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Reggia di Venaria, un modello moderno

Il tema dei giardini e la rinascita della Fontana d’Ercole, l’identità della Reggia nel circuito delle Residenze Reali, la creazione di un nuovo modello gestionale. La Presidente Paola Zini disegna i prossimi scenari del grande complesso di Venaria, che occupa un ruolo centrale nel sistema culturale del territorio piemontese.

Presidente del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude – l’organismo che gestisce il complesso della Venaria Reale – Paola Zini è oggi impegnata in una missione niente affatto semplice: quella di guidare la Reggia, e con essa l’intero sistema delle residenze, verso una fase matura che consolidi e trasformi l’enorme lavoro svolto sinora su più fronti: di produzione culturale e di organizzazione, di relazioni internazionali e di rapporto con il territorio.
Undici anni dopo l’apertura, la Reggia è un’istituzione sfaccettata e propositiva, a livello europeo antesignana in molti ambiti. I giardini sono uno di questi: mai in Europa era stato tentato un recupero su questa scala, partendo da zero e approdando al risultato di una stretta coerenza tra dimora e aree verdi. In entrambi le molte stratificazioni storiche, caratteristica saliente di questo luogo, emergono attraverso una lettura contemporanea che è un punto di riferimento. “Un paio di anni fa – racconta a tale proposito Paola Zini – la presidente di Versailles mi confidò di essere venuta in visita qui alla in Reggia senza farsi riconoscere: desiderava vedere di persona i giardini con le installazioni di Giuseppe Penone, poiché desiderava introdurre l’arte contemporanea anche nei giardini della reggia francese”. Da questo aneddoto, e dal progetto in fieri della Fontana d’Ercole, parte la nostra conversazione.

Nel cantiere della Fontana d’Ercole si è concluso il primo lotto dei lavori. Il progetto sta gradualmente prendendo vita e, una volta terminato, diventerà uno dei punti focali nel sistema dei giardini. Che cosa vi aspettate da questa struttura e come pensate di utilizzarla?

Il complesso della Fontana era forse l’ultima parte mancante del grande progetto di Venaria. Essere tornati su quell’idea per integrare gli spazi del verde in maniera definitiva ci consentirà di raccontare i giardini in modo inedito, grazie a un nuovo strumento. Credo che parlare oggi dei giardini sia una fortuna perché, arricchiti da questa realizzazione architettonico-paesaggistica, il loro valore è ben diverso rispetto a quello di dieci anni fa.

Peraltro i giardini della Reggia si presentano come un sistema in continua trasformazione naturale e costituiscono una sorta di “work in progress”...

Sì, e bisogna considerare il discorso della materia viva: nei giardini convivono componente umana e componente naturale... Oggi sono maturati e hanno una loro storia. Esistono inoltre altri elementi che ci consentiranno di comunicare il complesso della Venaria con i suoi giardini: innanzitutto il sistema delle residenze reali, che legherà insieme non solo le dimore, ma anche i loro giardini; e poi il fatto che in questi ultimi anni si sia sviluppata una nuova sensibilità verso il mondo della natura, con un pubblico più attento e numeroso rispetto al passato. Infine, un ultimo elemento: da pochi mesi ci stiamo occupando del Castello della Mandria. Il fatto che la sua gestione sia passata al Consorzio delle Residenze Reali Sabaude conferisce un nuovo significato anche alla Reggia: è come se il nostro perimetro si allargasse a un altro pezzo molto importante.

I giardini hanno ormai un peso decisivo nella generale economia della Reggia.

Assolutamente. Anche per questo motivo stiamo lavorando a una mostra dedicata proprio al tema del giardino, in programma il prossimo anno. Sarà un evento che aiuterà il pubblico a capire l’importanza dei giardini e del progetto di recupero della Fontana. Ma nello stesso tempo ci offrirà l’opportunità di legare ancora di più la Reggia alle Residenze reali di tutta Europa conferendo visibilità anche ad altri progetti ormai collaudati come quello della Scuola per Giardinieri, che è un altro elemento significativo del rapporto che abbiamo con altre grandi realtà internazionali, in particolare con Versailles.

Come pensate di promuovere i giardini e la Fontana d’Ercole?

La promozione si inserirà nel più ampio progetto del sistema delle residenze. Ma i giardini potranno essere sempre di più un’attrazione parallela alla Reggia... Oggi il pubblico che viene in visita la domenica e desidera passare l’intera giornata acquista un biglietto che si chiama “Tutto in una Reggia”, che permette di muoversi sia all’interno sia all’esterno. Io penso che il recupero della Fontana d’Ercole rappresenterà una nuova forte attrazione della Venaria, un motivo ulteriore di visita. 

La Fontana d’Ercole rappresenta un tassello decisivo verso il pieno recupero dei giardini. Quali sono gli altri punti che lo renderebbero completo?

Ci sono ancora parti che potranno essere oggetto di realizzazioni nuove. Personalmente sono affezionata a un’idea che sarebbe utile innanzitutto a chi lavora sui giardini: penso al il progetto di una serra, che potrebbe essere concepita come una semplice serra di servizio, oppure diventare un oggetto architettonico contemporaneo. È un tema che sta molto a cuore anche all’architetto Maurizio Reggi, responsabile dell’ufficio conservazione giardini. Da una parte, potrebbe contenere le piante in vaso che hanno bisogno di essere ricoverate durante l’inverno; dall’altra, tenendo conto anche della Scuola di formazione, ci permetterebbe di produrre le fioriture stagionali – primaverili ed estive – assolvendo alla funzione di vivaio.

Il rapporto tra la Reggia di Venaria e la Consulta di Torino si è sviluppato con costanza e regolarità nel corso di un decennio. Come valuta questa collaborazione?

Credo che Consulta sia un partner fondamentale per la Reggia, come per tutti i soggetti che a vario titolo si occupano di cultura sul nostro territorio. È un esempio unico, di cui Torino e il Piemonte devono essere particolarmente fieri. In più l’ho sempre trovato un progetto discreto e concreto come i piemontesi, perché Consulta possiede questo DNA fantastico: il mondo dell’impresa che dialoga con la cultura in maniera puntuale, silenziosa, rigorosa.

A 11 anni dall’apertura se dovesse definire in sintesi che cos’è e a che cosa guarda la Reggia di Venaria, che cosa direbbe?

In questi anni è stato compiuto un grande sforzo per dare un’identità alla Reggia, che all’inizio era un contenitore vuoto. Da subito venne fatto un eccezionale lavoro di valorizzazione in chiave contemporanea, allo stesso tempo innestando sulla residenza una parte di produzione culturale. Oggi la Reggia di Venaria ha un’identità multiforme: il luogo stesso è da sempre motivo di grande attrazione, e nel sistema delle residenze questa vocazione continuerà a rinnovarsi di anno in anno. Ritengo però che sia proprio la parte di produzione culturale, che in altre residenze risulta impossibile per la mancanza di spazi, a dare una grandissima forza alla Reggia. Qui esiste un centro studi, una seconda area dedicata alla produzione e un’altra ancora che comunica e promuove ciò che viene prodotto. E questa è un’unicità incredibile, senz’altro sul nostro territorio e probabilmente in Italia.

Nei prossimi anni che cosa risulterà strategico nella gestione della Reggia di Venaria?

Credo che sarà strategico individuare un nuovo modello. In questi dieci anni la Reggia ha costruito un modello economico-gestionale del tutto originale: il Consorzio ha delle peculiarità molto forti nel panorama culturale italiano. Ma finora questo lavoro lo si è fatto su un bene, e cioè su questa struttura. Ecco, credo che ora quel modello debba essere modificato – che è quanto stiamo cominciando a fare – per essere traslato su un circuito. Ciò non vuol dire che le altre residenze debbano adeguarsi o gravitare nella sfera di Venaria, ma piuttosto individuare insieme un buon modello gestionale. 

Che cosa della sua esperienza professionale pensa di aver portato qui a Venaria?

Ho avuto la fortuna di lavorare per 7 anni, tra il 2000 e il 2007, al piano strategico della città di Torino, proprio nel momento in cui la Reggia di Venaria stava rinascendo. Contribuire al disegno che il territorio si stava dando, e all’interno del quale la cultura assumeva un peso importante e nuovo, ha rappresentato per me un’esperienza straordinaria. Un’esperienza che credo qui a Venaria possa essere d’aiuto per costruire.

Fontana d’Ercole, il punto sull’opera

Concluso in settembre il primo lotto di lavori, il cantiere sta per entrare nel vivo: partiranno in primavera il recupero della vasca centrale e le principali opere sul ninfeo. A Venaria un’esposizione per conoscere da vicino il progetto.

È stato ultimato nello scorso mese di settembre il primo lotto dei lavori per il restauro e la valorizzazione del complesso archeologico della Fontana d’Ercole nei giardini della Reggia di Venaria. L’intervento, appaltato all’associazione temporanea d’imprese Bertero-Cogefa, è stato diretto dallo studio dell’architetto Gianfranco Gritella sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Torino, nella persona del Soprintendente architetto Luisa Papotti, e ha riguardato la costruzione in officina e l’allestimento in cantiere delle strutture metalliche destinate a coprire l’intero sviluppo dei ruderi secenteschi.

L’opera strutturale, suddivisa in due settori – copertura terrazzata del ninfeo centrale e gradonate delle due “tenaglie” laterali – è costituita da un sistema di solai sorretti da coppie di colonne in acciaio che sorreggono settori di telai metallici orizzontali, posti a quote diverse, sui quali è posata una copertura in lamiera, completata da un getto in calcestruzzo armato. Tutta la struttura è svincolata dalle murature antiche, così come le fondazioni non interferiscono con le vestigia archeologiche. Assemblata principalmente mediante unioni bullonate, tutta la costruzione metallica è concepita come un telaio interamente reversibile e smontabile senza che alcun peso o elemento di nuova realizzazione coinvolga, sia visivamente che strutturalmente, i ruderi secenteschi.
L’importo complessivo del primo lotto di lavori è stato di 535.700 Euro e ha interessato una superficie coperta di 1120 mq, con l’impiego di circa 83 tonnellate di acciaio.
È in corso di attuazione l’intervento di impermeabilizzazione di tutta la superficie coperta, così da consentire la totale protezione dell’area durante la prossima stagione invernale. Successivamente si provvederà alla realizzazione della pavimentazione definitiva e alle controsoffittature degli ambienti interni. 

Proseguono intanto gli interventi di perfezionamento del progetto del secondo lotto, anche alla luce delle conoscenze e delle indagini archeologiche portate avanti in questi mesi. Tappa successiva è l’appalto dei lavori che costituiscono il blocco centrale delle opere di avanzamento del cantiere, la cui aggiudicazione, a seguito della gara di appalto, avverrà agli inizi dell’anno successivo. Tali lavori comprenderanno, tra l’altro, lo scavo e il recupero della vasca centrale, gli impianti elettrici e idraulici, i rivestimenti esterni e le opere architettoniche interne al ninfeo. Questa seconda tranche di lavori sarà progressivamente affiancata dal cantiere di restauro di murature e decorazioni antiche, il cui inizio è previsto per la primavera del 2019. 

Nel frattempo sono stati ultimati i paralleli cantieri per la complessa costruzione delle volte in centine lignee destinate alla copertura interna del ninfeo, che saranno poste in sito nel corso della prossima stagione lavorativa, e i calchi con le conseguenti riproduzioni in grandezza naturale delle statue dei quattro telamoni monumentali, tratti dagli originali oggi posti sulla facciata principale del castello di Govone, compresa la ricostruzione di un settore della gigantesca trabeazione marmorea che originariamente costituiva il coronamento centrale della facciata principale del ninfeo.
Questi elementi, tra cui i calchi dei quattro telamoni, assieme a un gruppo di disegni di progetto, acquerelli e alcuni modelli architettonici, sono oggi esposti alla Reggia di Venaria, nella “Sala delle Belle Arti” gentilmente messa a disposizione di Consulta dalla Direzione della Reggia di Venaria e dal Presidente dell’Accademia Albertina. In questa sala, situata al secondo piano, è stata allestita una esposizione dal titolo “L’artificio, la magnificenza e il mito” nell’ambito del percorso espositivo della mostra “Ercole e il suo mito”.

Sulle strade della Sindone

Dalla Valle di Susa a Torino: una serie di itinerari storico-artistici segue, lungo l’antica via Francigena, le tracce del Sacro lino. Promosso dal Centro Culturale Diocesano, il progetto è sostenuto dalla Consulta.

 

La riapertura della Cappella della Sindone, tornata splendida dopo il magistrale restauro, non ha solo restituito un simbolo a Torino, ma ha anche aggiunto un motivo di forte attrazione turistica alla città. Questa consapevolezza, che la Consulta possiede da sempre, ha spinto l’associazione a ragionare su un progetto che potesse mettere il bene culturale, non appena restaurato, al centro di una rete di relazioni, facendone il perno di un più vasto sviluppo territoriale.
È nata così l’idea de “La Sindone tra le Alpi”, un programma di itinerari storico-artistici legati alle testimonianze sindoniche in Valle di Susa, messo a punto dal Centro Culturale Diocesano. Alla base di tutto una serie di considerazioni forti: la consistenza dei flussi di turisti e pellegrini che percorrono l’antica via Francigena; la possibilità di fare della Cappella guariniana non solo una semplice tappa, ma il vertice di un viaggio connotato in chiave spirituale; e poi l’occasione di unire cultura, comunità ed economia in un sistema di ampia valorizzazione del patrimonio culturale. 

Le potenzialità, dunque, esistono e sono molte le linee su cui si potrà lavorare nei prossimi anni. Nel frattempo, sta muovendo i primi passi un piano di fruizione e comunicazione coordinato: sono stati ideati un logo e una grafica comune, si è compiuta un’attenta ricognizione storico-artistica e iconografica dei luoghi, sono ormai operativi sette itinerari, distribuiti tra alta, media e bassa Valle di Susa. Tra le innovazioni più interessanti anche la creazione di un’applicazione mobile che, grazie alla tecnologia beacon e al protocollo Bluetooth, consente di interagire con i beni presenti sul territorio. Sul sito vallesusa-tesori.it una esauriente panoramica delle tante attività di valorizzazione messe in campo: un quadro assai articolato da cui presto si attendono i primi risultati.

Lo sguardo dei giovani sui Musei Reali

Le “Visioni Reali” di 24 studenti dello IED di Torino, che hanno elaborato le loro tesi in collaborazione con i Musei Reali e il sostegno di Consulta.

Prendete un gruppo di giovani creativi alla fine della loro formazione scolastica presso lo IED, un’istituzione culturale come i Musei Reali – quasi un piccolo mondo per l’ampiezza dell’offerta e la vastità dei luoghi – e un’associazione attenta ai progetti didattici come la Consulta di Torino: il risultato di questa collaborazione avrà in sé la freschezza dello sguardo, la bellezza dell’arte, la passione per la cultura. E di certo non lascerà indifferenti.
Sono proprio questi gli ingredienti di un inedito e interessante progetto che ha avuto per protagonisti 14 studenti del corso triennale di fotografia e 10 del corso triennale di illustrazione dello IED di Torino, impegnati a costruire le loro tesi finali, coordinati dalle insegnanti Bruna Biamino (fotografia) e Sara Maragotto (illustrazione). Ne sono usciti, sotto il titolo a chiave de “Visioni Reali”, una piccola mostra (ospitata presso i Musei Reali dal 6 dicembre al 27 gennaio) e un libro riccamente illustrato, che documentano il lavoro intelligente, e talvolta imprevedibile, svolto da questo gruppo di talenti. Il tema, proposto dalla direttrice dei Musei Enrica Pagella, è stato un “percorso attraverso gli spazi, le collezioni, le persone”, e le interpretazioni non hanno deluso le aspettative: musei e collezioni sono stati colti da occhi curiosi, divertiti, alla ricerca di particolari inaspettati o fuori dagli schemi. “Abbiamo voluto proporre agli studenti – dice la Direttrice dello IED Paola Zini – un tema non semplice, dal fascino arcaico, con il preciso intento di farli lavorare con oggetti, volti, luoghi, atmosfere del passato per raccontare una delle icone culturali del nostro territorio, certi del fatto che il futuro si costruisca anche attraverso una profonda e consapevole lettura del passato”. Una visione, per restare al titolo con cui il progetto si presenta al pubblico, che si integra con quella della Presidente della Consulta Adriana Acutis: “Ambientata in uno dei musei più importanti d’Europa, questa iniziativa mette insieme formazione, tradizione e creatività e indirizza la creatività in un contesto pratico in grado di generare professionalità qualificate per il futuro. La Consulta, impegnata dal 1987 a riportare la forza dell’eredità culturale alla base della creatività e dell’innovazione del territorio, è felice di partecipare a un progetto che rientra pienamente nelle proprie strategie.”

Con rigore e con passione, il recupero di un capolavoro

Un’avventura lunga dieci anni: totalizzante come possono essere le prove più impegnative, ma capace anche di ripagare in modo assoluto quando la sfida è vinta. Marina Feroggio, l’architetto che ha diretto i lavori di restauro della Cappella della Sindone, cominciò a seguire il cantiere guariniano nel 2009, anno in cui, appena entrata in Soprintendenza, affiancò l’architetto Mirella Macèra nella gestione del progetto di recupero, mentre il raggruppamento di professionisti costituito dai professori Giorgio Macchi e Paolo Napoli, insieme all’arch. Walter Ceretto e agli ingegneri Stefano Macchi e Giancarlo Gonnet dirigeva i lavori di riabilitazione delle strutture. Il suo approccio al restauro è stato da conservatorista, e quindi di rigoroso rispetto verso la materia e la storia. Qui ci illustra alcuni tra i passaggi più delicati della grande opera.

Primo punto di svolta nel restauro della Cappella della Sindone è stato l’annuncio, dato dagli strutturisti, che la cupola non correva più il rischio di crollare e poteva tornare a reggersi da sola.

Capire la struttura è stato fondamentale. Per riuscirci sono state avviate moltissime indagini chimiche, fisiche e meccaniche, fino a comprendere come funzionava: la parte muraria e quella lapidea si aiutavano reciprocamente. La parte lapidea, quindi, non era solo un rivestimento. Questa scoperta poneva un problema collaterale: se la struttura era un unicum risultava quasi obbligatorio ricostruire tutto. Fu in quella fase che intervenne con forza l’architetto Macera, che come funzionario della Soprintendenza ribadì che la linea del restauro era orientata a non sostituire, o comunque a sostituire il meno possibile. La soluzione fu definire delle linee lungo la cupola, attraverso cui far passare le forze: soltanto gli elementi che ricadevano nell’ambito di queste direttrici sarebbero stati sostituiti. Ed è così che la cappella è stata scomposta in elementi costitutivi, utilizzando il concio come elemento ordinatore: si tratta dei materiali lapidei che costituiscono l’intera struttura, quasi come se fossero le tessere di un lego. Su 5450 conci individuati (con grande varietà di misure, dai 4 metri di altezza ai 20 centimetri) 1420 sono stati sostituiti e rifatti ex novo, rispettando scrupolosamente le dimensioni previste da Guarini. 

Quasi la ricostruzione di un grande mosaico, un lavoro invisibile agli occhi di chi guarda...

Ora è stato tutto raccordato, perché l’immagine doveva essere restituita nel suo complesso. Ma naturalmente ci sono precisi elementi realizzati con marmi nuovi, per i quali si è persino riaperta una cava. E questa è stata un’altra sfida.

Anche perché quando la cava originale venne riaperta si scoprì che il filone era esaurito...

La cava originale di Frabosa Soprana era in disuso già nel Settecento poiché venne interessata da una frana quando era ormai in via di esaurimento. Ai tempi di Guarini approvvigionava marmo nero, bigio e verzino, qualità che si ottenevano a seconda della profondità di stratificazione. Riaprirla però non risultò un’operazione fattibile. Allora è stata individuata un’altra cava, poco distante dalla prima e a cielo aperto, dunque più facile da gestire. Ha funzionato esclusivamente per il cantiere della Cappella: è stata aperta per ottenere la quantità strettamente necessaria al cantiere di restauro. Da lì sono stati cavati 27 blocchi di marmo, con le stesse caratteristiche dei marmi storici. E proprio con quel materiale abbiamo ricostruito ad esempio tutto l’arco sghembo che si affaccia sul Duomo. Un elemento dalla valenza particolare non solo per la posizione, ma perché studiato da Guarini e non ereditato dal progetto di Bernardino Quadri. 

Ma nel corso di quest’anno quali momenti hanno segnato le tappe verso la riapertura?

Credo che la svolta decisiva degli ultimi mesi sia avvenuta quando abbiamo cominciato lo smontaggio del castello di puntellazione, in primavera. È stato il momento che ha segnato il countdown verso la riapertura, e anche il primo in cui ho potuto vedere il cantiere nell’insieme. Bisogna pensare che tutto il lavoro è stato diretto avendo ogni 2 metri un piano di ponteggio che non permetteva una visione complessiva: è stato un momento di emozione e di verifica del lavoro.

Per i problemi posti e le soluzioni adottate il cantiere della Cappella della Sindone farà scuola. Che cosa ha significato dirigerlo senza avere dei precedenti sui quali orientarsi?

L’elemento fondamentale è stato il cosiddetto cantiere della conoscenza, perché sulla Cappella esistevano moltissime notizie e fonti bibliografiche relative all’architettura, ma nessun documento sulla struttura. Ecco, ritengo che il tratto distintivo di questo cantiere sia stato proprio quello di non avere basi, nessuna descrizione della fabbrica, niente di ciò che nel linguaggio odierno potremmo definire una “relazione tecnica”. Per questo il cantiere della conoscenza non si è mai chiuso, ma è proseguito parallelamente allo sviluppo dei lavori e alla sperimentazione fino alle fasi finali. 

Nel caso del Cupolino, invece, proprio la documentazione ha messo in luce qualche novità.

Il documento che lo riguarda si riferisce al pagamento del pittore Cortella, che affrescò la volta con i cherubini e le nuvole. Ma il dato più significativo che emerge da questa fonte storica è che viene citato padre Guarino Guarini, e ciò fa capire che l’autore vide la sua opera finita. Un fatto che si non era affatto scontato perché Guarini morì nel 1683, e la Cappella venne inaugurata nel 1694, 11 anni dopo. E invece nel documento, che parla di un affresco realizzato quando l’opera era ormai conclusa, si dice che questo dipinto venne eseguito proprio sotto le direttive di Guarino Guarini. 

Secondo lei quale era un tempo e qual è oggi la funzione di questo piccolo ambiente?

Doveva trattarsi di una vera e propria “camera di luce” sommitale, forata alla base da dodici aperture ovali che davano origine a una zona immateriale posta a fondale della stella-sole lapidea in cui convergeva il canestro di archi del cestello e al cui centro spiccava la colomba dello Spirito Santo. In un fantastico gioco di raggi di luce che si può ammirare anche adesso, in particolari momenti della giornata: linee disegnate molto nettamente, intrecci luminosi che si inseriscono in un’architettura dagli incredibili effetti prospettici.

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