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Un restauro tradizionale, con alcune novità

I fratelli Gianfranco e Carlo Vinardi sono gli architetti che hanno diretto i lavori di restauro e conservazione del Gabinetto del Segreto Maneggio degli Affari di Stato, composto da tre delicati ambienti di squisita fattura settecentesca.“L’intervento – raccontano – presentava delle peculiarità decisamente interessanti”.

Come si presentavano gli ambienti prima del restauro?

Molte boiserie e oltre metà delle cornici intagliate degli specchi erano in uno stato critico: numerosissimi i segmenti spezzati o non fissati, parecchie le parti lignee ammalorate. Si notava anche l’eccessivo uso fatto in passato di porporina (una polvere metallica utilizzata per dorare fin dall’antichità), tale da deteriorare nel tempo la doratura, specialmente nelle zone inferiori delle pareti, dove erano evidenti parti completamente annerite. Assai degradate apparivano anche le zone contigue ai serramenti, poco adatti a trattenere le infiltrazioni d’acqua.

Quali sono stati i passaggi iniziali del lavoro?

Si parte sempre da una conoscenza approfondita della situazione. Successivamente viene fatto il rilievo per tracciare la mappa dei degradi. In questo caso abbiamo eseguito un rilievo particolarmente puntuale e dettagliato, che ha focalizzato molto bene tutti i difetti. Infine, insieme agli addetti ai lavori, abbiamo individuato i mezzi e i materiali migliori per arrivare all’obiettivo prefissato.

L’intervento che cosa ha riguardato?

Siamo partiti studiando la quantità di patina che si intendevaa lasciare, e cioè il grado di pulitura a cui si voleva arrivare: in ambienti di questo genere, così riccamente decorati, è un punto fondamentale. Per questo motivo, durante ogni riunione tecnica abbiamo sempre rimesso in discussione il livello a cui era necessario fermarsi, avanzando con cautela. Il restauratore ha fatto un generale lavoro di conservazione, fissaggio e pulitura, ricostruendo solo là dove era strettamente necessario dal punto di vista estetico. Portare il restauro a una maggiore facilità di lettura, integrando qualche piccolo frammento, è una strada corretta, ma non bisogna esagerare. Nella nostra visione la ricostruzione deve essere minima e perciò facciamo sempre il possibile per mantenere la materia originale.

I restauratori hanno usato tecniche tradizionali o nuove?

In generale sono state utilizzate le classiche tecniche di restauro. L’unica novità introdotta riguarda i calchi di alcuni fregi, che sono stati fatti con la resina. E dai calchi sono stati ottenuti, grazie a sostanze anch’esse a base di resine, i fregi mancanti. In tal modo sono state colmate piccole lacune, che altrimenti avrebbero trasmesso un senso di trascuratezza all’insieme.

Gli arredi del Piffetti sono gli oggetti più pregiati di questi ambienti. Come siete intervenuti su questi capolavori di ebanisteria?

Anche i Piffetti sono stati puliti e rivisti. Anzi, è stata fatta un’operazione molto interessante per eliminare i tarli sotto vuoto, tramite azoto. Gherardo Franchino, il restauratore che ha collaborato con noi, è un vero maestro in questo tipo di trattamento. I mobili sono stati spostati nella sala adiacente e sistemati sotto un’attrezzatura speciale per tutta la durata dell’operazione, nel corso della quale tarli e batteri sono morti per mancanza di ossigeno. I mobili sono poi stati ricollocati al loro posto, dopo un’accurata inceratura del pavimento. 

Infine è stata rivista l’illuminazione, tema non facile in sale rivestite da specchi e boiserie.

Mai come in questo caso è stato difficile definire l’illuminazione. Alla fine è stata scelta una soluzione abbastanza tradizionale: poiché nel Gabinetto del Segreto Maneggio sarà consigliabile chiudere le gelosie, si è scelto di tenere gli stessi punti di illuminazione, sostituendo però le vecchie lampadine con altre di nuova generazione. In alto, invece, sono stati aggiunti dei faretti, e la volta affrescata dal Beaumont ne esce decisamente valorizzata.

Visitare il museo, un’avventura digitale

Parte da Palazzo Madama un progetto dalla forte impronta tecnologica che valorizzerà i percorsi di visita delle collezioni museali. Un format che potrebbe estendersi anche agli altri Musei Civici.

La parola d’ordine è coinvolgere. Sentinelle infallibili di quanto profondamente stiano cambiando i modi di apprendere e amare la cultura, i musei sanno bene che oggi una missione prioritaria è quella di comunicare in maniera semplice ed efficace con il pubblico, introducendolo non solo a una visita, ma dentro un’esperienza. Sono chiamati perciò a sperimentare linguaggi accattivanti e strumenti attuali, che sappiano inserire le opere del patrimonio culturale in un contesto stimolante, ricco di relazioni con il visitatore.
Parte da queste premesse un nuovo progetto elaborato dalla Consulta di Torino e dall’Associazione Amici della Fondazione Torino Musei, pensato inizialmente per rinnovare gli itinerari di visita di Palazzo Madama. Per modernizzare cioè tutto quel cruciale apparato didattico costituito da didascalie, testi e informazioni che rappresenta la “voce” con cui il Museo parla ai suoi ospiti che, dopo averne varcata la soglia, si attendono un incontro non banale con l’arte e la cultura.
Ma di che cosa si tratta concretamente? L’idea di base è quella di costruire una piattaforma digitale che, attraverso la tecnologia beacon e l’uso dello smartphone, permetta di interagire facilmente con ambienti e opere del museo, ponendo ogni visitatore al centro di un’esperienza multi-sensoriale. Una nuova dimensione che, come spiegano le linee generali del progetto “scardina il concetto di museo inteso quale spazio espositivo ed informativo, e lo inserisce in un sistema di comunicazione multilayer che lo rende accessibile in modi e tempi diversi (prima, durante e dopo la visita) e che perciò lo ricontestualizza. Proprio in questo senso, diventa importante creare effetti in grado di stimolare la curiosità, di sorprendere e di emozionare”.
Elementi di riferimento di questo inedito sistema potrebbero essere dei totem multimediali che, distribuiti in punti strategici del percorso, accompagnerebbero il visitatore nella conoscenza di vari aspetti dell’istituzione: la storia del museo, oppure le collezioni permanenti o, ancora, gli allestimenti temporanei. Una scelta che ciascuno potrà fare prima di cominciare il tour, a seconda dell’itinerario e del livello di approfondimento desiderato. L’obiettivo è quello di condurre il visitatore – italiano o straniero – lungo un percorso guidato, al termine del quale avrà ricevuto tutte le informazioni necessarie alla comprensione del museo. Affidato alle competenze tecniche di Reply, azienda socia di Consulta leader italiana nel settore del system integration e delle applicazioni di digital services, il progetto potrebbe, dopo Palazzo Madama, allargarsi in futuro alle esigenze degli altri Musei Civici torinesi, secondo un coerente piano di comunicazione territoriale.

Reggia di Venaria, un modello moderno

Il tema dei giardini e la rinascita della Fontana d’Ercole, l’identità della Reggia nel circuito delle Residenze Reali, la creazione di un nuovo modello gestionale. La Presidente Paola Zini disegna i prossimi scenari del grande complesso di Venaria, che occupa un ruolo centrale nel sistema culturale del territorio piemontese.

Presidente del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude – l’organismo che gestisce il complesso della Venaria Reale – Paola Zini è oggi impegnata in una missione niente affatto semplice: quella di guidare la Reggia, e con essa l’intero sistema delle residenze, verso una fase matura che consolidi e trasformi l’enorme lavoro svolto sinora su più fronti: di produzione culturale e di organizzazione, di relazioni internazionali e di rapporto con il territorio.
Undici anni dopo l’apertura, la Reggia è un’istituzione sfaccettata e propositiva, a livello europeo antesignana in molti ambiti. I giardini sono uno di questi: mai in Europa era stato tentato un recupero su questa scala, partendo da zero e approdando al risultato di una stretta coerenza tra dimora e aree verdi. In entrambi le molte stratificazioni storiche, caratteristica saliente di questo luogo, emergono attraverso una lettura contemporanea che è un punto di riferimento. “Un paio di anni fa – racconta a tale proposito Paola Zini – la presidente di Versailles mi confidò di essere venuta in visita qui alla in Reggia senza farsi riconoscere: desiderava vedere di persona i giardini con le installazioni di Giuseppe Penone, poiché desiderava introdurre l’arte contemporanea anche nei giardini della reggia francese”. Da questo aneddoto, e dal progetto in fieri della Fontana d’Ercole, parte la nostra conversazione.

Nel cantiere della Fontana d’Ercole si è concluso il primo lotto dei lavori. Il progetto sta gradualmente prendendo vita e, una volta terminato, diventerà uno dei punti focali nel sistema dei giardini. Che cosa vi aspettate da questa struttura e come pensate di utilizzarla?

Il complesso della Fontana era forse l’ultima parte mancante del grande progetto di Venaria. Essere tornati su quell’idea per integrare gli spazi del verde in maniera definitiva ci consentirà di raccontare i giardini in modo inedito, grazie a un nuovo strumento. Credo che parlare oggi dei giardini sia una fortuna perché, arricchiti da questa realizzazione architettonico-paesaggistica, il loro valore è ben diverso rispetto a quello di dieci anni fa.

Peraltro i giardini della Reggia si presentano come un sistema in continua trasformazione naturale e costituiscono una sorta di “work in progress”...

Sì, e bisogna considerare il discorso della materia viva: nei giardini convivono componente umana e componente naturale... Oggi sono maturati e hanno una loro storia. Esistono inoltre altri elementi che ci consentiranno di comunicare il complesso della Venaria con i suoi giardini: innanzitutto il sistema delle residenze reali, che legherà insieme non solo le dimore, ma anche i loro giardini; e poi il fatto che in questi ultimi anni si sia sviluppata una nuova sensibilità verso il mondo della natura, con un pubblico più attento e numeroso rispetto al passato. Infine, un ultimo elemento: da pochi mesi ci stiamo occupando del Castello della Mandria. Il fatto che la sua gestione sia passata al Consorzio delle Residenze Reali Sabaude conferisce un nuovo significato anche alla Reggia: è come se il nostro perimetro si allargasse a un altro pezzo molto importante.

I giardini hanno ormai un peso decisivo nella generale economia della Reggia.

Assolutamente. Anche per questo motivo stiamo lavorando a una mostra dedicata proprio al tema del giardino, in programma il prossimo anno. Sarà un evento che aiuterà il pubblico a capire l’importanza dei giardini e del progetto di recupero della Fontana. Ma nello stesso tempo ci offrirà l’opportunità di legare ancora di più la Reggia alle Residenze reali di tutta Europa conferendo visibilità anche ad altri progetti ormai collaudati come quello della Scuola per Giardinieri, che è un altro elemento significativo del rapporto che abbiamo con altre grandi realtà internazionali, in particolare con Versailles.

Come pensate di promuovere i giardini e la Fontana d’Ercole?

La promozione si inserirà nel più ampio progetto del sistema delle residenze. Ma i giardini potranno essere sempre di più un’attrazione parallela alla Reggia... Oggi il pubblico che viene in visita la domenica e desidera passare l’intera giornata acquista un biglietto che si chiama “Tutto in una Reggia”, che permette di muoversi sia all’interno sia all’esterno. Io penso che il recupero della Fontana d’Ercole rappresenterà una nuova forte attrazione della Venaria, un motivo ulteriore di visita. 

La Fontana d’Ercole rappresenta un tassello decisivo verso il pieno recupero dei giardini. Quali sono gli altri punti che lo renderebbero completo?

Ci sono ancora parti che potranno essere oggetto di realizzazioni nuove. Personalmente sono affezionata a un’idea che sarebbe utile innanzitutto a chi lavora sui giardini: penso al il progetto di una serra, che potrebbe essere concepita come una semplice serra di servizio, oppure diventare un oggetto architettonico contemporaneo. È un tema che sta molto a cuore anche all’architetto Maurizio Reggi, responsabile dell’ufficio conservazione giardini. Da una parte, potrebbe contenere le piante in vaso che hanno bisogno di essere ricoverate durante l’inverno; dall’altra, tenendo conto anche della Scuola di formazione, ci permetterebbe di produrre le fioriture stagionali – primaverili ed estive – assolvendo alla funzione di vivaio.

Il rapporto tra la Reggia di Venaria e la Consulta di Torino si è sviluppato con costanza e regolarità nel corso di un decennio. Come valuta questa collaborazione?

Credo che Consulta sia un partner fondamentale per la Reggia, come per tutti i soggetti che a vario titolo si occupano di cultura sul nostro territorio. È un esempio unico, di cui Torino e il Piemonte devono essere particolarmente fieri. In più l’ho sempre trovato un progetto discreto e concreto come i piemontesi, perché Consulta possiede questo DNA fantastico: il mondo dell’impresa che dialoga con la cultura in maniera puntuale, silenziosa, rigorosa.

A 11 anni dall’apertura se dovesse definire in sintesi che cos’è e a che cosa guarda la Reggia di Venaria, che cosa direbbe?

In questi anni è stato compiuto un grande sforzo per dare un’identità alla Reggia, che all’inizio era un contenitore vuoto. Da subito venne fatto un eccezionale lavoro di valorizzazione in chiave contemporanea, allo stesso tempo innestando sulla residenza una parte di produzione culturale. Oggi la Reggia di Venaria ha un’identità multiforme: il luogo stesso è da sempre motivo di grande attrazione, e nel sistema delle residenze questa vocazione continuerà a rinnovarsi di anno in anno. Ritengo però che sia proprio la parte di produzione culturale, che in altre residenze risulta impossibile per la mancanza di spazi, a dare una grandissima forza alla Reggia. Qui esiste un centro studi, una seconda area dedicata alla produzione e un’altra ancora che comunica e promuove ciò che viene prodotto. E questa è un’unicità incredibile, senz’altro sul nostro territorio e probabilmente in Italia.

Nei prossimi anni che cosa risulterà strategico nella gestione della Reggia di Venaria?

Credo che sarà strategico individuare un nuovo modello. In questi dieci anni la Reggia ha costruito un modello economico-gestionale del tutto originale: il Consorzio ha delle peculiarità molto forti nel panorama culturale italiano. Ma finora questo lavoro lo si è fatto su un bene, e cioè su questa struttura. Ecco, credo che ora quel modello debba essere modificato – che è quanto stiamo cominciando a fare – per essere traslato su un circuito. Ciò non vuol dire che le altre residenze debbano adeguarsi o gravitare nella sfera di Venaria, ma piuttosto individuare insieme un buon modello gestionale. 

Che cosa della sua esperienza professionale pensa di aver portato qui a Venaria?

Ho avuto la fortuna di lavorare per 7 anni, tra il 2000 e il 2007, al piano strategico della città di Torino, proprio nel momento in cui la Reggia di Venaria stava rinascendo. Contribuire al disegno che il territorio si stava dando, e all’interno del quale la cultura assumeva un peso importante e nuovo, ha rappresentato per me un’esperienza straordinaria. Un’esperienza che credo qui a Venaria possa essere d’aiuto per costruire.

Fontana d’Ercole, il punto sull’opera

Concluso in settembre il primo lotto di lavori, il cantiere sta per entrare nel vivo: partiranno in primavera il recupero della vasca centrale e le principali opere sul ninfeo. A Venaria un’esposizione per conoscere da vicino il progetto.

È stato ultimato nello scorso mese di settembre il primo lotto dei lavori per il restauro e la valorizzazione del complesso archeologico della Fontana d’Ercole nei giardini della Reggia di Venaria. L’intervento, appaltato all’associazione temporanea d’imprese Bertero-Cogefa, è stato diretto dallo studio dell’architetto Gianfranco Gritella sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Torino, nella persona del Soprintendente architetto Luisa Papotti, e ha riguardato la costruzione in officina e l’allestimento in cantiere delle strutture metalliche destinate a coprire l’intero sviluppo dei ruderi secenteschi.

L’opera strutturale, suddivisa in due settori – copertura terrazzata del ninfeo centrale e gradonate delle due “tenaglie” laterali – è costituita da un sistema di solai sorretti da coppie di colonne in acciaio che sorreggono settori di telai metallici orizzontali, posti a quote diverse, sui quali è posata una copertura in lamiera, completata da un getto in calcestruzzo armato. Tutta la struttura è svincolata dalle murature antiche, così come le fondazioni non interferiscono con le vestigia archeologiche. Assemblata principalmente mediante unioni bullonate, tutta la costruzione metallica è concepita come un telaio interamente reversibile e smontabile senza che alcun peso o elemento di nuova realizzazione coinvolga, sia visivamente che strutturalmente, i ruderi secenteschi.
L’importo complessivo del primo lotto di lavori è stato di 535.700 Euro e ha interessato una superficie coperta di 1120 mq, con l’impiego di circa 83 tonnellate di acciaio.
È in corso di attuazione l’intervento di impermeabilizzazione di tutta la superficie coperta, così da consentire la totale protezione dell’area durante la prossima stagione invernale. Successivamente si provvederà alla realizzazione della pavimentazione definitiva e alle controsoffittature degli ambienti interni. 

Proseguono intanto gli interventi di perfezionamento del progetto del secondo lotto, anche alla luce delle conoscenze e delle indagini archeologiche portate avanti in questi mesi. Tappa successiva è l’appalto dei lavori che costituiscono il blocco centrale delle opere di avanzamento del cantiere, la cui aggiudicazione, a seguito della gara di appalto, avverrà agli inizi dell’anno successivo. Tali lavori comprenderanno, tra l’altro, lo scavo e il recupero della vasca centrale, gli impianti elettrici e idraulici, i rivestimenti esterni e le opere architettoniche interne al ninfeo. Questa seconda tranche di lavori sarà progressivamente affiancata dal cantiere di restauro di murature e decorazioni antiche, il cui inizio è previsto per la primavera del 2019. 

Nel frattempo sono stati ultimati i paralleli cantieri per la complessa costruzione delle volte in centine lignee destinate alla copertura interna del ninfeo, che saranno poste in sito nel corso della prossima stagione lavorativa, e i calchi con le conseguenti riproduzioni in grandezza naturale delle statue dei quattro telamoni monumentali, tratti dagli originali oggi posti sulla facciata principale del castello di Govone, compresa la ricostruzione di un settore della gigantesca trabeazione marmorea che originariamente costituiva il coronamento centrale della facciata principale del ninfeo.
Questi elementi, tra cui i calchi dei quattro telamoni, assieme a un gruppo di disegni di progetto, acquerelli e alcuni modelli architettonici, sono oggi esposti alla Reggia di Venaria, nella “Sala delle Belle Arti” gentilmente messa a disposizione di Consulta dalla Direzione della Reggia di Venaria e dal Presidente dell’Accademia Albertina. In questa sala, situata al secondo piano, è stata allestita una esposizione dal titolo “L’artificio, la magnificenza e il mito” nell’ambito del percorso espositivo della mostra “Ercole e il suo mito”.

Sulle strade della Sindone

Dalla Valle di Susa a Torino: una serie di itinerari storico-artistici segue, lungo l’antica via Francigena, le tracce del Sacro lino. Promosso dal Centro Culturale Diocesano, il progetto è sostenuto dalla Consulta.

 

La riapertura della Cappella della Sindone, tornata splendida dopo il magistrale restauro, non ha solo restituito un simbolo a Torino, ma ha anche aggiunto un motivo di forte attrazione turistica alla città. Questa consapevolezza, che la Consulta possiede da sempre, ha spinto l’associazione a ragionare su un progetto che potesse mettere il bene culturale, non appena restaurato, al centro di una rete di relazioni, facendone il perno di un più vasto sviluppo territoriale.
È nata così l’idea de “La Sindone tra le Alpi”, un programma di itinerari storico-artistici legati alle testimonianze sindoniche in Valle di Susa, messo a punto dal Centro Culturale Diocesano. Alla base di tutto una serie di considerazioni forti: la consistenza dei flussi di turisti e pellegrini che percorrono l’antica via Francigena; la possibilità di fare della Cappella guariniana non solo una semplice tappa, ma il vertice di un viaggio connotato in chiave spirituale; e poi l’occasione di unire cultura, comunità ed economia in un sistema di ampia valorizzazione del patrimonio culturale. 

Le potenzialità, dunque, esistono e sono molte le linee su cui si potrà lavorare nei prossimi anni. Nel frattempo, sta muovendo i primi passi un piano di fruizione e comunicazione coordinato: sono stati ideati un logo e una grafica comune, si è compiuta un’attenta ricognizione storico-artistica e iconografica dei luoghi, sono ormai operativi sette itinerari, distribuiti tra alta, media e bassa Valle di Susa. Tra le innovazioni più interessanti anche la creazione di un’applicazione mobile che, grazie alla tecnologia beacon e al protocollo Bluetooth, consente di interagire con i beni presenti sul territorio. Sul sito vallesusa-tesori.it una esauriente panoramica delle tante attività di valorizzazione messe in campo: un quadro assai articolato da cui presto si attendono i primi risultati.

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