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Lo sguardo dei giovani sui Musei Reali

Le “Visioni Reali” di 24 studenti dello IED di Torino, che hanno elaborato le loro tesi in collaborazione con i Musei Reali e il sostegno di Consulta.

Prendete un gruppo di giovani creativi alla fine della loro formazione scolastica presso lo IED, un’istituzione culturale come i Musei Reali – quasi un piccolo mondo per l’ampiezza dell’offerta e la vastità dei luoghi – e un’associazione attenta ai progetti didattici come la Consulta di Torino: il risultato di questa collaborazione avrà in sé la freschezza dello sguardo, la bellezza dell’arte, la passione per la cultura. E di certo non lascerà indifferenti.
Sono proprio questi gli ingredienti di un inedito e interessante progetto che ha avuto per protagonisti 14 studenti del corso triennale di fotografia e 10 del corso triennale di illustrazione dello IED di Torino, impegnati a costruire le loro tesi finali, coordinati dalle insegnanti Bruna Biamino (fotografia) e Sara Maragotto (illustrazione). Ne sono usciti, sotto il titolo a chiave de “Visioni Reali”, una piccola mostra (ospitata presso i Musei Reali dal 6 dicembre al 27 gennaio) e un libro riccamente illustrato, che documentano il lavoro intelligente, e talvolta imprevedibile, svolto da questo gruppo di talenti. Il tema, proposto dalla direttrice dei Musei Enrica Pagella, è stato un “percorso attraverso gli spazi, le collezioni, le persone”, e le interpretazioni non hanno deluso le aspettative: musei e collezioni sono stati colti da occhi curiosi, divertiti, alla ricerca di particolari inaspettati o fuori dagli schemi. “Abbiamo voluto proporre agli studenti – dice la Direttrice dello IED Paola Zini – un tema non semplice, dal fascino arcaico, con il preciso intento di farli lavorare con oggetti, volti, luoghi, atmosfere del passato per raccontare una delle icone culturali del nostro territorio, certi del fatto che il futuro si costruisca anche attraverso una profonda e consapevole lettura del passato”. Una visione, per restare al titolo con cui il progetto si presenta al pubblico, che si integra con quella della Presidente della Consulta Adriana Acutis: “Ambientata in uno dei musei più importanti d’Europa, questa iniziativa mette insieme formazione, tradizione e creatività e indirizza la creatività in un contesto pratico in grado di generare professionalità qualificate per il futuro. La Consulta, impegnata dal 1987 a riportare la forza dell’eredità culturale alla base della creatività e dell’innovazione del territorio, è felice di partecipare a un progetto che rientra pienamente nelle proprie strategie.”

Con rigore e con passione, il recupero di un capolavoro

Un’avventura lunga dieci anni: totalizzante come possono essere le prove più impegnative, ma capace anche di ripagare in modo assoluto quando la sfida è vinta. Marina Feroggio, l’architetto che ha diretto i lavori di restauro della Cappella della Sindone, cominciò a seguire il cantiere guariniano nel 2009, anno in cui, appena entrata in Soprintendenza, affiancò l’architetto Mirella Macèra nella gestione del progetto di recupero, mentre il raggruppamento di professionisti costituito dai professori Giorgio Macchi e Paolo Napoli, insieme all’arch. Walter Ceretto e agli ingegneri Stefano Macchi e Giancarlo Gonnet dirigeva i lavori di riabilitazione delle strutture. Il suo approccio al restauro è stato da conservatorista, e quindi di rigoroso rispetto verso la materia e la storia. Qui ci illustra alcuni tra i passaggi più delicati della grande opera.

Primo punto di svolta nel restauro della Cappella della Sindone è stato l’annuncio, dato dagli strutturisti, che la cupola non correva più il rischio di crollare e poteva tornare a reggersi da sola.

Capire la struttura è stato fondamentale. Per riuscirci sono state avviate moltissime indagini chimiche, fisiche e meccaniche, fino a comprendere come funzionava: la parte muraria e quella lapidea si aiutavano reciprocamente. La parte lapidea, quindi, non era solo un rivestimento. Questa scoperta poneva un problema collaterale: se la struttura era un unicum risultava quasi obbligatorio ricostruire tutto. Fu in quella fase che intervenne con forza l’architetto Macera, che come funzionario della Soprintendenza ribadì che la linea del restauro era orientata a non sostituire, o comunque a sostituire il meno possibile. La soluzione fu definire delle linee lungo la cupola, attraverso cui far passare le forze: soltanto gli elementi che ricadevano nell’ambito di queste direttrici sarebbero stati sostituiti. Ed è così che la cappella è stata scomposta in elementi costitutivi, utilizzando il concio come elemento ordinatore: si tratta dei materiali lapidei che costituiscono l’intera struttura, quasi come se fossero le tessere di un lego. Su 5450 conci individuati (con grande varietà di misure, dai 4 metri di altezza ai 20 centimetri) 1420 sono stati sostituiti e rifatti ex novo, rispettando scrupolosamente le dimensioni previste da Guarini. 

Quasi la ricostruzione di un grande mosaico, un lavoro invisibile agli occhi di chi guarda...

Ora è stato tutto raccordato, perché l’immagine doveva essere restituita nel suo complesso. Ma naturalmente ci sono precisi elementi realizzati con marmi nuovi, per i quali si è persino riaperta una cava. E questa è stata un’altra sfida.

Anche perché quando la cava originale venne riaperta si scoprì che il filone era esaurito...

La cava originale di Frabosa Soprana era in disuso già nel Settecento poiché venne interessata da una frana quando era ormai in via di esaurimento. Ai tempi di Guarini approvvigionava marmo nero, bigio e verzino, qualità che si ottenevano a seconda della profondità di stratificazione. Riaprirla però non risultò un’operazione fattibile. Allora è stata individuata un’altra cava, poco distante dalla prima e a cielo aperto, dunque più facile da gestire. Ha funzionato esclusivamente per il cantiere della Cappella: è stata aperta per ottenere la quantità strettamente necessaria al cantiere di restauro. Da lì sono stati cavati 27 blocchi di marmo, con le stesse caratteristiche dei marmi storici. E proprio con quel materiale abbiamo ricostruito ad esempio tutto l’arco sghembo che si affaccia sul Duomo. Un elemento dalla valenza particolare non solo per la posizione, ma perché studiato da Guarini e non ereditato dal progetto di Bernardino Quadri. 

Ma nel corso di quest’anno quali momenti hanno segnato le tappe verso la riapertura?

Credo che la svolta decisiva degli ultimi mesi sia avvenuta quando abbiamo cominciato lo smontaggio del castello di puntellazione, in primavera. È stato il momento che ha segnato il countdown verso la riapertura, e anche il primo in cui ho potuto vedere il cantiere nell’insieme. Bisogna pensare che tutto il lavoro è stato diretto avendo ogni 2 metri un piano di ponteggio che non permetteva una visione complessiva: è stato un momento di emozione e di verifica del lavoro.

Per i problemi posti e le soluzioni adottate il cantiere della Cappella della Sindone farà scuola. Che cosa ha significato dirigerlo senza avere dei precedenti sui quali orientarsi?

L’elemento fondamentale è stato il cosiddetto cantiere della conoscenza, perché sulla Cappella esistevano moltissime notizie e fonti bibliografiche relative all’architettura, ma nessun documento sulla struttura. Ecco, ritengo che il tratto distintivo di questo cantiere sia stato proprio quello di non avere basi, nessuna descrizione della fabbrica, niente di ciò che nel linguaggio odierno potremmo definire una “relazione tecnica”. Per questo il cantiere della conoscenza non si è mai chiuso, ma è proseguito parallelamente allo sviluppo dei lavori e alla sperimentazione fino alle fasi finali. 

Nel caso del Cupolino, invece, proprio la documentazione ha messo in luce qualche novità.

Il documento che lo riguarda si riferisce al pagamento del pittore Cortella, che affrescò la volta con i cherubini e le nuvole. Ma il dato più significativo che emerge da questa fonte storica è che viene citato padre Guarino Guarini, e ciò fa capire che l’autore vide la sua opera finita. Un fatto che si non era affatto scontato perché Guarini morì nel 1683, e la Cappella venne inaugurata nel 1694, 11 anni dopo. E invece nel documento, che parla di un affresco realizzato quando l’opera era ormai conclusa, si dice che questo dipinto venne eseguito proprio sotto le direttive di Guarino Guarini. 

Secondo lei quale era un tempo e qual è oggi la funzione di questo piccolo ambiente?

Doveva trattarsi di una vera e propria “camera di luce” sommitale, forata alla base da dodici aperture ovali che davano origine a una zona immateriale posta a fondale della stella-sole lapidea in cui convergeva il canestro di archi del cestello e al cui centro spiccava la colomba dello Spirito Santo. In un fantastico gioco di raggi di luce che si può ammirare anche adesso, in particolari momenti della giornata: linee disegnate molto nettamente, intrecci luminosi che si inseriscono in un’architettura dagli incredibili effetti prospettici.

Cappella della Sindone, l’emozione risplende

Riaperta a fine settembre, dopo un restauro senza precedenti, la straordinaria architettura di Guarini può di nuovo essere annoverata tra le meraviglie di Torino. Nei prossimi mesi verrà definito il progetto di recupero dell’altare di Antonio Bertola, che vedrà la partecipazione della Consulta. 

È stata una festa corale, perché certi beni appartengono a tutti, sono parte di un sentimento collettivo. La riapertura ufficiale della Cappella della Sindone, celebrata lo scorso 27 settembre, ha rimarginato quella che per oltre 20 anni è stata una dolorosa ferita nel tessuto architettonico e culturale di Torino. E lo ha fatto nel modo più degno: con un restauro ambizioso e senza paragoni, che ha richiesto al gruppo dei progettisti capacità di visione, creatività, sovente l’attitudine a rimettere in gioco certezze acquisite. Il risultato è magnifico, e compensa ampiamente dei lunghi anni di attesa: le vertiginose prospettive ideate da Guarino Guarini catturano lo sguardo verso altezze che sembrano infinite, attirandolo fino al luminoso cupolino dove, sotto una raggiera dorata, si libra immobile la colomba dello Spirito Santo. L’impressione è che tutti gli elementi della Cappella siano ora più collegati tra loro: ogni tassello risplende di una luce propria e però, nello stesso tempo, entra in dialogo con gli altri. E il cupolino, che rappresenta il contributo dato dalla Consulta alla grandiosa opera di recupero, assume la forza inedita di un punto di fuga attraverso il quale tutto viene generato.
Unico tassello mancante, in un contesto di ritrovata bellezza, l’altare centrale che Antonio Bertola realizzò circa dieci anni dopo la scomparsa di Guarini, che appare fermo al tempo dell’incendio. “La scelta di restituire la Cappella al pubblico con una parte da restaurare è stata dettata unicamente da ragioni temporali e tecniche – dice l’architetto Marina Feroggio, direttore del cantiere –, le grandi impalcature del cantiere non hanno consentito di anticipare l’intervento, ma il restauro dell’altare sarà presto affrontato. E dal cronoprogramma che stiamo predisponendo, l’obiettivo è di concludere i lavori entro l’anno venturo. Seguiremo le stesse linee che ci hanno guidato nel restauro appena concluso, rispettando anche in questo caso al massimo grado il monumento”. Parte dei fondi sono già disponibili: si tratta di circa 100mila euro raccolti dalla Fondazione LaStampa-Specchio dei Tempi nel 1997, all’indomani del disastro. La Consulta di Torino parteciperà con funzioni di gestione tecnica e coordinamento.

Con i miei occhi, al cuore della vita

L’opera di san Giuseppe Cottolengo compie 190 anni. Per festeggiarli a Torino è stata allestita, con il sostegno della Consulta, una mostra di opere d’arte realizzate dagli ospiti della Piccola Casa.

Come fa bene, ogni tanto, cambiare punto di vista. Mettersi nei panni degli altri, così da rivedere le proprie convinzioni, il proprio modo di guardare il mondo. Di vederlo, per l’appunto, con gli occhi di qualcun altro, e magari molto differente da noi: per età, condizione sociale, esperienze esistenziali.
È proprio questa la bella ed emozionante lezione che ha offerto da una piccola e preziosa mostra intitolata “Con i miei occhi - opere che raccontano diversamente la vita”, che tra il 14 e il 25 novembre è stata ospitata presso la Sala Mostre del Palazzo della Regione Piemonte, in piazza Castello a Torino. Una di quelle mostre che non si vedono spesso, ed è un peccato: opere di pittura, scultura, fotografia, poesia (persino alcuni filmati) provenienti dalle case cottolenghine di tutta Italia. Lavori che sono il frutto dell’ispirazione e della fantasia dei bambini, delle persone con disabilità e degli anziani che presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza, l’istituzione fondata 190 anni fa da San Giuseppe Cottolengo, trovano l’accoglienza e il calore di una autentica famiglia. 

È difficile etichettarli, questi frammenti colorati e poetici, ma il segno che lasciano è quello delle forti emozioni, talvolta della commozione. Ogni tipo di mediazione culturale qui deve cedere il passo a uno sguardo interiore e all’ammirazione per l’unicità di ogni natura umana. “Questa mostra ci fa capire – ha sottolineato all’apertura il Padre Generale della Piccola Casa don Carmine Arice – che cosa capita quando si riconosce la dignità dell’altro: è un seme gettato che fa fiorire tutte le potenzialità possibili. Attraverso questi disegni e questi colori traspare come la nostra Casa diventi famiglia, si sperimenta ciò che vuol dire un cuore che fiorisce”.
Sostenuta dalla Consulta di Torino (che ha voluto partecipare al 190° della fondazione dell’opera del Cottolengo, momento significativo della vita della città), l’esposizione è stata ordinata dallo studio degli architetti Maurizio e Chiara Momo che l’hanno allestita su strutture mobili che consentiranno di farla viaggiare per essere riproposta in molti altri luoghi.

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