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A fine anno la prima mostra dei Musei Reali

Si terrà a fine anno la prima grande mostra organizzata dai Musei Reali di Torino, progetto che si avvarrà della collaborazione della Consulta di Torino.

Programmata tra dicembre 2016 e aprile 2017, con un doppio allestimento che coinvolgerà Biblioteca Reale e Galleria Sabauda, sarà intitolata “Tutte le meraviglie del mondo” e presenterà al pubblico uno dei più straordinari momenti del collezionismo sabaudo: quello che tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento vide protagonista il duca Carlo Emanuele I. Figura poco nota, ma centrale: fu infatti l’erede diretto di quell’Emanuele Filiberto (il celebre “Testa di Ferro”) che eleggendo Torino a nuova capitale orientò per sempre le sorti della dinastia verso l’Italia.

Ambizioso, colto, amante delle lettere, delle arti e della scienza, Carlo Emanuele I sarà l’iniziatore delle collezioni dei Savoia: durante il suo lungo regno (mezzo secolo, tra 1580 e 1630) confluiranno alla corte piemontese opere di pittura, sculture, oggetti preziosi, rari volumi e sontuosi album illustrati. Una vera passione enciclopedica, ma non fine a se stessa. Nel giovane duca essa si accompagnava alla volontà politica di imporre un rinnovamento culturale alla città, per conferirle un’immagine nuova a livello internazionale e, di conseguenza, accreditare la sua Casata tra le grandi d’Europa.

La mostra ha l’ambizione di riordinare il patrimonio artistico raccolto dal duca, disperso nei secoli tra residenze e musei, e di raccontarne in modo unitario suggestioni e motivi. L’allestimento, nella fase preliminare, vedrà quindi impegnate tutte e cinque le realtà del polo museale torinese, e verrà quindi proposto e comunicato sotto il logo unitario dei “Musei Reali”.

Proprio le strategie di comunicazione, cruciali in questo contesto inedito, saranno il cuore del lavoro della Consulta di Torino, che attraverso questo progetto avrà il compito di verificare potenzialità e prospettive del nuovo museo autonomo torinese.

L’esperienza della prima Summer School

Istituito con la riapertura del 2006, il settore dei Servizi Educativi ha un posto di crescente rilievo in Palazzo Madama. I progetti dedicati al pubblico sono tanti e decisamente trasversali: tra i programmi messi in campo quello più innovativo riguarda i tirocini formativi per gli studenti, lanciati nel 2009. “Accogliamo i giovani dopo la chiusura dell’anno scolastico – spiega la responsabile, Anna La Ferla – e diamo loro la possibilità di vivere un’esperienza professionale: fanno ciò che facciamo noi, sia come impegno sia come orario, e lavorano su progetti specifici”. A lei, che ha seguito il progetto didattico di Consulta dalle fasi preliminari sino allo svolgimento della Summer School, abbiamo chiesto qualche approfondimento.

Qual è la novità di questo progetto didattico?
Di norma ospitiamo 2-3 persone per volta, mentre in questa occasione abbiamo accolto 15 studenti tra i 16 e i 18 anni. Hanno avuto la possibilità di conoscere Palazzo Madama
e di lavorare all’organizzazione di una piccola mostra creata a partire dalla collezione di biglietti da visita del Sette-Ottocento, mai esposti al pubblico e visibili fino al 12 settembre. Per preparare la mostra hanno dovuto organizzarsi: coordinare le capacità, creare un racconto attraverso le opere, ideare un titolo, produrre un video per la comunicazione online del progetto...

La differenza quindi è solo nei numeri?
È stato diverso l’approccio. A cominciare dal fatto che la Summer School ha previsto un incontro e un workshop con gli artisti Giulia Gallo ed Enrico Partengo perché, pur essendo un museo di arte antica, Palazzo Madama lavora anche sull’oggi, sull’attualizzazione dei temi e delle forme dell’antico nella società contemporanea.

Altre innovazioni?
Un modulo sul 3D. I partecipanti hanno avuto la possibilità di digitalizzare e modellare un bronzetto del Seicento raffigurante Giunone che è stato poi stampato in resina con tecnica 3D. Non è mancata una parte dedicata all’orientamento: chiediamo sempre a chi fa il tirocinio presso di noi di redigere un curriculum vitae, perché imparare a conoscere le proprie capacità è indispensabile. I giovani spesso ritengono di non saper fare nulla, e invece ognuno possiede delle qualità: è importante scavare in sé stessi per individuare le capacità e le attitudini che in futuro potranno svilupparsi.

Sono previsti anche momenti fuori dalle sale?
Oltre a esplorare la Torino della Spina Tre e del Parco Dora, dove gli artisti Partengo e Gallo hanno lo studio, alcuni momenti del lavoro si sono svolti a contatto con la natura, nel giardino medievale di Palazzo Madama. Crediamo che sia fondamentale rendersi conto che gli oggetti hanno un corpo e una fisicità: a questo scopo il rapporto diretto con la natura è stato utilissimo. Lì sono stati seguiti dall’agronomo Edoardo Santoro che si occupa del verde di Palazzo Madama e dai volontari senior civici che svolgono il loro servizio in museo.

Obiettivo del campus?
Il nucleo del progetto è trattare questi ragazzi da adulti, e cioè in modo professionale. Vogliamo offrire un approccio serio a tutte le differenti figure che lavorano in museo, anche per evidenziare la ricchezza di questo microcosmo. Ciò significa dare l’opportunità ai partecipanti di osservare il funzionamento di un museo sotto ogni profilo, facendo comprendere loro che dietro questa attività esistono un’organizzazione complessa e un pensiero.

L’emozione di veder tornare il pensiero di Juvarra

Architetto Momo, quale era la situazione prima dei lavori?
L’Appartamento della Regina era chiuso dal 2003-04, anni in cui si progettò il rinnovo dell’impianto di riscaldamento della Palazzina, sollevando i pavimenti là dove possibile. Finito quell’importante lotto di lavori ci si concentrò sull’apertura del 2011, che ripropose tutto l’Appartamento di Levante. Negli ambienti che abbiamo appena restaurato furono applicate protezioni alle pareti, per evitare che durante la movimentazione si rovinassero le decorazioni più fragili, e venne rimossa la tappezzeria. Trascorsi 13 anni la situazione appariva nel complesso molto critica.

Entriamo nel merito dei restauri. Da dove siete partiti?
Innanzitutto ci siamo concentrati sull’Anticamera della Regina. Lì abbiamo affrontato il restauro della volta di Crosato, del 1733, che raffigura il Sacrificio di Ifigenia. Non aveva particolari problemi: solo una significativa patina di sporco e, com’è normale in questi casi, delle alterazioni dei colori. Una curiosità: le analisi ci hanno mostrato che il manto di Ifigenia è stato eseguito a lacca successivamente. Non è cioè una pittura a fresco, perché l’autore voleva mettere in evidenza e staccare quell’elemento dal contesto. Un’altra informazione significativa venuta dalle analisi stratigrafiche riguarda il cornicione: hanno accertato che in origine era di colore bianco-grigio, proprio come la boiserie sottostante. Lo abbiamo quindi recuperato secondo questa indicazione, e la volta ha riacquistato valore sia a livello architettonico che proporzionale.

Come avete affrontato le decorazioni della parte bassa dell’Anticamera?
Si è intervenuti con una pulitura anche sulla boiserie che occupa la parte della zoccolatura, tutta decorata da Francesco Casoli con piccoli paesaggi a finte architetture, e su ante e finestre. I problemi maggiori si sono evidenziati sulle ante mobili: in più punti c’erano sollevamenti di pellicola pittorica, alcune parti erano state velinate durante un precedente intervento di pronto soccorso, in altre c’erano delle ridipinture eseguite a livello manutentivo. Qualche volta siamo riusciti ad eliminarle, altrove si è scelto di mantenerle.

E poi c’era il problema delle tappezzerie storiche, che parevano compromesse.
Sulla tappezzeria è stato fatto un enorme lavoro. Quella dell’Anticamera era l’originale settecentesca, e sembrava irrecuperabile. Invece è stata tolta, restaurata e rimessa. Ma l’opera è stata lunga e impegnativa perché c’era un problema di consistenza del materiale: la seta si sbriciolava. I restauratori l’hanno prima lavata con una procedura particolare, poi rinforzata e infine posata. Nella posatura si notano dei bordi “neutri” sopra e sotto, perché il tessuto non riusciva più a garantire l’elasticità e tendeva a strapparsi. Comunque, è tornata al suo posto, con un bell’effetto. Anche nella Camera da Letto siamo riusciti a recuperare la tappezzeria. Si tratta probabilmente di un tessuto dell’inizio del Novecento. C’è stata subito la volontà di restaurarla, con un intervento meno corposo dell’altro, ma ugualmente efficace.

La Camera da Letto della Regina è stato il secondo passo.
Qui le condizioni erano più gravi. La stanza su due lati si apre sui giardini e quindi è molto esposta alle infiltrazioni meteoriche: una parte era stata danneggiata dall’acqua che era ruscellata dentro per anni. Sulle pareti, che erano in condizioni drammatiche, si è fatto un consistente intervento, ben armonizzato con il lavoro sugli scuri delle porte e sulle boiseries. La volta è il capolavoro dell’ambiente, ma è molto diversa dalla precedente: se Crosato usa colori vivi, Van Loo predilige i toni leggeri. La pulitura ha di nuovo presentato delle sorprese: è riapparsa la luce del sole che si diffonde su tutto il soffitto, con il disco in corrispondenza del punto dove probabilmente era sistemato il letto del Re, poiché in origine questo era l’Appartamento del sovrano. Ora ammiriamo di nuovo il delicato digradare dai gialli agli azzurri e le trasparenze che resero celebre il pittore francese. Un’altra particolarità riguarda i volti delle donne. Le labbra e le gote erano state “aiutate” da Van Loo con un colore particolare, il rosso vermiglione, un cinabro che però, col tempo, è soggetto a un’alterazione che trasforma il rosso in nero. Così i visi, che dovevano essere ancora più femminili, si erano al contrario “virilizzati”. L’alterazione è irreversibile, ma grazie alla pulitura e a una leggerissima integrazione siamo riusciti a farli tornare naturali.

Quale è stato il momento più felice? Magari una scoperta che non vi aspettavate?
Il progressivo constatare che tutto “tornava”. Avanzando nel restauro, settore dopo settore, appariva dietro ogni dettaglio il pensiero di Juvarra, che è la cosa più bella che potevamo vedere. Sappiamo che a Stupinigi c’è un pensiero unitario molto forte, che va dalla decorazione al territorio: noi, mentre i tasselli ritrovavano il loro posto, lo abbiamo visto tornare poco per volta, e questo è stato per tutti una grande soddisfazione. Quando infine abbiamo rimontato il portone vetrato nella Piccola Galleria e sono riapparsi quei colori freddi, virati sul violetto, gli stessi del Salone Centrale... ci siamo detti che la geniale invenzione juvarriana si poteva toccare con mano. Da architetto dico che tutto ciò fa capire come Stupinigi fu, all’epoca della sua costruzione, un cantiere straordinario, che si risolse in pochissimi anni e fu sempre governato da un’unica, coerente visione. Questo luogo è la summa dell’arte di Juvarra, e forse anche del Settecento europeo.

Oggi passare dal Salone Centrale a questi ambienti è una vera emozione.
Sì, è una bella immersione nel Settecento e in una cultura artistica “alta”. Gli artisti che lavorarono nella Palazzina non furono soltanto dei semplici decoratori: il fatto che Juvarra li abbia scelti in contesti non solo piemontesi – perché lui non aveva una formazione piemontese e il suo sguardo andava al di là del regno sabaudo – significò introdurre a Torino un’avanguardia dell’Arcadia o addirittura dell’Illuminismo.

Che cosa c’è nel futuro?
Speriamo di andare avanti con l’Appartamento del Re. Avremmo il vantaggio di poter seguire una linea ben demarcata, perché l’Appartamento della Regina è stato una grande palestra e le indagini ci hanno fornito moltissime informazioni. Insieme agli altri interventi di Consulta consentirebbe di offrire, completo e leggibile, tutto il corpo centrale, che è il vero cuore della Palazzina.

È rinato l'Appartamento della Regina

Con il restauro di cinque ambienti della Palazzina di Caccia di Stupinigi, Fondazione CRT e Consulta di Torino restituiscono al pubblico una delle parti più preziose e coinvolgenti della Residenza venatoria. Torna in tutta la sua bellezza uno dei vertici dell’architettura piemontese del Settecento.

La Palazzina di Caccia di Stupinigi è sempre una sorpresa. La si può vedere mille volte, e a ogni visita si uscirà con un’impressione inedita, colpiti da un dettaglio che non si era notato o sedotti da una nuova luce, che la straordinaria dimora barocca, inventata nel 1729 da Filippo Juvarra per il regno in ascesa di Casa Savoia, fa emergere dall’infinito catalogo delle sue bellezze.

Questa impressione è ancora più forte quando a Stupinigi si ha la fortuna di vedere restaurate sale da troppo tempo abbandonate all’incuria. È lì che si comprende che intervenire è sempre opportuno, vista l’eccezionale qualità dell’opera; e che la Palazzina merita di tornare integra, per essere offerta all’ammirazione del mondo.

Tutto ciò è quanto suggerisce il restauro dell’Appartamento della Regina, condotto dalla Consulta di Torino e finanziato con fondi della Fondazione CRT, inaugurato il 9 giugno scorso alla presenza di un folto pubblico, tra cui numerose autorità, imprenditori, architetti, storici, restauratori. Durato otto mesi, da ottobre 2015 allo scorso maggio, il meticoloso lavoro restituisce cinque tra gli ambienti più importanti del complesso, che ora si possono di nuovo apprezzare con i colori e la luminosità voluti dallo stesso Juvarra. Dagli zoccoli alle volte tutto è di nuovo perfetto. Dell’imponente opera svolta dai restauratori non si trova traccia, ma proprio questa è la prova del paziente lavoro svolto su affreschi e tele, su porte e boiseries, su tappezzerie e fregi, su cornici e camini. La sensazione è quella di essere immersi in un luogo fuori dal tempo, nel cuore del più raffinato Settecento.

All’interno della Palazzina l’Appartamento ha un’importanza cruciale. Da un lato per la posizione in cui è collocato – nella zona aulica dell’edificio, accanto al Salone juvarriano – dall’altra per i capolavori racchiusi nelle sue stanze, in particolare per gli affreschi sulle volte di Anticamera e Camera da Letto. Inoltre la riapertura, che avviene dopo 13 lunghi anni, permette di ampliare il percorso di visita in modo significativo e proprio nell’area più antica dell’intero complesso, che è anche quella sulla quale sovraintese direttamente Filippo Juvarra.

Per la riqualificazione sono state coinvolte tre ditte di restauro, intervenute sui diversi materiali degli apparati decorativi fissi: il Laboratorio Persano & Radelet ha lavorato su boiseries, cornici e porte; il gruppo di Barbara Rinetti ha preso in carica la pulitura di affreschi e tele; la Tessili Antichi di Viterbo si è occupata delle tappezzerie storiche. Una squadra tecnica di grande sensibilità, che conosce a fondo Stupinigi e le problematiche connesse al suo recupero. A coordinarla tre architetti che oggi sono senz’altro i più profondi conoscitori della Palazzina Mauriziana, Maurizio Momo, Chiara Momo e Mario Verdun di Cantogno, e una storica dell’arte Angela Griseri, che hanno firmato progettazione e direzione lavori. La residenza è un leit-motiv che da sempre accompagna le loro vite professionali e in fondo, quasi trecento anni dopo, sono proprio loro gli ultimi custodi del pensiero juvarriano.

Il cantiere è stato un grande lavoro corale, fatto di analisi, confronti e decisioni, mai facili e sempre da condividere. Decisiva, in questo senso, si è rivelata la supervisione tecnico-scientifica della Soprintendenza alle Belle Arti e al Paesaggio di Torino e Provincia. Il risultato ottenuto conferma che la chiave della riuscita è proprio nell’accordo di questa pluralità di voci. Una pluralità che è poi la cifra stessa della Consulta di Torino, che nella collaborazione tra aziende ha la sua ragion d’essere e conosce bene il valore dell’agire di concerto, come ha ricordato la sua Presidente Adriana Acutis.

Non è facile segnalare i punti qualificanti dell’intervento: ogni minimo partito è stato affrontato con scrupolo e ciò che risalta, alla fine, è l’armonia dell’insieme. Ciò premesso, proviamo a indicare i “fuochi” su cui sono orchestrate le sale.

Nell’Anticamera lo sguardo va subito al soffitto: Il Sacrificio di Ifigenia, dipinto nel 1733 da Giovanni Battista Crosato, colpisce per le sue cromie ora di nuovo vibranti. Sulle pareti non possono sfuggire le cornici a tralci di edera dorata su sfondo di vetro blu, create dal Bonzanigo tra il 1784 e il 1789; non erano in buono stato di conservazione e sono state interamente recuperate. Attenzione speciale va riservata infine alla tappezzeria settecentesca: pareva impossibile da riproporre e invece, con grande cura, è stata tutta ripresa.

La Camera da Letto era quella che versava in condizioni peggiori, rovinata da copiose infiltrazioni d’acqua. Anche qui è la volta ad imporsi: la mano è del francese Van Loo, il tema Il Riposo di Diana, l’anno il 1733; la pulitura ha ridato leggerezza e trasparenza ai soggetti, riscoprendo la calda luce del sole che illumina la scena. La tappezzeria, in questo caso novecentesca, è stata anch’essa salvata e riproposta, dopo un impegnativo intervento.

Ancora il soffitto è l’elemento-chiave nel Gabinetto di Toeletta: un trionfo di grottesche esotiche e fantastiche eseguite da Giovan Francesco Fariano, vero specialista del genere e autore di analoghi decori su altre porte e boiseries. Pessimo lo stato di conservazione iniziale, sul quale si è intervenuti riportando a perfetta dignità la decorazione.

A chiudere la serie di ambienti la Piccola Galleria e un Salotto. La forte regia di Juvarra – esplicita in tutto l’Appartamento – torna ancora una volta in modo netto: nel breve cannocchiale prospettico sono stati ritrovati gli stessi colori del Salone, si scopre la stessa straordinaria relazione che si instaura tra l’architettura e la luce. A distanza di secoli, l’opera del geniale progettista continua a parlarci.

Stupinigi, si inaugura l’Appartamento della Regina

È un altro tassello nella rinascita della Palazzina di Caccia di Stupinigi. Il restauro dell’Appartamento della Regina, condotto dalla Consulta di Torino e finanziato grazie a un investimento di 440mila euro della Fondazione CRT, è stato inaugurato il 9 giugno scorso alla presenza di un folto pubblico, tra cui numerose autorità, imprenditori, architetti, storici, restauratori. Durato otto mesi, da ottobre 2015 allo scorso maggio, il meticoloso lavoro restituisce cinque tra gli ambienti più importanti del complesso (Anticamera della Regina, Camera da Letto, Gabinetto da Toeletta, Piccola Galleria e Salotto) che ora si possono di nuovo apprezzare con i colori e la luminosità voluti dallo stesso Juvarra. Dagli zoccoli alle volte tutto è di nuovo perfetto: imponente l’opera svolta dai restauratori su affreschi e tele, su porte e boiseries, su tappezzerie e fregi, su cornici e camini.

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La riapertura, che avviene dopo 13 lunghi anni, permette di ampliare il percorso di visita in modo significativo e proprio nell’area più antica dell’intero complesso, quella attigua al grande Salone centrale che è il fulcro architettonico dell’intera Palazzina. Alla cerimonia di inaugurazione, scandita dai saluti ufficiali dei rappresentanti degli enti coinvolti nel progetto (Fondazione Ordine Mauriziano, Fondazione CRT, Consulta di Torino e Sovrintendenza di Torino e Provincia), ha fatto seguito uno speciale momento di festa: la rievocazione storica delle cacce reali, che si è svolta sotto la regia di Pietro Passerin d’Entrèves, professore di zoologia e storico delle cacce piemontesi. Per l’occasione, i giardini interni hanno ospitato l’Equipaggio della Regia Venaria di Sonneurs de Trompes de chasse (formazione musicale dell’Accademia di Sant’Uberto), due Veneurs (appartenenti alla stessa Accademia) e alcuni membri della friulana Accademia Mitteleuropea Caccia a Cavallo, tra cui piqueurs a cavallo, valets a piedi e una muta di foxhounds, rustici segugi inglesi che sono utilizzati nella caccia al cervo o al cinghiale. Magnifico il colpo d’occhio sul parterre: accanto alla scalinata l’equipaggio dei suonatori è schierato nella livrea sabauda rouge et bleu de roi, mentre dal fondo del parco si muovono cavalieri e cani. La muta viene ora raggruppata, ora lasciata correre, a seconda dell’avanzamento della caccia. Dinanzi al pubblico si rincorrono le voci secche dei segnali, l’aria si riempie delle fanfare che scandiscono i passaggi cruciali dell’inseguimento. Per mezz’ora, a Stupinigi tutto è sembrato di nuovo come un tempo. Tranne che per il cervo, per fortuna unico assente della giornata. Meglio così. A emozionarci basta quello issato sulla cupola, vero nume tutelare di questo luogo.

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