbiano vinto il premio per “Il Parco più bello d’Italia”. Un merito che va agli architetti paesaggisti che li dirigono e ai 20 giardinieri che li accudiscono ogni giorno, con una passione non comune. 

Giardini che presto potranno presentare al pubblico la Fontana dell’Ercole, il grande progetto a cui sta lavorando la Consulta di Torino. 

Il progetto ideato per Consulta dall’architetto Gianfranco Gritella trasformerà la Fontana d’Ercole nell’autentico perno dell’area verde. Sarà una macchina spettacolare, nella quale non solo l’Ercole, ma altre sculture parteciperanno a una grandiosa scenografia di giochi d’acqua e di teatralità all’interno del giardino. Una struttura che vivrà anche grazie a elementi di video-animazione, di musica e di profumi legati alle essenze botaniche del parco: sarà un’esperienza interamente sensoriale. Sono convinto che regaleremo ai visitatori un’opera innovativa e importante.

Naturalmente, la grande estensione di verde della Reggia di Venaria permette di godere del paesaggio ma anche di fare altre attività... 

Tra i progetti a cui sono particolarmente interessato c’è quello di introdurre più sport, magari con l’aiuto di organizzazioni esterne. Vorrei che la natura di cui disponiamo fosse anche uno spazio da vivere per la salute fisica: una “Reggia del benessere” dove – in aree dedicate e attrezzate con eleganza, in armonia con il luogo – si possa fare ginnastica, fit-walking, yoga oppure semplicemente sdraiarsi sul prato. Abbiamo la fortuna di avere un pubblico sempre molto attento: alla nostra “Corsa da Re” partecipano oltre 5.000 persone e il giorno dopo la Reggia è perfetta. Perché la gente che fa sport è rispettosa del proprio corpo e dell’ambiente più di quanto non si creda. 

Generare valore sociale

Un’analisi di Deloitte & Touche misura l’impatto sociale prodotto dal recupero del Boschetto e dall’installazione “Pietre Preziose” nei Giardini Reali di Torino, curati da Consulta e Reale Mutua nel 2017.

Qual è il Valore Sociale che viene creato quando si interviene su arte e cultura? Che cosa cambia sul territorio interessato? E quanto incide concretamente? Uno studio condotto dal Socio Consulta Deloitte & Touche ha misurato il valore del recupero del Boschetto e l’installazione “Pietre Preziose” avvenuti nel 2017 nei Giardini Reali di Torino.

Il quadro che emerge indica che la riqualificazione di quest’area verde, situata nel cuore della città, ha generato un positivo impatto sociale ed economico su molteplici aspetti. Dati alla mano, arte e cultura si rivelano potenziali asset per lo sviluppo sostenibile, e confermano di essere alla base dell’identità, dell’attrattività e della vita di un territorio.

Qui puoi sfogliare il documento.

Nuova immagine dei Musei Reali

I Musei Reali di Torino con le sue realtà - Palazzo Reale con i giardini, Armeria e Biblioteca Reale, Museo Archeologico, Galleria Sabauda e Cappella della Sindone - hanno presentato la loro nuova immagine alla città. Un’occasione per ritrovare e per conoscere un complesso culturale unico e un’offerta turistica di livello internazionale, visitabile con un biglietto unico.

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Il cuore verde di Palazzo Reale

Creati nel XVI secolo, oggi i giardini della residenza rappresentano uno snodo cruciale nel sistema dei Musei Reali. Un nuovo progetto della Consulta punta a restituirli alla città, in linea con le grandi realtà d’Europa.

Il grande fermento suscitato dall’istituzione dei Musei Reali comincia a tradursi in realtà. Il vento nuovo che percorre la cultura torinese lo si può cogliere in molteplici aspetti: mentre apre la sontuosa mostra dedicata a Carlo Emanuele I e alle sue passioni da collezionista, sono tanti i progetti che, pur avanzando silenziosamente, saranno destinati a incidere in modo profondo sull’immagine futura della città.

Uno dei più vasti e ambiziosi è senz’altro quello che riguarda i Giardini Reali: un piano varato dalla Consulta di Torino che trasformerà in modo garbato ma radicale il cuore verde della città sabauda, un’area composita che si estende su circa 24.000 metri quadrati. L’articolazione è complessa, anche per via delle tante sovrapposizioni storiche succedutesi dalla seconda metà del Cinquecento ai nostri giorni. Oggi si possono individuare tre settori distinti: il Giardino del Duca che rappresenta la parte più antica e occupa l’area tra Palazzo Reale e la manica della Galleria Sabauda; il Boschetto con platani e olmi secolari, creato a metà Ottocento e rimasto come testimonianza romantica; e infine uno spazio impostato dal grande André Le Nôtre, il progettista di Versailles, ma secondo una dimensione prospettica del tutto diversa da quella che possiamo vedere ora. A queste tre zone si deve poi aggiungere l’ampia porzione del Giardino basso, situato sotto le mura e prospiciente il Museo Archeologico.

A spiegarci il senso e la portata dell’operazione di recupero è l’architetto Diego Giachello, che ha redatto il progetto esecutivo: “La nostra missione – afferma Giachello – è dotare questo spazio verde di quelle soluzioni tecniche che un giardino deve necessariamente avere e che le prolungate chiusure finora non hanno permesso di realizzare. La prima funzione che manca è l’illuminazione: questo giardino, tanto per cominciare, non è praticabile di sera. La dotazione di un impianto illuminotecnico, non deve però essere vista soltanto in funzione dell’uso dell’ambiente o della sicurezza. Va pensata anche con una finalità scenografica, magari per gli spettacoli son et lumière che immaginiamo potranno svolgersi qui”.

Tema centrale dell’architettura contemporanea, quello dell’illuminazione deve risultare efficace e discreto, e ancora di più se applicato alla natura. In un giardino storico non si può certo pensare di introdurre pali o lampioni: la luce deve arrivare ovunque, ma attraverso una rete quasi invisibile, fatta di strutture leggere e tecnologicamente avanzate. In questo caso l’elemento-chiave per la soluzione saranno i vasi e le fioriere. “Bisogna pensare – prosegue Giachello – che i Giardini Reali furono popolati, a un certo punto della loro storia, da migliaia di vasi. Si trattava di contenitori di tipologie differenti e tra questi anche centinaia di casse per i citroni, come anticamente in Piemonte venivano chiamati gli agrumi. La più celebre di queste casse è quella detta Caisse de Versailles, un modello francese costruito ininterrottamente dal 1600, di cui esiste una versione torinese, con proporzioni meno slanciate, ma altrettanto elegante. Noi intendiamo reintrodurle, ma trasformandole in piccole macchine tecnologiche. Al loro interno sarà nascosta una serie di strumenti funzionali al giardino: dall’illuminazione di emergenza alla diffusione acustica, che consentirà di trasmettere musica, ma anche tutte le possibili informazioni per il pubblico”. Solo nel Giardino del Duca si prevedono circa 80 di queste casse, che ospiteranno gli impianti-luce per l’illuminazione di base delle facciate.

Altro elemento strategico sarà il punto di accoglienza. A questo scopo una piccola edicola verrà collocata nel giardino, accanto all’atrio di ingresso: si tratterà di una comoda postazione che consentirà di offrire servizi di accoglienza e l’eventuale pagamento di un biglietto. Infine, non potrà mancare tutta una serie coordinata di umili ma indispensabili oggetti di servizio: fontanelle, sedute, cestini, paline segnaletiche e informative, info-point.

Tornando ai temi più specificamente ambientali, l’altra zona di particolare interesse è senza dubbio il Boschetto che costeggia il giardino formale. Nato come estensione del giardino barocco, questo spazio si trasforma in boschetto romantico probabilmente dopo metà Ottocento: il primo documento in cui compare è del 1864, e da allora lo troviamo pressoché inalterato. Su questa porzione lavorerà l’architetto Paolo Pejrone – uno dei maestri riconosciuti del paesaggismo internazionale –, che ha pensato di disegnare, tra platani e olmi secolari, una rete di vialetti che agevolino una passeggiata nel sottobosco. Ne risulterà una zona d’ombra assai piacevole, specialmente in estate, arricchita dalle fioriture delle specie tappezzanti che verranno introdotte sotto gli alberi.

In sintesi, è chiaro che i Giardini diventeranno uno snodo cruciale nel sistema dei Musei Reali, e assolveranno via via svariate funzioni, a seconda delle esigenze: spazio di svago e di intrattenimento, polmone di accoglienza, crocevia per il transito da un museo all’altro. I primi lavori sono previsti nei mesi iniziali del 2017, stagione ideale per la preparazione del boschetto. Che diventerebbe così il primo lotto interamente sistemato e potrebbe essere inaugurato già a fine primavera-inizio estate.

Il tempo delle meraviglie

Ai Musei Reali di Torino una mostra racconta il duca Carlo Emanuele I e ripropone le sue splendide raccolte d’arte. Nasceva in quel contesto, a cavallo tra Cinque e Seicento, la vocazione internazionale della città.

Segnatevi la data. La grande mostra che si inaugura presso i Musei Reali di Torino il prossimo 15 dicembre – “Le meraviglie del mondo. Le collezioni di Carlo Emanuele I di Savoia” – non si potrà perdere, poiché segnerà un punto di svolta nell’immaginario della città e della sua storia culturale.

Lo stereotipo vuole la Torino sabauda legata al Settecento, secolo che certo fu uno dei suoi maggiori; ma colpevolmente trascura l’età in cui nacque la vocazione internazionale del piccolo regno, e cioè il periodo a cavallo tra Cinque e Seicento, contrassegnato dalla straordinaria figura di Carlo Emanuele I, che rimarrà sul trono per ben 50 anni, dal 1580 al 1630.

Colto e amante dell’arte, il duca sabaudo seppe trasformare Torino in una vera capitale europea ponendola, grazie soprattutto a un’accorta politica artistica e culturale, all’altezza delle maggiori corti del suo tempo. Per bellezza, vastità e interesse le sue collezioni rivaleggiavano con quelle dell’imperatore Rodolfo II, e avevano l’ambizione (a cui rimanda il bel titolo dell’esposizione), di riunire tutte le meraviglie che il mondo allora conosciuto poteva offrire in ogni campo delle discipline umane: arte, storia, scienza, l’artigianato più prezioso; tutte accostate secondo i modelli tardo manieristi della Wunderkammer e della Kunstkammer.

L’intento della mostra è dunque quello di riproporre, attraverso circa 250 opere ordinate su un’ampia superficie espositiva che comprende Galleria Sabauda e Biblioteca Reale, un’epoca e una città in piena trasformazione, viste però alla luce di un personaggio e del suo progetto del sapere. Per riuscire nell’impresa i Musei Reali hanno lavorato a lungo e in modo sinergico. Curato dalla direttrice Enrica Pagella, questo articolato progetto ha preso forma innanzitutto grazie ai tre musei maggiormente coinvolti e all’impegno dei rispettivi direttori: Anna Maria Bava per la Galleria Sabauda, Gabriella Pantò per il Museo di Antichità, Giovanni Saccani per la Biblioteca Reale. Insieme a loro una serie di collaboratori e studiosi d’eccezione, tra cui è doveroso ricordare Anna Maria Riccòmini, per le ricerche archeologiche e, per la parte relativa ai sontuosi album naturalistici, Franca Varallo e Pietro Passerin d’Entrèves. Interviene inoltre la Consulta di Torino, che seguirà le attività di promozione e comunicazione che saranno lanciate sul territorio.

Nata in casa, poiché la parte più consistente del patrimonio delle collezioni ducali è conservato presso i Musei Reali, nel tempo la mostra si è definita con sempre maggior precisione, arricchendosi degli apporti di numerosi musei prestatori. Viene ancora da Torino un cospicuo numero di opere (da Biblioteca Nazionale, Archivio di Stato e Palazzo Madama); ma collaborano anche le dimore sabaude piemontesi (i Castelli di Moncalieri e Racconigi), e arriva da prestigiose istituzioni italiane un nucleo di oggetti di particolare pregio: dal museo del Castello Sforzesco di Milano il disegno della volta della Grande Galleria di Federico Zuccari, dal Bargello di Firenze una miniatura giovanile del duca, dal Palazzo del Quirinale due busti antichi. Non mancano, per finire, gli apporti dall’estero, con prestiti dal Louvre e poi Basilea, Madrid, Dresda.

 “Un grande sforzo – spiega Anna Maria Bava – che mira non solo a riproporre le diverse sezioni delle collezioni di Carlo Emanuele I, ma prova anche a far capire quali furono i progetti e le idee dominanti del duca in quel momento. Sarà proprio lui, infatti, a edificare il Palazzo Ducale e a far sì che la sede potesse competere con quelle dei più importanti centri d’Europa”. Insomma, dietro alla volontà di esporre la sua collezione in una Grande Galleria, esisteva già un’idea politica e culturale di ampio respiro, segno preciso dell’importanza di quel contesto storico. “È proprio questo che ci piacerebbe trasmettere ai visitatori: la ricchezza di un periodo poco conosciuto, ma cruciale per il confronto della città con le altre corti europee. La mostra ci insegna che Torino non deve aspettare Juvarra per diventare internazionale, lo è già con il grande slancio promosso da Carlo Emanuele I”.

La Consulta restaura il cupolino

L’intervento della Consulta di Torino apre la nuova fase nel recupero del capolavoro guariniano.

Nel 2017 saranno 20 anni dal terribile incendio che devastò la Cappella della Sindone. Era l’aprile del 1997, e la completa distruzione fu evitata per un soffio. Poi, passate la concitazione e l’angoscia del momento, partirono celermente i primi cantieri e in breve la Cappella venne messa in sicurezza: si inserirono grandi pilastri di acciaio per sostenere la struttura e si ricostruirono le arcate portanti progettate dal Guarini; l’implosione che si temeva venne scongiurata.

Ora quella fase, necessariamente lunga e difficile, sta per concludersi. Gli ingegneri strutturisti che seguono la Cappella affermano finalmente che l’architettura è in sicurezza: l’opera sta su, non corre più alcun rischio. Siamo finalmente a un punto di svolta. Nella primavera si dovrebbero smontare i ponteggi interni, lavoro che prelude alla nuova fase di ricostruzione dei grandi finestroni e di una prima parte dell’apparato decorativo.

Per la Consulta di Torino questi mesi, che precedono la rimozione dell’incastellatura, sono da far fruttare: la struttura è indispensabile per il restauro del cupolino, contributo che l’Associazione vuole dare al progetto di recupero del capolavoro guariniano, nel ventennale dell’evento che ne ha condizionato il destino. “La scelta – dice l’architetto Chiara Momo, che dirigerà il cantiere insieme al padre Maurizio – è caduta su un punto fortemente simbolico: il cupolino è il fulcro decorativo dell’intera Cappella, quello verso cui converge la geniale scenografia barocca. È il prolungamento del Duomo, che esplode nella luce”. Situata a un’altezza di oltre 48 metri, questa parte sommitale presenta non poche complessità. Continua l’architetto: “Il cupolino, che era interamente affrescato a finte finestre e con un coro di angeli, culminava in una doppia raggiera, probabilmente in legno, da cui pendeva una colomba bianca. Di tutto ciò resta solo la traccia degli affreschi, che inoltre subirono un fortissimo shock termico. Un fatto, questo, che pone problematiche ben diverse rispetto a quelle di un semplice invecchiamento: occorrerà analizzare come ha reagito il materiale e i restauratori dovranno possedere le capacità tecniche e l’esperienza per valutare le integrazioni”. Una serie di temi affascinanti e non semplici, che saranno risolti nei prossimi mesi in stretta collaborazione con gli organi di tutela. Il cantiere, che si aprirà all’inizio dell’anno, si dovrà concludere entro aprile-maggio.

A fine anno la prima mostra dei Musei Reali

Si terrà a fine anno la prima grande mostra organizzata dai Musei Reali di Torino, progetto che si avvarrà della collaborazione della Consulta di Torino.

Programmata tra dicembre 2016 e aprile 2017, con un doppio allestimento che coinvolgerà Biblioteca Reale e Galleria Sabauda, sarà intitolata “Tutte le meraviglie del mondo” e presenterà al pubblico uno dei più straordinari momenti del collezionismo sabaudo: quello che tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento vide protagonista il duca Carlo Emanuele I. Figura poco nota, ma centrale: fu infatti l’erede diretto di quell’Emanuele Filiberto (il celebre “Testa di Ferro”) che eleggendo Torino a nuova capitale orientò per sempre le sorti della dinastia verso l’Italia.

Ambizioso, colto, amante delle lettere, delle arti e della scienza, Carlo Emanuele I sarà l’iniziatore delle collezioni dei Savoia: durante il suo lungo regno (mezzo secolo, tra 1580 e 1630) confluiranno alla corte piemontese opere di pittura, sculture, oggetti preziosi, rari volumi e sontuosi album illustrati. Una vera passione enciclopedica, ma non fine a se stessa. Nel giovane duca essa si accompagnava alla volontà politica di imporre un rinnovamento culturale alla città, per conferirle un’immagine nuova a livello internazionale e, di conseguenza, accreditare la sua Casata tra le grandi d’Europa.

La mostra ha l’ambizione di riordinare il patrimonio artistico raccolto dal duca, disperso nei secoli tra residenze e musei, e di raccontarne in modo unitario suggestioni e motivi. L’allestimento, nella fase preliminare, vedrà quindi impegnate tutte e cinque le realtà del polo museale torinese, e verrà quindi proposto e comunicato sotto il logo unitario dei “Musei Reali”.

Proprio le strategie di comunicazione, cruciali in questo contesto inedito, saranno il cuore del lavoro della Consulta di Torino, che attraverso questo progetto avrà il compito di verificare potenzialità e prospettive del nuovo museo autonomo torinese.

Appartamento della Regina, i restauri nella fase finale

Cominciati lo scorso autunno, stanno volgendo al termine – nei tempi stabiliti – gli interventi di restauro conservativo condotti nell’Appartamento della Regina alla Palazzina di Caccia di Stupinigi. Si tratta di cinque ambienti adiacenti al Salone centrale, alcuni dei quali tra i più raffinati della dimora venatoria, specie per gli affreschi dei soffitti. È sufficiente citare lo straordinario “Sacrificio di Ifigenia”, opera di Giovan Battista Crosato che si trova nell’Anticamera dell’Appartamento della Regina; ma pure non è da meno “Il riposo di Diana”, che illustra la Camera da Letto della Regina.

L’intervento, eseguito da diverse ditte specializzate sotto la direzione operativa della restauratrice Barbara Rinetti, ha riguardato tutti gli apparati fissi decorativi, suddivisi per tipologie: le tappezzerie, gli intonaci, i dipinti murali, le boiseries, le tele dipinte delle sovrapporte, le opere lapidee e i serramenti. Le volte, che si presentavano in buono stato, sono state sottoposte a pulizia e rinfrescate.

Non sono mancate alcune piccole sorprese, che tradizionalmente Stupinigi riserva ai restauratori: un fregio dal colore inaspettato, il ritrovamento di rare tappezzerie settecentesche. Di più però non si può dire, poiché il riserbo è d’obbligo prima dell’inaugurazione, fissata per il mese di maggio.

Con questo lavoro, il corpo centrale della Palazzina recupera un altro tassello fondamentale del percorso di visita, mentre in prospettiva già si pensa di affrontare, in un futuro prossimo, l’Appartamento del Re. Una volta concluso, il progetto di riqualificazione degli Appartamenti Reali consentirà di collegare questi ambienti, attraverso la scala juvarriana, con i locali già adibiti a servizi per il pubblico sotto l’Appartamento di Levante.

L’attuale intervento è stato sostenuto dalla Fondazione CRT, con fondi già deliberati a favore della Fondazione Palazzina Mauriziana Stupinigi; la Consulta di Torino ne ha invece curato la gestione e ha coordinato i lavori. Per fine anno è prevista l’uscita di un volume, finanziato anch’esso dalla Fondazione CRT, dedicata al restauro dell’Appartamento della Regina.

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