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Appartamento della Regina, i restauri nella fase finale

Cominciati lo scorso autunno, stanno volgendo al termine – nei tempi stabiliti – gli interventi di restauro conservativo condotti nell’Appartamento della Regina alla Palazzina di Caccia di Stupinigi. Si tratta di cinque ambienti adiacenti al Salone centrale, alcuni dei quali tra i più raffinati della dimora venatoria, specie per gli affreschi dei soffitti. È sufficiente citare lo straordinario “Sacrificio di Ifigenia”, opera di Giovan Battista Crosato che si trova nell’Anticamera dell’Appartamento della Regina; ma pure non è da meno “Il riposo di Diana”, che illustra la Camera da Letto della Regina.

L’intervento, eseguito da diverse ditte specializzate sotto la direzione operativa della restauratrice Barbara Rinetti, ha riguardato tutti gli apparati fissi decorativi, suddivisi per tipologie: le tappezzerie, gli intonaci, i dipinti murali, le boiseries, le tele dipinte delle sovrapporte, le opere lapidee e i serramenti. Le volte, che si presentavano in buono stato, sono state sottoposte a pulizia e rinfrescate.

Non sono mancate alcune piccole sorprese, che tradizionalmente Stupinigi riserva ai restauratori: un fregio dal colore inaspettato, il ritrovamento di rare tappezzerie settecentesche. Di più però non si può dire, poiché il riserbo è d’obbligo prima dell’inaugurazione, fissata per il mese di maggio.

Con questo lavoro, il corpo centrale della Palazzina recupera un altro tassello fondamentale del percorso di visita, mentre in prospettiva già si pensa di affrontare, in un futuro prossimo, l’Appartamento del Re. Una volta concluso, il progetto di riqualificazione degli Appartamenti Reali consentirà di collegare questi ambienti, attraverso la scala juvarriana, con i locali già adibiti a servizi per il pubblico sotto l’Appartamento di Levante.

L’attuale intervento è stato sostenuto dalla Fondazione CRT, con fondi già deliberati a favore della Fondazione Palazzina Mauriziana Stupinigi; la Consulta di Torino ne ha invece curato la gestione e ha coordinato i lavori. Per fine anno è prevista l’uscita di un volume, finanziato anch’esso dalla Fondazione CRT, dedicata al restauro dell’Appartamento della Regina.

Gianfranco Gritella: “Colpo d’occhio sulla Sala degli Stucchi”

L’allestimento della Sala degli Stucchi è stato ideato dall’architetto Gianfranco Gritella come una sorta di cerniera tra i fastosi appartamenti secenteschi che la precedono e la luminosa architettura juvarriana, che la segue immediatamente. In pochi tratti veloci, ecco come la descrive il progettista:

“L’assetto scenico della sala trae spunto dalle fonti d’archivio. Sulla parete verso il cortile, in una grande incisione del 1703, di Giorgio Tasnière, è rappresentata la genealogia della dinastia fondata da Beroldo di Sassonia. Da essa sono ripresi i 27 ritratti che ornano le altre pareti.

Sopra il camino, tre busti di eccellente fattura: al centro, il duca Emanuele Filiberto, leggendario vincitore della Battaglia di San Quintino (1557), artefice del trasferimento della capitale del ducato a Torino; ai lati la consorte Margherita di Valois e il figlio, futuro duca Carlo Emanuele I. Al centro, un incantevole cupido dormiente di epoca romana.

La sala, che chiude la prima parte della promenade attraverso i fastosi ambienti settecenteschi del palazzo dei re, è avvolta in una suggestiva penombra, che prelude all’esplosione di luce e bellezza della spettacolare Grande Galleria juvarriana, capolavoro del barocco internazionale”.

Reggia di Venaria, la sorpresa nasce nella Sala degli Stucchi

A otto anni dall’apertura, la Reggia di Venaria si propone, al grande pubblico che la visita, come un luogo straordinario, un inesauribile contenitore di meraviglie architettoniche e artistiche.

Ciò che però il pubblico non sa è che, se la percezione generale è questa, il merito è da ascrivere a un lavoro che non si è mai fermato. Perché se fu fondamentale lo slancio che portò alla rinascita, non meno importanti risultano i molti interventi che ancora oggi migliorano incessantemente la dimora reale, valorizzandone le potenzialità. Tanti piccoli cantieri che giorno dopo giorno perfezionano la personalità unica di questo posto.

Il nuovo allestimento della Sala degli Stucchi è emblematico di questo atteggiamento. Voluto dalla Consulta di Torino, l’intervento si è concentrato su un punto cruciale della Reggia: l’ambiente che precede la Galleria di Diana, l’invenzione di Juvarra che è diventata l’emblema della residenza. La sala rientrava nei programmi di riallestimento del piano terra, là dove si susseguono senza soluzione di continuità una serie di ambienti secenteschi, privati e di parata. Ultima di questa sequenza, non era mai stata interessata da una vera e propria azione di recupero.

Il tema lo ha affrontato adesso l’architetto Gianfranco Gritella, autore di un originale progetto di allestimento e di restauro. La sua idea trasforma la sala da anticamera un po’ anonima ad ambiente dalle precise catteristiche, che ha anche il compito di preparare i visitatori al coup de théâtre che, varcando la soglia per proseguire il percorso, li lascerà a bocca aperta.

La semplicità è la linea di fondo, come spiega lo stesso Gritella: “La polifonica sequenza di arredi preziosi, dipinti, dorature, arazzi, tendaggi dai vivaci colori, si conclude con un ambiente in penombra e con pochi ma importanti oggetti posti in rilievo da una mirata scelta illuminotecnica”. Lo studio dei documenti d’archivio ha aiutato a definire il ruolo che la sala poteva avere in origine: dagli inventari è emerso che qui erano presenti sculture provenienti da scavi archeologici (tra cui un “putto dormiente” di epoca romana); l’antica denominazione di “sala dei conti e dei duchi sabaudi” ha fatto invece ipotizzare che alle pareti fossero esposti ritratti di esponenti della dinastia.

L’allestimento è stato costruito proprio attorno a questi elementi, pochi ma di sicura suggestione. Protagonista della sala, sistemata in posizione centrale, è la scultura del Cupido dormiente proveniente dalla Villa Adriana di Tivoli, concesso in prestito dal Museo di Archeologia di Torino. Sopra il grande camino di marmo, sorrette da una mensola lignea, tre altre sculture: sono i busti di Emanuele Filiberto, Margherita di Valois e Carlo Emanuele I, preziosi marmi del primo Seicento, già presenti in Reggia e ora ricollocati nella Sala degli Stucchi. Tutte opere che vengono sottolineate da fasci di luce in forte contrasto con il resto dell’ambiente. Su un’altra parete, in dialogo con queste presenze, campeggiano 27 ritratti sabaudi tratti dalle tavole incise nel 1703 da Tasnière. Sono riproduzioni ingrandite di circa 6 volte rispetto all’originale, anche allo scopo di creare un’ambientazione scenica d’effetto, ma priva di clamore. “Quello che abbiamo voluto proporre – aggiunge Gritella – è un ambiente di maggiore quiete, che potremmo quasi definire di decantazione, al fine di preparare al grande spettacolo che ne segue, dove l’architettura juvarriana è protagonista assoluta”.

Così abbiamo rimesso in piedi il gigante: ecco com’è avvenuto il restauro

Il Laboratorio Persano & Radelet è una realtà giovane, ma si sta affermando come una delle più interessanti nel panorama del restauro d’arte in Piemonte. Fondata 4 anni fa da Galileo Pellion di Persano e Thierry Radelet, è strutturata per coprire il restauro di ogni supporto e materia. Con la Consulta ha collaborato su diversi progetti: dal Faro della Vittoria al Colle della Maddalena alla Palazzina di Stupinigi, con interventi sul Salone centrale e nell’Appartamento della Regina, (quest’ultimo in corso d’opera: la conclusione è prevista in primavera). Galileo Persano è il restauratore che ha seguito da vicino il lavoro sull’Ercole di Venaria.

Persano, qual è stato il vostro approccio?
Per il restauro dell’Ercole sono stati eseguiti due tipi di operazioni: una estetica e l’altra conservativa-strutturale. La prima riguardava la pulitura e non ha dato difficoltà, c’era solo un accumulo di sporco superficiale, rimosso con tradizionali impacchi di sale. La parte conservativa -strutturale è stata invece più complessa: l’Ercole presentava una grossa frattura al di sotto delle ginocchia, che anticamente lo aveva diviso in due. Le parti probabilmente erano state riunite negli anni ’50 del Novecento, con vecchi perni di ferro che abbiamo dovuto sostituire.

Quali erano le problematiche strutturali?
I calcoli strutturali e statici della statua sono stati eseguiti dallo studio dell’ingegner Marco Tobaldini, che ha valutato opportuna la sostituzione dei perni. Innanzitutto perché non era possibile conoscerne la lunghezza e poi perché si notava che la malta cementizia che li fissava non era più stabile. La soluzione è stata di inserirne di nuovi e più lunghi, allungando i fori. Altro aspetto strutturale importante è stato il rinforzo del basamento, che evidenziava delle crepe. L’ingegnere ha suggerito delle “cuciture”, fatte con 5 barre filettate che attraversano tutto il basamento.

Era un tipo lavoro che avevate già affrontato?
Si è trattato di un lavoro canonico per questo genere di restauro: le operazioni di incollaggio, sostituzione perni e riassemblaggio avvengono normalmente. La parte difficile è stata però la movimentazione vera e propria, poiché avevamo di fronte un blocco di marmo del peso complessivo di 3 tonnellate: due il corpo e una le gambe. Una volta inseriti i nuovi perni e messa la resina, il problema è stato riallineare in modo perfetto le gambe con il busto.

La crepa non era una guida sufficiente?
Le due parti non combaciavano perfettamente, erano staccate da tanti anni e il marmo era ormai consumato. Abbiamo valutato che le operazioni sarebbero state più semplici se eseguite in orizzontale. Così, dopo aver tagliato la pedana su cui era appoggiato il Colosso, abbiamo alzato la parte inferiore con un transpallet, fino ad allineare perfettamente le gambe con il corpo.

Il momento più emozionante?
Senza dubbio quando è stato rimesso in piedi, e per due motivi. Intanto perché l’Ercole non si vedeva così da più di 40 anni. Da quando cioè si trovava in un magazzino di Palazzo Madama, sempre sdraiato. Nessuno degli addetti ai lavori lo aveva mai visto in piedi, se non in fotografia. E poi perché è stato anche il momento più delicato: in quella posizione la statua faceva forza sui perni; è stata la “prova del nove” della tenuta del lavoro.

E il più difficile?
Direi lo stesso, perché c’è voluta una mezza giornata di lavoro da parte di una ditta specializzata, la Crown Fine Art, che ha seguito tutta la movimentazione qui in laboratorio, sospendendo prima la statua in orizzontale e poi, senza mai farla appoggiare, l’ha messa in verticale e posata a terra. C’era un po’ di timore che potessero crearsi delle crepe nella fessura sotto le ginocchia, e invece no: segno che i perni hanno tenuto perfettamente e non c’è stato alcun movimento.

Un particolare curioso emerso durante il restauro?
Forse il fatto più curioso era l’aspetto “butterato” della statua, che è un po’ il suo mistero da risolvere. La punzonatura diffusa su tutta la superficie è stata oggetto di diverse teorie: alla fine l’ipotesi più plausibile è che l’Ercole sia stato preso di mira da soldati o cacciatori quando era ancora a Venaria, verso la fine del Settecento. La picchiettatura è rimasta: era impossibile da risolvere e fa ormai parte della storia della scultura.

Quanti hanno lavorato sull’Ercole insieme a lei?
Due ingegneri strutturalisti per le analisi preliminari; 4 addetti della ditta Crown, che ha effettuato le movimentazioni; un operaio della ditta Catella Marmi, che ha eseguito i carotaggi per i fori; e poi 3 restauratori del nostro studio. In tutto una decina di persone, che si sono avvicendate tra il 18 settembre e il 24 novembre.

Palazzo Chiablese, si restaurano due sale settecentesche

Proseguono i lavori di riqualificazione a Palazzo Chiablese. La struttura – che da alcuni anni ospita grandi mostre d’arte negli ambienti del piano terra, che sono inseriti nei Musei Reali – al piano superiore sta procedendo nella riorganizzazione degli spazi, secondo una più razionale divisione tra uffici e stanze auliche.

In questo contesto, la Consulta di Torino ha da poco avviato un intervento di restauro conservativo di due sale settecentesche, il Gabinetto degli Specchi e l’attiguo Gabinetto dell’Alcova. Affidato al Centro per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali “La Venaria Reale”, il lavoro viene eseguito dagli allievi del Centro e interessa le boiseries, le superfici decorate a stucco, le specchiere, i pavimenti, le tele dipinte e gli arredi.

Una volta restaurate, le sale si potranno ammirare grazie a un programma di visite guidate predisposto dai volontari del Touring Club Italiano. La conclusione dell’intervento è prevista in aprile.

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