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La Consulta restaura il cupolino

L’intervento della Consulta di Torino apre la nuova fase nel recupero del capolavoro guariniano.

Nel 2017 saranno 20 anni dal terribile incendio che devastò la Cappella della Sindone. Era l’aprile del 1997, e la completa distruzione fu evitata per un soffio. Poi, passate la concitazione e l’angoscia del momento, partirono celermente i primi cantieri e in breve la Cappella venne messa in sicurezza: si inserirono grandi pilastri di acciaio per sostenere la struttura e si ricostruirono le arcate portanti progettate dal Guarini; l’implosione che si temeva venne scongiurata.

Ora quella fase, necessariamente lunga e difficile, sta per concludersi. Gli ingegneri strutturisti che seguono la Cappella affermano finalmente che l’architettura è in sicurezza: l’opera sta su, non corre più alcun rischio. Siamo finalmente a un punto di svolta. Nella primavera si dovrebbero smontare i ponteggi interni, lavoro che prelude alla nuova fase di ricostruzione dei grandi finestroni e di una prima parte dell’apparato decorativo.

Per la Consulta di Torino questi mesi, che precedono la rimozione dell’incastellatura, sono da far fruttare: la struttura è indispensabile per il restauro del cupolino, contributo che l’Associazione vuole dare al progetto di recupero del capolavoro guariniano, nel ventennale dell’evento che ne ha condizionato il destino. “La scelta – dice l’architetto Chiara Momo, che dirigerà il cantiere insieme al padre Maurizio – è caduta su un punto fortemente simbolico: il cupolino è il fulcro decorativo dell’intera Cappella, quello verso cui converge la geniale scenografia barocca. È il prolungamento del Duomo, che esplode nella luce”. Situata a un’altezza di oltre 48 metri, questa parte sommitale presenta non poche complessità. Continua l’architetto: “Il cupolino, che era interamente affrescato a finte finestre e con un coro di angeli, culminava in una doppia raggiera, probabilmente in legno, da cui pendeva una colomba bianca. Di tutto ciò resta solo la traccia degli affreschi, che inoltre subirono un fortissimo shock termico. Un fatto, questo, che pone problematiche ben diverse rispetto a quelle di un semplice invecchiamento: occorrerà analizzare come ha reagito il materiale e i restauratori dovranno possedere le capacità tecniche e l’esperienza per valutare le integrazioni”. Una serie di temi affascinanti e non semplici, che saranno risolti nei prossimi mesi in stretta collaborazione con gli organi di tutela. Il cantiere, che si aprirà all’inizio dell’anno, si dovrà concludere entro aprile-maggio.

Fare sistema, la nostra sfida

Direttore della Reggia di Venaria e Presidente del Tavolo di Coordinamento per le Residenze Reali, Mario Turetta ci illustra il lavoro su tanti progetti avviati. Che nei prossimi anni cambieranno il volto, e forse il futuro, del patrimonio culturale piemontese.

Giunto a Torino nel 2004, nel ruolo di Direttore Regionale per i Beni Culturali del Piemonte, Mario Turetta ha gestito, da allora, quello che per Torino è stato un lungo passaggio epocale. Dieci-dodici anni fa, infatti, la città stava cominciando a cambiare pelle, scoprendo una vocazione turistica legata alle proprie ricchezze artistiche e culturali. Fu l’inizio di un percorso che ci avrebbe condotto lontano: dobbiamo a quelle scelte la consapevolezza di quanto il patrimonio culturale sia strategico per Torino e il Piemonte.

Attuale Direttore della Reggia di Venaria e Presidente del Tavolo di Coordinamento per il progetto delle Residenze Reali, Turetta sottolinea come ci si trovi in una contingenza favorevole, specialmente per il “sistema” delle Residenze sabaude: “Il Ministero, la Regione Piemonte e la Compagnia di SanPaolo oggi sono concordi nel raggiungere un obiettivo. Non sempre è così, a volte gli interessi sono divergenti. Siamo nel momento adatto per lavorare”.

Dottor Turetta, partirei dalla Reggia di Venaria, che compirà 10 anni nel 2017. Qual è il suo bilancio?

È un traguardo importante, che segna i grandi passi fatti dalla Reggia. Nel ripercorrerli vorrei partire dai giardini. Dieci anni fa erano appena nati, e avevano bisogno di svilupparsi. Ora sono finalmente giunti a una maturazione e rappresentano un riferimento per il panorama dei grandi giardini italiani. E poi ci sono le tante attività che la Reggia ha messo in campo in questo decennio: mostre, convegni, eventi, manifestazioni... Spesso insieme ai privati, perché la Reggia, che è un Consorzio pubblico a cui partecipano anche la Compagnia di San Paolo e la Fondazione 1563, ha svolto anche un ruolo di cerniera tra pubblico e privato, utilizzando strumenti di mercato che le hanno consentito di elaborare l’attività in maniera creativa.

Nei giardini il tassello mancante si direbbe la Fontana dell’Ercole, anche se la strada del recupero è ormai imboccata.

Quando assunsi l’incarico di direttore della Reggia, mi confrontai subito con la Presidente del consiglio di amministrazione sui punti che apparivano meno “risolti”. Entrambi convenimmo che, nell’imminenza del decennale, ci si sarebbe potuti cimentare con alcune soluzioni, tra cui la Fontana dell’Ercole. Nell’autunno del 2015 ripresi il discorso con la Soprintendente Luisa Papotti, e ci trovammo d’accordo sull’opportunità di ricontestualizzare in modo contemporaneo quello spazio speciale, utilizzando tecnologie, metodologie e conoscenze attuali. Poco tempo dopo incontrai la Consulta di Torino, che accolse subito con favore l’idea, anche perché stava portando a termine il restauro della grande statua dell’Ercole... Nacque così l’accordo con la Consulta, che si è impegnata su questo progetto sul lato della progettazione, della filosofia operativa e della ricerca delle risorse.

Quindi ciò che vedremo non sarà la riproposizione storica della Fontana...

Sarà un segno in chiave moderna di ciò che c’era. Oggi non è pensabile, per costi e difficoltà di produzione, riproporre un’architettura storica. In ogni caso, per il 2017 contiamo di svelare il progetto in una mostra. Ci piacerebbe, attraverso pezzi originali della Fontana e tecnologie di realtà virtuale, far vedere come apparirà l’opera a lavoro concluso.

L’altro tema di cui lei si sta occupando è quello delle Residenze Reali, che ha cominciato ad affrontare da circa un anno.

Nell’autunno del 2014 proposi al Ministro della Cultura Franceschini, al Presidente della Regione Chiamparino, all’ex Sindaco Fassino e all’allora Presidente della Compagnia di San Paolo Remmert di lavorare alla valorizzazione del sistema delle Residenze Reali sabaude. Questo significava innanzitutto creare una cabina di regia per condividere un percorso e delle strategie, poiché le residenze hanno proprietà e realtà diverse, ognuna con peculiarità distinte: non tutte sono aperte al pubblico, alcune sono in restauro, altre sono sedi di amministrazioni oppure ospitano musei... insomma, sono una realtà composita. Il modello possibile, indicato da molti, erano i Castelli della Loira. Cominciammo quindi a studiare quell’esperienza, scoprendo che un vero modello non esisteva, perché in Francia non c’è un elemento unificante o un tavolo di coordinamento.

E allora da che cosa nasce la percezione unitaria dei siti francesi?

Dal passato e dalla tradizione. I Castelli della Loira hanno una storia di valorizzazione turistica almeno di 60-70 anni. Le residenze sabaude, invece, sono “partite” solo 10 anni fa e in un contesto in cui erano poco valorizzate. Ma in Piemonte c’è qualcosa in più: qui tutte le residenze hanno un’unica matrice sabauda, e sono meno frammentate come proprietà. Sostanzialmente, quindi, è un problema di promozione. Prima di affrontarlo, però, bisogna mettere i beni in condizione di essere promossi. Devono cioè rispondere alle esigenze del turismo moderno.

Condizioni che si possono sintetizzare nel termine infrastrutture...

Più che di infrastrutture, è un problema gestionale delle singole Residenze: sono aperte al pubblico? E con quali orari? Hanno sufficiente personale? Al loro interno esistono bookshop, caffetterie e ristoranti? Serve una disamina di tutto questo.

Come lavorerà su questi aspetti?

Il primo anno è stato utilizzato per un’analisi di strategia e di direzione. Poi abbiamo cominciato ad agire. Promosso dall’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte, è nato “Palchi Reali”, un programma coordinato di attività estive nelle residenze, presentato in modo unitario. Di recente, grazie a un progetto della Reggia finanziato dalla Compagnia di San Paolo, è stata anche lanciata una campagna di comunicazione ad hoc che ha coinvolto 5 Residenze: Venaria, Stupinigi, Villa della Regina, Racconigi e Agliè, che avevano necessità di essere conosciute meglio.

Quanto tempo ci vorrà per veder funzionare questo disegno?

È necessaria una maturazione. Nella situazione attuale esiste una gestione diretta di alcune residenze, ma c’è allo studio l’idea di una gestione comune di Venaria e Stupinigi e stiamo prevedendo anche un coordinamento generale. Ciò vuol dire che alcune residenze potranno convenzionarsi per ottenere una serie di servizi. Per esempio, chi non ha competenze per indire una gara per i servizi del personale, potrà rivolgersi al coordinamento per avere il servizio, oppure la caffetteria o il bookshop. Pensando a questi spazi è stato creato il brand “Botteghe Reali”, che progressivamente  contrassegnerà prodotti ed esercizi di tutte le residenze.

In termini di ricaduta complessiva, quali sono le potenzialità del sistema?

Sono enormi. Parliamo di un sistema che è passato, negli 8 anni presi in esame, da circa 600-700mila visitatori a 2 milioni e mezzo di oggi. Sicuramente le residenze aperte sviluppano servizi e permettono al tessuto connettivo del territorio di crescere e svilupparsi. Pensiamo, ad esempio, a tutte le attività cresciute attorno alla Reggia di Venaria: negozi, aziende, una generale riqualificazione territoriale.

In questo quadro che ruolo possono giocare i privati?

Un ruolo fondamentale. Quello tra pubblico e privato è un rapporto che pone al centro il bene comune, perché gli interessi e i beni sono di tutti. Com’è ovvio, un’azienda ha l’esigenza di stare sul mercato, di generare profitti e utili; ma se nel perseguire i propri interessi essa dedica una parte dell’attività al bene comune, allora si dimostra lungimirante. Perché un sistema che promuove la cultura, e il benessere delle persone crea un contesto in cui le aziende possono prosperare, svilupparsi e attirare altre imprese.

I colori dell’arte conquistano la periferia

Si è concluso “Porte ad Arte”, il concorso per giovani creativi lanciato dalla Soprintendenza di Torino e sostenuto da Consulta.

“Un progetto piccolo nelle dimensioni ma grande nel risultato”: Luisa Papotti, Soprintendente all’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Torino, commenta con soddisfazione i risultati ottenuti con il progetto “Porte ad Arte”, chiuso a inizio novembre con la premiazione, in Palazzo Chiablese, delle due opere vincitrici.

Lanciato dalla Soprintendenza, in risposta al Piano per l’Arte contemporanea del MiBACT, il bando era aperto a giovani creativi under 40 (artisti, designer, architetti), chiamati a trasformare le facciate di due ex dazi d’inizio Novecento, ultima testimonianza di quelle barriere doganali che un tempo governavano gli accessi alla città. Un tema sfaccettato, che prestava il fianco a differenti riflessioni: sul perimetro del territorio, sulla rigenerazione delle periferie, sull’idea di città inclusiva.

Venticinque le opere arrivate in finale e vagliate dalle due giurie (la prima tecnica, l’altra di territorio), che alla fine si sono orientate su due opere “al femminile”: il coloratissimo battello volante che la romana Alessandra Carloni ha disegnato per l’edificio di piazza Conti di Rebaudengo e il lavoro dal taglio più grafico di Viola Gesmundo e Chiara Morganti, che sul dazio di via Venaria hanno raccontato in rosso e blu gli antichi legami tra campagna e città.

“Opere – ha proseguito Luisa Papotti – che parlano di una città che cresce a 360° e che non ha paura di produrre cose nuove”. Parole a cui hanno fatto eco quelle di Adriana Acutis, Presidente della Consulta di Torino, che ha ricordato come l’arte sia “per sua essenza comunicazione e sguardo verso l’altro”. E come Consulta abbia proprio nella comunicazione il suo fondamento.

In chiusura gli interventi di Luigi Ratcliff del Gai – l’Associazione per il circuito dei giovani artisti italiani – che ha messo in evidenza la natura non usuale dell’operazione, “vera e propria residenza d’artista”, e di Germano Tagliasacchi, responsabile della Fondazione Contrada Torino, coordinatrice del bando e al lavoro da ormai 8 anni su analoghi temi nel territorio torinese.

Restaurato a Chieri un capolavoro fiammingo

Una visione inaspettata, folgorante. La Madonna dell’Annunciazione, che a partire da questa settimana si può ammirare – splendidamente restaurata – nella Chiesa dell’Annunziata di Chieri, è un perfetto esempio di ciò che il mondo invidia all’Italia: il fatto di essere un luogo in cui basta girare un angolo di strada per incrociare inestimabili tesori d’arte.
Collocato in un angolo quasi appartato della città, questo sorprendente dipinto murale ad olio, realizzato nel 1469 dal pittore fiammingo Gillio di Gand, costituisce una testimonianza dal grande valore artistico e storico, ma anche il possibile punto di partenza di un nuovo percorso sul Rinascimento in Piemonte. Il restauro, coordinato dalla Soprintendenza e sostenuto dalla Consulta di Torino, ha rappresentato dunque un momento molto importante, destinato ad aprire nuovi filoni di ricerca in differenti direzioni.
Lo hanno ben sottolineato, all’inaugurazione ufficiale di lunedì 26 settembre, la restauratrice Roberta Bianchi e la storica dell’arte Paola Nicita, che per la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Torino hanno condotto la direzione scientifica dell’intervento.
“Quest’opera è stata definita ‘una miniatura su muro’ – ha spiegato Roberta Bianchi ai soci della Consulta intervenuti all’evento – perché l’artista era conosciuto soprattutto per lavori di piccole dimensioni. All’epoca dobbiamo immaginare il dipinto brillantissimo, grazie alle lamine di stagno applicate sull’intonaco per simulare la preziosità dell’argento e dell’oro; e un analogo effetto doveva far risaltare i broccati delle vesti. Purtroppo la tecnica esecutiva, rara e maggiormente deperibile rispetto all’affresco, è anche il motivo per cui tali particolari sono andati perduti”.
In ogni caso il capolavoro murale, sistemato in una luminosa posizione sopra l’altare maggiore, oggi si mostra magnifico nella solennità delle figure e con i suoi colori ritrovati. Esso resta probabilmente una testimonianza unica delle opere fiamminghe anticamente presenti a Chieri, centro legato alla cultura artistica del nord Europa, attraverso rapporti ancora tutti da indagare.
Tenutasi in anteprima per Consulta, l’inaugurazione del restauro è stata seguita da un evento organizzato dalla Fondazione Renzo Giubergia. I Soci della Consulta sono stati ospiti nelle Sale delle Meraviglie di Palazzo Grosso a Riva di Chieri, dove un light dinner ha preceduto un concerto di giovani musicisti, tra cui diversi vincitori di borse di studio dell’Associazione De Sono. Intitolato “In Tono Popolare” il programma ha presentato brani di De Falla, Schumann, Dvorak, Ravel e Beethoven. Tocco sicuro, notevole intensità esecutiva, virtuosismo da professionisti: facile prevedere una carriera di successo a tutti gli interpreti, festeggiati con applausi lunghi e sinceri.

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