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Una “wellness dello spirito” per unire arte, fede e benessere

Intervista con Don Gianluca Popolla, Direttore del Centro Culturale Diocesano di Susa e coordinatore del progetto “La Sindone tra le Alpi”

Che la storia della cultura occidentale sia inseparabile dalla storia religiosa e spirituale è cosa nota: l’intera arte europea non esisterebbe senza queste coordinate. Altro discorso però è trovare un linguaggio per spiegarlo, questo intreccio, trasformandolo in materia piacevole e alla portata di tutti. Don Gianluca Popolla, Direttore del Centro Culturale Diocesano di Susa e Incaricato Regionale dei Beni Culturali Ecclesiastici di Piemonte e Valle d’Aosta, da anni lavora a questa sfida. Che si può vincere impostando strategie nuove: “Attraverso i musei e il nostro patrimonio culturale – dice – dobbiamo tentare un approccio diverso, stimolando la curiosità delle persone affinché si pongano delle domande. Per far questo cerchiamo di “impressionarle” con un linguaggio contemporaneo, intercettando i loro interessi e cominciando a incontrarle là dove si trovano”. 

Don Popolla, partiamo dalla Sindo Half Marathon, che con 600 iscritti ha riscosso un ottimo successo. Se lo aspettava? 

Sinceramente sì, perché sono sempre di più le persone che uniscono l’interesse per il benessere psicofisico alla curiosità per il territorio in cui vivono. Noi abbiamo solo cercato di “impastare” questi ingredienti per promuovere il progetto. 

Con quale spirito è nata questa manifestazione e qual era il significato che intendeva trasmettere? 

La Sindo Half Marathon è nata con l’obiettivo di far conoscere al più alto numero di persone il nostro patrimonio storico-artistico, attraverso strumenti familiari e vicini alla loro sensibilità. Abbiamo cercato di stimolare l’esercizio di corpo e mente per accompagnare ciascuno ad accorgersi, camminando, della bellezza del territorio e delle testimonianze artistiche che esso ospita. Potremmo quasi parlare di una sorta di “wellness dello spirito”. Alla fine direi che ci siamo riusciti: basti pensare che la maggioranza dei partecipanti non solo non era mai entrata nella Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso, ma neppure nel Duomo di Torino e nella Cappella del Guarini. 

Pensate di riproporla, o di proporre un’esperienza analoga? 

Considerato l’interesse suscitato dall’esperienza, vorremmo provare a utilizzarla per questo e altri percorsi. 

La mezza maratona si inserisce nel più vasto progetto “La Sindone tra le Alpi”, che propone una serie di itinerari sindonici tra la Francia e la Val di Susa. Lanciata qualche anno fa, come sta funzionando questa formula e come può essere ulteriormente sviluppata e potenziata? 

“La Sindone tra le Alpi” intende valorizzare tre dimensioni: il cammino lungo i sentieri percorsi dalla Sindone, l’arte che tali transiti hanno prodotto nel tempo, la misericordia come valore da coltivare da parte di ogni uomo. Questi tre elementi hanno una potenza narrativa universale e attuale, perché vanno oltre il tempo, la società e la fede religiosa che li hanno organizzati in un dato periodo. 

Che ruolo gioca in questo piano di comunicazione il Centro Culturale Diocesano di Susa che lei dirige? 

La Cultura ha un’indubbia importanza sociale e un altrettanto grande significato economico. Consapevole di questo, il Centro Culturale Diocesano di Susa mette a disposizione la professionalità dei suoi collaboratori per elaborare progetti che uniscano i due livelli. Siamo in contatto costante con i nostri web-maker e con i tour operator che propongono gli itinerari sindonici, e per raccontarli utilizziamo anche strumenti nuovi come i beacon, che consentono le aperture automatizzate di alcune cappelle. Inoltre il Centro Culturale è in contatto con istituti scolastici, con enti di assistenza e con le Caritas per promuovere progetti di integrazione sociale mediante l’arte. 

Sono ormai molti anni che il tema del cammino spirituale ha un proprio vasto pubblico. Lei crede che esistano i presupposti per introdurre quel modello anche sulla Via Francigena della Valle di Susa? 

Il turismo slow e green è ovunque in costante aumento e dopo anni di intenso lavoro finalmente la Valle di Susa e Torino sono riconosciuti a livello europeo come itinerario francigeno: ogni anno sono numerosissime le persone che attraversano a piedi le nostre strade.  

Quali sono i punti cruciali su cui intervenire, visti da chi, come lei, ha responsabilità dirette nella gestione del patrimonio culturale? 

A questo punto è necessario rendere maggiormente fruibili i nostri siti storico-artistici, sensibilizzare gli operatori culturali e ricettivi a un’accoglienza consapevole (che vuol dire informata del proprio territorio), potenziare la comunicazione digitale. 

“La Sindone tra le Alpi” è un progetto sviluppato grazie alla collaborazione del Centro Diocesano con la Consulta di Torino. Come si è svolto il lavoro in comune e con quali risultati? 

Il partenariato tra Centro Diocesano e Consulta Torino può senz’altro essere portato ad esempio: il confronto e il dialogo non sono mai mancati nelle diverse fasi del lavoro. Il progetto che abbiamo condiviso credo sia la dimostrazione che Torino e la montagna possono lavorare insieme: ciascuno di noi ha condiviso le proprie competenze e conoscenze e le ha messe a disposizione dell’altro. Una vera partnership, che è andata oltre la dimensione puramente economica.

 

Chiesa di San Carlo, si interviene sul campanile

È prossimo all’apertura il cantiere di restauro conservativo che interesserà una delle due chiese affacciate sul salotto di Torino.  

Quinta di una della più classiche inquadrature torinesi, la Chiesa di San Carlo Borromeo è stata protagonista di uno dei primissimi interventi di Consulta: l’anno era il 1990 e ad essere restaurate furono le facciate delle due chiese gemelle di San Carlo e Santa Cristina, che con la loro presenza marcano, fin dalla prima metà del Seicento, un lato di Piazza San Carlo.

Oggi, a quasi trent’anni di distanza, ad aver bisogno di aiuto sono il campanile e la facciata sul lato di via Roma. Entrambi necessitano di una generale revisione delle superfici intonacate, che denunciano diffusamente i tipici segni del passare del tempo: alterazioni della pellicola pittorica, esfoliazioni ed efflorescenze saline, rigonfiamenti dell’intonaco, piccoli distacchi di elementi decorativi; su tutto, una complessiva patina di sporco.

Destinato specificamente alla conservazione e al restauro di intonaci ed elementi architettonici, l’intervento, finanziato dal MiBACT e da Consulta, è stato affidato allo Studio DeArch di Torino. Preceduti da una serie di saggi stratigrafici delle finiture pittoriche, i lavori saranno quindi concentrati sul ripristino delle superfici e degli elementi decorativi lineari, ma includeranno anche il ripasso di faldoni, converse e coperture in metallo e pietra; la ritinteggiatura finale sarà eseguita nel rispetto delle cromie antiche.

Maratona per la Sindone

Successo della Sindo Half Marathon: 600 persone di ogni età hanno camminato insieme lungo la Via Francigena, tra Sant’Antonio di Ranverso e il Duomo di Torino.

Gli elementi per una buona riuscita c’erano tutti: una domenica d’inizio autunno, un percorso punteggiato da opere d’arte, il piacere di condividere una camminata con amici, familiari o persone dagli interessi affini. E tuttavia, un successo così pieno forse è arrivato inatteso: il 13  ottobre scorso alla partenza della Sindo Half Marathon si sono ritrovati addirittura in 600, pronti ad affrontare –  senza l’assillo della gara – un tratto della Via Francigena: per l’esattezza i 23 km che separano la Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso dal Duomo di Torino. 

Organizzata dall’Associazione Sportiva Iride, in collaborazione con il Centro Culturale Diocesano di Susa e la Consulta di Torino, la manifestazione è nata per valorizzare gli itinerari sindonici lungo l’antica Via Francigena. Una proposta, quella degli itinerari, dalle forti potenzialità turistiche ed economiche anche per i tanti stimoli che include: culturali, spirituali, ambientali, psico-fisici. Tappe intermedie della mezza maratona, che si è snodata soprattutto lungo strade bianche e sentieri, sono state Alpignano e la cascina Marchesa, nel parco torinese della Pellerina, dove i partecipanti hanno sostato per il pranzo al sacco. Da lì, ultimo strappo verso il Duomo, dove sono arrivati in 500. Divisi in piccoli gruppi, tutti hanno infine visitato la Cappella della Sindone, capolavoro architettonico e giusto traguardo di ogni pellegrinaggio. 

Per Don Gianluca Popolla, Direttore del Centro Culturale Diocesano di Susa e guida della giornata, è stata la conferma che comunicare il patrimonio culturale si può, e senza rinunciare a spiegare la complessità del reale: “La maratona ce l’ha dimostrato. Se l’avessi chiamata processione forse le presenze sarebbero state pochissime; chiamandola Marathon abbiamo fatto le stesse cose, ma con un coinvolgimento diverso. Seicento persone di tutte le età, bambini, genitori e nonni, che alle 8 e mezza del mattino, si trovano a Sant’Antonio di Ranverso per camminare verso la Cappella della Sindone sono la prova che se modifichiamo il linguaggio possiamo parlare a tutti dei valori più importanti”.

 

Workshop con Güler Ates per gli studenti dell’Accademia Albertina

Il Progetto Didattico della Consulta ha visto un gruppo di 25 studenti lavorare sul progetto site responsive dell’artista.

Il Progetto Didattico di Consulta è ormai una tradizione, ma non ha una formula fissa: ogni anno, infatti, viene adattato alla situazione più interessante, quella cioè che meglio può fare squadra con altre istituzioni ed essere più utile ai ragazzi che vi partecipano. In questo senso, l’edizione 2019 si è rivelata esemplare per complessità ed efficacia: rivolto a un selezionato gruppo di 25 allievi dell’Accademia Albertina, il Progetto ha coinvolto un’importante artista anglo-turca, la fotografa Güler Ates, docente alla Royal Academy of School di Londra, invitata dalla Fondazione Torino Musei a elaborare un progetto site responsive per il MAO, il Museo di Arte Orientale di Torino, nell’ambito dell’Art Site Fest 2019. 

È nata così la mostra intitolata “Shoreless”, una serie di affascinanti fotografie realizzate da Güler Ates e ambientate negli spazi del Museo torinese: immagini scattate durante i viaggi dell’artista –  molte in India, altre in Europa, Sud America, Medio Oriente – e quelle eseguite in Piemonte nel giugno di quest’anno, nell’evocativa cornice delle residenze reali. Immagini di grande bellezza formale, che riprendono performance tra danza e teatro: protagoniste di ogni inquadratura sono misteriose figure velate, metafisiche presenze che alludono al dialogo tra culture di Oriente e Occidente, tema che è alla base della poetica dell’artista. Grazie al sostegno di Consulta la mostra – che si può visitare fino al 6 gennaio 2020 – è anche documentata da un elegante catalogo, esito finale di una collaborazione trasversale tra didattica, arte, istituzioni.   

Coordinati dalla professoressa Laura Valle, docente di pittura dell’Accademia, e da Maria Cristina Lisbona per Consulta, gli studenti hanno perciò vissuto “un workshop importante in termini artistici e formativi”. Accade raramente di poter condividere il lavoro sul campo con un maestro di fama internazionale; ma quando capita i ragazzi ne escono entusiasti: “Güler – hanno scritto – si è posta al nostro livello. Non ci ha considerato allievi, ma artisti suoi pari, condividendo con noi i segreti del mestiere nel campo dell’arte con umiltà e franchezza”. L’insegnamento più alto, quello che non dimenticheranno mai.

Comincia ad apparire la nuova Fontana dell’Ercole

Al cantiere della Fontana dell’Ercole, nei Giardini della Reggia di Venaria, le rovine stanno gradualmente lasciando il posto alle strutture che segneranno il risultato finale. Ad apparire, dopo un’approfondita ma indispensabile fase di studio e di ricerche d’archivio, è dunque la “linea visibile” dei lavori, ossia quel momento emozionante in cui il progetto da ideale diventa reale.

In questo caso un progetto assolutamente fuori dal comune, perché il tema non era soltanto quello del restauro, ma presentava una ben maggiore complessità: riproporre secondo modelli contemporanei un’invenzione barocca di cui non restavano che labili tracce. Per usare le parole del progettista, architetto Gianfranco Gritella, “Un’opera che ha radici nel passato, ma che è soprattutto una porta aperta verso il futuro”. 

In fondo, un intervento che non poteva che essere tentato se non qui, alla Reggia di Venaria, la cui rinascita, sottolinea Luisa Papotti, Soprintendente per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Torino, è stata tutta all’insegna dell’eccezionalità: “Quello di Venaria è stato uno dei più grandi cantieri sperimentali di restauro a livello internazionale, che ha introdotto un nuovo sistema di gestione e di collaborazione”. E se la Fontana dell’Ercole rappresenta l’ultimo tassello nel recupero della Reggia, nello stesso tempo esso è anche uno degli episodi più difficili, che ha messo in evidenza “il coraggio della Consulta di Torino e la sua capacità di apportare idee e disegnare percorsi”. Consulta che ringrazia i mecenati Compagnia di San Paolo, Intesa Sanpaolo, Società Reale Mutua di Assicurazioni, Iren, Consorzio delle Residenze Reali Sabaude-La Venaria Reale e l’Associazione Amici della Reggia. 

Ma ora è tempo di guardare avanti: l’opera si sta sviluppando secondo un piano equilibrato e coerente, nel pieno rispetto delle caratteristiche tipologiche di ciò che rimaneva. L’accurato restauro degli apparati decorativi del ninfeo, ormai definitivamente salvati dal degrado, comincia a dialogare con tutti gli elementi nuovi che poco per volta, come in un grande puzzle, troveranno la loro giusta collocazione: dai calchi dei giganteschi telamoni (ottenuti, direttamente dagli originali che si trovano al Castello di Govone) alle eleganti volte lignee di copertura, che saranno posizionate entro la primavera. Alla secolare storia di smisurate ambizioni e grandi meraviglie che contrassegna la Reggia di Venaria sta per aggiungersi un nuovo capitolo.   

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