News

Partono i lavori nell’Appartamento del Re

A Stupinigi nuovo recupero di ampio respiro, che restituirà le suggestioni della vita di corte.

Promessa mantenuta. Nell’estate del prossimo anno, alla Palazzina di Caccia di Stupinigi sarà possibile ammirare l’Appartamento del Re, che la Consulta di Torino si appresta a restaurare.

Formata da una serie di ambienti – si tratta in sostanza di un’ala gemella dell’Appartamento della Regina, riaperto lo scorso giugno – quest’area colmerà l’ultima significativa lacuna nella zona centrale del complesso, quella cioè che ruota attorno al Salone juvarriano. Sono ambienti di grande fascino evocativo, che permettono di capire come si svolgeva la vita quotidiana a corte e il loro recupero riveste perciò un’importanza strategica nell’itinerario di visita. Conclusa la fase di progettazione esecutiva e di assegnazione dei lavori tra ottobre e novembre, è ora tempo di cominciare. Affidato agli architetti Maurizio e Chiara Momo, i maggiori esperti del gioiello sabaudo, il restauro prevede un cantiere di cinque-sei mesi, analogo per molti aspetti a quello della Regina. “Il lotto – dice Chiara Momo – ha la stessa consistenza dell’altro: abbiamo di nuovo Anticamera, Camera da letto, Gabinetto da toeletta, Salottino e Corridoio di collegamento con il Salone. Anche le problematiche sono le stesse, ma il vantaggio è che partiamo con una serie di indagini e riflessioni fatte in precedenza e quindi con soluzioni già individuate”.

Caratteristica saliente dell’Appartamento del Re sono gli strepitosi arredi: è lo spazio che ospitava le specchiere e i lampadari monumentali, i preziosi Piffetti e tutto un mobilio spettacolare che – già perfettamente restaurato – dovrà essere ricollocato nella sua sede. “La movimentazione e il montaggio di questi mobili sarà certamente uno dei passaggi più delicati – aggiunge l’architetto Momo –, ma potrà avvenire solo dopo il restauro dell’apparato decorativo fisso: ripuliremo le volte, rifaremo gli infissi, recupereremo una tappezzeria novecentesca, lavoreremo sui pavimenti”. Nel frattempo il Centro di Restauro della Reggia di Venaria si prenderà cura di una serie di arredi mobili dell’Appartamento della Regina, che verranno riconsegnati in tempo per l’inaugurazione del nuovo restauro. Si avrà così l’occasione di ammirare l’Appartamento del Re nella magnificenza dei suoi arredi e quello della Regina con i mobili originari.

Il cuore verde di Palazzo Reale

Creati nel XVI secolo, oggi i giardini della residenza rappresentano uno snodo cruciale nel sistema dei Musei Reali. Un nuovo progetto della Consulta punta a restituirli alla città, in linea con le grandi realtà d’Europa.

Il grande fermento suscitato dall’istituzione dei Musei Reali comincia a tradursi in realtà. Il vento nuovo che percorre la cultura torinese lo si può cogliere in molteplici aspetti: mentre apre la sontuosa mostra dedicata a Carlo Emanuele I e alle sue passioni da collezionista, sono tanti i progetti che, pur avanzando silenziosamente, saranno destinati a incidere in modo profondo sull’immagine futura della città.

Uno dei più vasti e ambiziosi è senz’altro quello che riguarda i Giardini Reali: un piano varato dalla Consulta di Torino che trasformerà in modo garbato ma radicale il cuore verde della città sabauda, un’area composita che si estende su circa 24.000 metri quadrati. L’articolazione è complessa, anche per via delle tante sovrapposizioni storiche succedutesi dalla seconda metà del Cinquecento ai nostri giorni. Oggi si possono individuare tre settori distinti: il Giardino del Duca che rappresenta la parte più antica e occupa l’area tra Palazzo Reale e la manica della Galleria Sabauda; il Boschetto con platani e olmi secolari, creato a metà Ottocento e rimasto come testimonianza romantica; e infine uno spazio impostato dal grande André Le Nôtre, il progettista di Versailles, ma secondo una dimensione prospettica del tutto diversa da quella che possiamo vedere ora. A queste tre zone si deve poi aggiungere l’ampia porzione del Giardino basso, situato sotto le mura e prospiciente il Museo Archeologico.

A spiegarci il senso e la portata dell’operazione di recupero è l’architetto Diego Giachello, che ha redatto il progetto esecutivo: “La nostra missione – afferma Giachello – è dotare questo spazio verde di quelle soluzioni tecniche che un giardino deve necessariamente avere e che le prolungate chiusure finora non hanno permesso di realizzare. La prima funzione che manca è l’illuminazione: questo giardino, tanto per cominciare, non è praticabile di sera. La dotazione di un impianto illuminotecnico, non deve però essere vista soltanto in funzione dell’uso dell’ambiente o della sicurezza. Va pensata anche con una finalità scenografica, magari per gli spettacoli son et lumière che immaginiamo potranno svolgersi qui”.

Tema centrale dell’architettura contemporanea, quello dell’illuminazione deve risultare efficace e discreto, e ancora di più se applicato alla natura. In un giardino storico non si può certo pensare di introdurre pali o lampioni: la luce deve arrivare ovunque, ma attraverso una rete quasi invisibile, fatta di strutture leggere e tecnologicamente avanzate. In questo caso l’elemento-chiave per la soluzione saranno i vasi e le fioriere. “Bisogna pensare – prosegue Giachello – che i Giardini Reali furono popolati, a un certo punto della loro storia, da migliaia di vasi. Si trattava di contenitori di tipologie differenti e tra questi anche centinaia di casse per i citroni, come anticamente in Piemonte venivano chiamati gli agrumi. La più celebre di queste casse è quella detta Caisse de Versailles, un modello francese costruito ininterrottamente dal 1600, di cui esiste una versione torinese, con proporzioni meno slanciate, ma altrettanto elegante. Noi intendiamo reintrodurle, ma trasformandole in piccole macchine tecnologiche. Al loro interno sarà nascosta una serie di strumenti funzionali al giardino: dall’illuminazione di emergenza alla diffusione acustica, che consentirà di trasmettere musica, ma anche tutte le possibili informazioni per il pubblico”. Solo nel Giardino del Duca si prevedono circa 80 di queste casse, che ospiteranno gli impianti-luce per l’illuminazione di base delle facciate.

Altro elemento strategico sarà il punto di accoglienza. A questo scopo una piccola edicola verrà collocata nel giardino, accanto all’atrio di ingresso: si tratterà di una comoda postazione che consentirà di offrire servizi di accoglienza e l’eventuale pagamento di un biglietto. Infine, non potrà mancare tutta una serie coordinata di umili ma indispensabili oggetti di servizio: fontanelle, sedute, cestini, paline segnaletiche e informative, info-point.

Tornando ai temi più specificamente ambientali, l’altra zona di particolare interesse è senza dubbio il Boschetto che costeggia il giardino formale. Nato come estensione del giardino barocco, questo spazio si trasforma in boschetto romantico probabilmente dopo metà Ottocento: il primo documento in cui compare è del 1864, e da allora lo troviamo pressoché inalterato. Su questa porzione lavorerà l’architetto Paolo Pejrone – uno dei maestri riconosciuti del paesaggismo internazionale –, che ha pensato di disegnare, tra platani e olmi secolari, una rete di vialetti che agevolino una passeggiata nel sottobosco. Ne risulterà una zona d’ombra assai piacevole, specialmente in estate, arricchita dalle fioriture delle specie tappezzanti che verranno introdotte sotto gli alberi.

In sintesi, è chiaro che i Giardini diventeranno uno snodo cruciale nel sistema dei Musei Reali, e assolveranno via via svariate funzioni, a seconda delle esigenze: spazio di svago e di intrattenimento, polmone di accoglienza, crocevia per il transito da un museo all’altro. I primi lavori sono previsti nei mesi iniziali del 2017, stagione ideale per la preparazione del boschetto. Che diventerebbe così il primo lotto interamente sistemato e potrebbe essere inaugurato già a fine primavera-inizio estate.

Fontana dell’Ercole, ecco il progetto

L’architetto Gianfranco Gritella anticipa alcune delle idee alla base del restauro della grandiosa invenzione architettonica creata da Amedeo di Castellamonte per la Reggia di Venaria. Fortemente innovativo, l’intervento è sostenuto dalla Consulta di Torino.

È probabilmente l’ultimo tassello mancante nel vasto catalogo delle bellezze che può vantare la Reggia di Venaria. Ma la Fontana dell’Ercole – che nel disegno originario di Amedeo di Castellamonte chiudeva teatralmente il giardino alto, aprendosi verso l’infinito della natura – non poteva restare un desiderio incompiuto nel processo di recupero della residenza sabauda. Le strutture dalla grande Fontana infatti rivivranno grazie a un complesso e innovativo progetto ormai prossimo ad essere presentato al pubblico e cantierato nella primavera futura.

A occuparsene è stato chiamato l’architetto Gianfranco Gritella, nome di spicco tra gli studiosi delle Residenze sabaude e dei temi storici e culturali collegati alle vicende architettoniche del Piemonte sei-settecentesco. Lo attende un compito non facile. Dell’antica Fontana oggi resta ben poco: i ruderi riemersi dagli scavi effettuati tra il 2004 e il 2006 non lasciano certo immaginare l’antico fasto che possedeva la struttura barocca, edificata per generare stupore attraverso l’armonia delle architetture, la preziosità delle decorazioni e l’ingegnosità dei giochi d’acqua. Un passato splendore che è restituito pienamente attraverso le incisioni seicentesche del Theatrum Sabaudiae, destinate a tramandare in maniera celebrativa i fasti della corte sabauda.

Le riflessioni da cui si sviluppa il progetto di restauro e valorizzazione dell’area archeologica si situano tra le antiche idealizzazioni, le fonti d’archivio e le informazioni che si possono dedurre dai lacerti che ancora si conservano. Un ampio spazio di indagine che in questa fase iniziale deve essere colmato da analisi specifiche, studi, confronti e domande. “Dobbiamo innanzitutto comprendere – spiega l’architetto – com’era stato realizzato e quali erano le funzioni delle diverse parti dell’edificio. Sappiamo poco di questa complessa struttura, di com’era tecnicamente e di come funzionavano i suoi sistemi idraulici; un vero e proprio meccanismo edilizio, concepito per ospitare un vasto repertorio artistico, giocato sul mito della natura e dell’acqua come fonte di vita”.

Non esistendo progetti o schemi originali, le ricerche in prevalenza sono svolte nel campo dell’archeologia e della tecnologia antica. I confronti con altre architetture monumentali tipiche del giardino barocco risultano essenziali: Villa della Regina a Torino, Villa Borromeo sul Lago Maggiore, Villa Lante della Rovere a Viterbo, Villa Litta Arconati Visconti a Lainate, sono solo alcuni possibili esempi di confronto. Ma la conservazione e la rifunzionalizzazione delle architetture superstiti della Fontana dell’Ercole passano innanzitutto dall’identificazione degli spazi che la costituivano, con le loro caratteristiche decorative, dai sistemi di funzionamento dei giochi d’acqua alla posizione delle sculture oggi rimosse e alle caratteristiche dei materiali utilizzati. “La grande fontana nel Settecento venne volutamente demolita e tutti i decori e i materiali di valore furono rimossi e smontati – spiega Gritella –. È necessario recuperare le tessere di un mosaico composito: sapere quante erano le sculture, qual era il loro significato, se sono ancora presenti sul territorio... Oppure riproporre le tracce di una memoria figurativa attraverso l’uso cosciente delle tecnologie contemporanee. Di questo patrimonio artistico di alta qualità sopravvivono alcuni pezzi eccezionali: tra questi le monumentali statue dei telamoni, che decoravano i pilastri del ninfeo, e la statua dell’Ercole Colosso, che tornerà protagonista al centro della Fontana”.

Impossibile, in ogni caso, pensare a una riproposizione di ciò che esisteva in origine. Su questo Gritella non ha dubbi: “Se anche possedessimo le conoscenze tecniche e le informazioni iconografiche per ricostruire le forme perdute dell’intera Fontana, ciò risulterebbe incoerente con la coscienza storica e la cultura del nostro tempo. È invece possibile tentare di integrare il tradizionale progetto di recupero con un percorso didattico. I valori che un tempo erano pertinenti alla messa in scena dell’architettura, si riveleranno attraverso l’utilizzo di strumenti multimediali e di una teatralità attuata con il suono e la luce. Una sorta di palcoscenico virtuale su cui sarà possibile coinvolgere il pubblico, e dove raccontare, con immagini in movimento e con l’acqua, come funzionava questa particolare macchina architettonica”.

Diviso in lotti funzionali e consequenziali, il cantiere verrà attivato nella primavera del 2017 e arriverà a compimento a metà del 2018. Il primo intervento prevede, oltre al restauro di somma urgenza dei ruderi, la copertura del ninfeo, che sarà realizzata in carpenteria metallica prefabbricata, del tutto reversibile, così da evitare ogni operazione troppo invasiva. Solo in una seconda fase si giungerà a riproporre la funzionalità delle fontane nel grande bacino centrale.

Il tempo delle meraviglie

Ai Musei Reali di Torino una mostra racconta il duca Carlo Emanuele I e ripropone le sue splendide raccolte d’arte. Nasceva in quel contesto, a cavallo tra Cinque e Seicento, la vocazione internazionale della città.

Segnatevi la data. La grande mostra che si inaugura presso i Musei Reali di Torino il prossimo 15 dicembre – “Le meraviglie del mondo. Le collezioni di Carlo Emanuele I di Savoia” – non si potrà perdere, poiché segnerà un punto di svolta nell’immaginario della città e della sua storia culturale.

Lo stereotipo vuole la Torino sabauda legata al Settecento, secolo che certo fu uno dei suoi maggiori; ma colpevolmente trascura l’età in cui nacque la vocazione internazionale del piccolo regno, e cioè il periodo a cavallo tra Cinque e Seicento, contrassegnato dalla straordinaria figura di Carlo Emanuele I, che rimarrà sul trono per ben 50 anni, dal 1580 al 1630.

Colto e amante dell’arte, il duca sabaudo seppe trasformare Torino in una vera capitale europea ponendola, grazie soprattutto a un’accorta politica artistica e culturale, all’altezza delle maggiori corti del suo tempo. Per bellezza, vastità e interesse le sue collezioni rivaleggiavano con quelle dell’imperatore Rodolfo II, e avevano l’ambizione (a cui rimanda il bel titolo dell’esposizione), di riunire tutte le meraviglie che il mondo allora conosciuto poteva offrire in ogni campo delle discipline umane: arte, storia, scienza, l’artigianato più prezioso; tutte accostate secondo i modelli tardo manieristi della Wunderkammer e della Kunstkammer.

L’intento della mostra è dunque quello di riproporre, attraverso circa 250 opere ordinate su un’ampia superficie espositiva che comprende Galleria Sabauda e Biblioteca Reale, un’epoca e una città in piena trasformazione, viste però alla luce di un personaggio e del suo progetto del sapere. Per riuscire nell’impresa i Musei Reali hanno lavorato a lungo e in modo sinergico. Curato dalla direttrice Enrica Pagella, questo articolato progetto ha preso forma innanzitutto grazie ai tre musei maggiormente coinvolti e all’impegno dei rispettivi direttori: Anna Maria Bava per la Galleria Sabauda, Gabriella Pantò per il Museo di Antichità, Giovanni Saccani per la Biblioteca Reale. Insieme a loro una serie di collaboratori e studiosi d’eccezione, tra cui è doveroso ricordare Anna Maria Riccòmini, per le ricerche archeologiche e, per la parte relativa ai sontuosi album naturalistici, Franca Varallo e Pietro Passerin d’Entrèves. Interviene inoltre la Consulta di Torino, che seguirà le attività di promozione e comunicazione che saranno lanciate sul territorio.

Nata in casa, poiché la parte più consistente del patrimonio delle collezioni ducali è conservato presso i Musei Reali, nel tempo la mostra si è definita con sempre maggior precisione, arricchendosi degli apporti di numerosi musei prestatori. Viene ancora da Torino un cospicuo numero di opere (da Biblioteca Nazionale, Archivio di Stato e Palazzo Madama); ma collaborano anche le dimore sabaude piemontesi (i Castelli di Moncalieri e Racconigi), e arriva da prestigiose istituzioni italiane un nucleo di oggetti di particolare pregio: dal museo del Castello Sforzesco di Milano il disegno della volta della Grande Galleria di Federico Zuccari, dal Bargello di Firenze una miniatura giovanile del duca, dal Palazzo del Quirinale due busti antichi. Non mancano, per finire, gli apporti dall’estero, con prestiti dal Louvre e poi Basilea, Madrid, Dresda.

 “Un grande sforzo – spiega Anna Maria Bava – che mira non solo a riproporre le diverse sezioni delle collezioni di Carlo Emanuele I, ma prova anche a far capire quali furono i progetti e le idee dominanti del duca in quel momento. Sarà proprio lui, infatti, a edificare il Palazzo Ducale e a far sì che la sede potesse competere con quelle dei più importanti centri d’Europa”. Insomma, dietro alla volontà di esporre la sua collezione in una Grande Galleria, esisteva già un’idea politica e culturale di ampio respiro, segno preciso dell’importanza di quel contesto storico. “È proprio questo che ci piacerebbe trasmettere ai visitatori: la ricchezza di un periodo poco conosciuto, ma cruciale per il confronto della città con le altre corti europee. La mostra ci insegna che Torino non deve aspettare Juvarra per diventare internazionale, lo è già con il grande slancio promosso da Carlo Emanuele I”.

Le imprese rinnovano il territorio

Passo dopo passo le imprese e gli enti soci di Consulta trasformano il territorio con un impegno reso forte dalla collaborazione e dalla costanza. I risultati sono tangibili, il territorio respira, è un volano positivo che stupisce e continua. E lo dicono in modo esemplare le parole di Massimo Gramellini: “Quando la Consulta nacque, nel 1987, la bellezza di Torino era un segreto custodito gelosamente... Oggi, se un torinese in giro per l’Italia o per il mondo afferma di abitare in una città meravigliosa, nessuno sorride più”.

Nel secondo semestre 2016 Consulta si è resa partecipe di tre progetti che evidenziano bene i valori che la animano. A settembre è stato inaugurato il restauro del dipinto dell’Annunciazione nella Chiesa dell’Annunziata di Chieri. La storia di quest’opera è intimamente collegata con quella di un ospedale per poveri malati e viandanti fondato nel 1278. Nel 1337 sorse nelle vicinanze una cappella dedicata all’Annunziata. Poi nel 1469 un pittore fiammingo, segno evidente della risonanza internazionale del territorio, dipinse su muro, non a fresco ma a olio, una “Vergine con l’Arcangelo Gabriele”. Si dice che tra il XVI e il XVII secolo, grazie alla preghiera ispirata dal dipinto, siano avvenuti diversi miracoli. In particolare nel 1651 un giovane muto riacquistò la voce. Fu allora che si decise di edificare il santuario sul posto dell’antica cappella per ospitare l’amata raffigurazione di Maria.

A ottobre si è concluso il progetto Porte ad Arte per il recupero di due ex dazi che oggi ospitano bimbi sotto i sei anni nelle periferie di Torino. Le tre giovani artiste vincitrici del bando hanno rivestito di dipinti le facciate dei dazi. Da edifici di confine e separazione, grazie all’arte i dazi sono diventati simbolo di porte aperte e comunione. L’arte nella sua essenza è apertura, prende vita nei sensi di chi la percepisce, è comunione per eccellenza. E Consulta fa della condivisione, della collaborazione duratura, la propria forza e il proprio fondamento. Il progetto Porte ad Arte sottolinea l’importanza di questa apertura a livello territoriale. Come per un’orchestra, insieme si raggiunge l’armonia, insieme si rigenera il territorio.

A dicembre sarà inaugurata la mostra nei Musei Reali sulle collezioni di Carlo Emanuele I. La Consulta di Torino si è presa in carico la comunicazione. La mostra è la prima realizzazione comune dei Musei Reali, per la prima volta essi si propongono al pubblico con la forza della loro unione, che li rende uno dei complessi più imponenti d’Europa. L’Armeria Reale, la Biblioteca Reale, la Cappella della Santissima Sindone, la Galleria Sabauda, i Giardini Reali, il Museo Archeologico, Palazzo Reale e Palazzo Chiablese si estendono su una superficie di 3 chilometri creando uno straordinario percorso espositivo di 55.000 metri quadrati che racconta una storia lunga oltre 2000 anni. I Musei Reali sono visitabili con un unico biglietto. La sezione della mostra relativa agli Album dei pesci, uccelli e fiori verrà allestita nelle Sale espositive della Biblioteca Reale, realizzate da Consulta in collaborazione con la Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT. La comunicazione della mostra sulle sorprendenti collezioni di Carlo Emanuele I è un primo passo che mira a dare identità e visibilità internazionale all’importante complesso museale.

Passo dopo passo, la forza di aziende capaci di lavorare insieme per il bene comune lascia un segno tangibile. È il coraggio imprenditoriale di dire grazie al territorio, superando la necessità di un riscontro individuale immediatamente quantificabile, a favore di obiettivi comuni che hanno un riscontro internazionale e una ricaduta positiva su tutti. È una questione di metodo. Le imprese insieme per un territorio che si rinnova.

SOCI