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Arte contemporanea per le periferie

Si intitola “Porte ad Arte” il progetto che a Torino raccoglie la sfida, promossa a livello nazionale dal MIBACT (il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo), di rigenerare le periferie attraverso l’arte e la cultura contemporanee.
Il progetto è stato lanciato in primavera, attraverso un bando internazionale rivolto a professionisti attivi nel campo delle arti visive, del design, dell’architettura, di grafica e illustrazione. Un concorso creativo aperto a singoli o a gruppi, ma con il vincolo di un’età non superiore ai 40 anni.
Il tema da affrontare è la riqualificazione di due strutture d’inizio Novecento, che originariamente presidiavano gli accessi alla città: si tratta di due ex edifici daziari situati nella periferia nord di Torino, attualmente utilizzati per la didattica e il gioco dei bambini.
Obiettivo delle opere in concorso dovrà essere quello di esaltare il valore simbolico e artistico delle “porte della città”, valorizzando le facciate e i muri esterni dei palazzi con soluzioni creative, che gli stessi artisti dovranno poi realizzare in loco. Ogni progetto, inoltre, dovrà essere affiancato da un workshop che preveda la partecipazione diretta dei fruitori delle strutture e dei bambini delle scuole: un momento di incontro tra creatività e didattica, pensato per condividere le fasi di ideazione e realizzazione del lavoro.
Scaduto il 19 luglio il tempo utile per le presentazioni dei lavori, si aprirà a settembre la fase di valutazione da parte delle giurie (la prima di esperti e l’altra “di territorio”, formata cioè dai cittadini coinvolti nell’iniziativa) che selezioneranno le proposte e stileranno una graduatoria. Ai due vincitori del bando (uno per ciascun edificio) andrà un premio di 2.000 euro a testa.
“Porte ad Arte” si inserisce nel più ampio programma di “Tutta la mia città”, iniziativa varata dalla Fondazione per la Cultura della Città di Torino e sostenuta da Intesa Sanpaolo, volta a promuovere trasformazioni strategiche nei diversi quartieri di Torino.

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Palazzo Chiablese primi passi verso il riordino

Il Gabinetto degli Specchi e quello dell’Alcova recuperano l’aulicità settecentesca. Sostenuto da Consulta, l’intervento ha impegnato anche gli allievi del Centro di Conservazione e Restauro di Venaria.

Collocato nella zona di comando, Palazzo Chiablese è forse la meno conosciuta delle dimore sabaude di Torino. Il pubblico frequenta numeroso le mostre che vengono allestite negli spazi del piano terra, ma pochi conoscono la parte più nobile del Palazzo: l’Appartamento al primo piano disegnato da Benedetto Alfieri, grande nome dell’architettura piemontese del Settecento.

A condizionare il destino del Palazzo è stata la particolare destinazione d’uso: il nome è infatti associato da molti decenni alla Soprintendenza torinese, che qui ha i suoi uffici e la sua sede direttiva. Ma ambienti di assoluto pregio come quelli alfieriani non potevano rimanere estranei al rinnovamento culturale che investe Torino in questi anni. E così la Soprintendente Luisa Papotti ha dato il via a un’operazione di riordino destinata a cambiare lo stato delle cose, in previsione di una riapertura al pubblico. Il primo passo in questa direzione è stato il recupero del Gabinetto degli Specchi e del Gabinetto dell’Alcova, tornati aulici grazie all’intervento della Consulta di Torino e al lavoro del Centro di Conservazione e Restauro di Venaria.

Giusto precisare, intanto, che più che di un restauro si tratta di una manutenzione conservativa. Da lungo tempo adibite a uffici per necessità logistiche, le sale sono state prima sgombrate da schedari e scrivanie, e poi sottoposte a una scrupolosa pulitura. Tra gli elementi di rilievo emersi nel primo ambiente, oltre alla sostanziale integrità dell’allestimento settecentesco, le mantovane e i pregiati tendaggi in seta operata bicolore. Le prime, che erano ancora in discreto stato di conservazione, sono state rimosse  e subito inviate presso il Centro della Venaria per l’intervento di recupero conservativo. Sono state rimontate a metà giugno; le tende sono state invece sostituite da nuovi tessuti ignifughi ricercando l’accordo cromatico con i tessuti originali. “Adesso – dice Roberta Bianchi, restauratrice della Soprintendenza che ha svolto la Direzione Scientifica dell’intervento – nel Gabinetto degli Specchi si apprezza una luminosità nuova e un senso di ritrovata nobiltà. Inoltre, nel corso del lavoro abbiamo anche individuato passati interventi di trasformazione della volta: negli anni ’50 del Novecento si operarono integrazioni cromatiche sulle pitture e una revisione delle dorature”.

Più consistenti i cambiamenti subiti dal Gabinetto dell’Alcova, a cui in origine era annessa una piccola cappella, di cui si erano poi perse le tracce. “Nell’Ottocento – spiega ancora Roberta Bianchi – con l’insediamento nel Palazzo dei Duchi di Genova, la cappella risulta trasformata in guardaroba e la sacrestia in bagno. Documentata dalle fonti d’archivio, la sua presenza ci è stata confermata dalle evidenze sul campo”.

Tra i motivi di speciale interesse legati al lavoro di Palazzo Chiablese, il fatto che l’intervento sia stato eseguito da 4 allievi del corso di laurea in dipinti murali e stucchi e 10 del corso dedicato agli arredi lignei del Centro di Restauro e Conservazione. Per loro un’esperienza molto fruttuosa: un cantiere didattico di circa 3 mesi, durante il quale i giovani hanno affrontato le varie problematiche di un intervento articolato che ha interessato varie tipologie di opere effettuando anche la mappatura del degrado. Una fase di osservazione, analisi e trascrizione fondamentale nella formazione di un restauratore.

A Palazzo Madama nuova Corte Medioevale

Palazzo Madama, tutta vetrata la Corte Medioevale

Presso la Corte Medioevale di Palazzo Madama – la cosiddetta “Sala del Voltone”, situata al piano terreno della residenza –, si sono conclusi i lavori di ampliamento del camminamento vetrato, finanziati dalla Consulta di Torino. Si tratta dell’area centrale della sala, circa 100 metri quadri di pedana che vanno ad aggiungersi all’ampio spazio espositivo (altri 200 metri quadri) che dal 2011 viene utilizzato per ospitare allestimenti e mostre temporanee. L’estensione della copertura è stata realizzata con la stessa tecnica di quella preesistente, con sottili profili di acciaio e vetro calpestabile. Fulcro dell’intera sala, la nuova superficie offre ai visitatori una migliore percezione dell’intero ambiente e garantisce la visuale della sottostante area archeologica, ripulita e illuminata. Attualmente è allo studio un progetto per trasformare lo spazio monumentale nella nuova accoglienza del Museo.

Una tutela moderna per Torino

A colloquio con la Soprintendente Luisa Papotti: i programmi operativi, le prospettive di sviluppo e la visione di una città che guarda al futuro attraverso la riscoperta del suo grande patrimonio culturale.

    Da poco più di un anno l’architetto Luisa Papotti guida la Soprintendenza di Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune e la Provincia di Torino. L’incarico dunque non è recente, ma la definizione (con l’aggiunta dell’Archeologia) è tutta nuova: la dicitura è diventata ufficiale il 27 giugno, lo stesso giorno della nostra conversazione. È un segno piccolo, ma significativo: la famosa Riforma voluta dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo entra veramente nel vivo e presto se ne potranno valutare gli effetti.

Di certo c’è che, in una città come Torino, il lavoro di un Soprintendente non è un mestiere facile: il patrimonio culturale del territorio è più che mai al centro del dibattito sociale e politico, e la città è impegnata ad attuare una crescita che punti su storia e cultura. “Nella mia funzione – spiega Luisa Papotti – sono il garante della conservazione dell’immagine storica della città, ma anche della conservazione dei suoi valori culturali. Inoltre, ho il compito di indirizzare i progetti in direzioni compatibili: certe volte ci riusciamo, in altri casi è più difficile, comunque siamo sempre attivi”. Abbiamo cercato di capire meglio come la Soprintendenza svolge il suo lavoro e quale ruolo gioca nello sviluppo di Torino.

La Riforma ha cambiato il vostro modo di operare?
È una Riforma che rende il nostro modo di lavorare più vicino alla moderna idea di patrimonio culturale. In concreto risponde all’idea di svecchiare questa nozione, fino a ieri legata a una concezione ottocentesca, che in quest’ambito distingueva tra monumenti, gallerie e archeologia. Tutto veniva forzato dentro queste tre categorie, fissate da una legge del 1909. Con il Codice dei Beni Culturali del 2004 il patrimonio viene invece descritto in modo molto più esteso, fino ad arrivare alla Convenzione Europea del Paesaggio, dove si afferma che tutto è patrimonio culturale. Nasce da queste premesse l’organizzazione di un ufficio “olistico”, che prevede una tutela a tutto tondo di ciò che la sensibilità odierna intende come patrimonio culturale, ed è tantissimo.

Ma nella sostanza le Soprintendenze hanno un maggior potere di intervento?
Hanno un potere più omogeneo, nel senso che io, sul territorio di mia pertinenza, garantisco la tutela di tutto, mentre prima eravamo in tre a garantire aree  diverse. C’è una maggiore uniformità: una Soprintendenza senza confini tra uffici e con un mandato molto esteso, che abbraccia anche categorie immateriali. Quanto al potere di intervento, non è cambiato: a noi deriva dalla legge, che resta il Codice dei Beni Culturali.

Da oltre un anno lei è la Soprintendente di Torino e Provincia. Quale era la sua visione del lavoro da svolgere, e come sta procedendo il suo programma?
Vorrei premettere una cosa: per i dirigenti della mia generazione lavorare in Soprintendenza significa qualcosa di speciale. Avevamo un sogno, nato insieme al Ministero: quello di poter promuovere e salvare i valori culturali in cui credevamo, e farne i motori di una crescita diversa. Questo era l’obiettivo “alto”, che per me non è cambiato. Nella pratica, cerco di declinarlo su due binari. Il primo è molto concreto: gestire uffici che funzionino. In grado quindi di dare ai nostri fruitori, che sono le Pubbliche Amministrazioni e i privati cittadini, delle risposte certe e veloci. Spesso si imputa alla Soprintendenza una lentezza tale che non permette di considerarla un partner nei processi di crescita e di sviluppo territoriale, ma quasi un impedimento. Il mio impegno quotidiano è smentire questo luogo comune.

Un lavoro sulla macchina amministrativa, quindi.
Sì, una macchina che deve comprendere che è una struttura di servizio. Se siamo percepiti come un peso, non è possibile essere né utili né efficaci per raggiungere un obiettivo alto. Il secondo binario è contribuire, con risorse materiali o progettuali, alla crescita e allo sviluppo di aree significative del territorio che sono in sofferenza. Senza dimenticare la salvaguardia dei valori.

Quanto dice fa pensare al bando nazionale indetto dal Ministero e dedicato alle rigenerazione delle periferie. Un progetto che qui a Torino è stato intitolato “Porte ad Arte” e interesserà due edifici della cinta daziaria, che gli artisti potranno trasformare con un’opera...
Questo progetto è la traduzione in “grammatica” torinese di una trasformazione che riguarda il mio ministero. Nel riassetto deciso dal Ministro Dario Franceschini, c’è infatti una Direzione Generale che si occupa di Arte, Architettura Contemporanea e Periferie: una denominazione che rimanda a quell’idea di patrimonio esteso di cui parlavo prima. Su questa linea, la Soprintendenza torinese ha messo a disposizione delle risorse per interventi sulle periferie, che oggi sono un tema sensibile. Questo progetto non è che un punto di partenza; ma simbolicamente è molto bello, perché mette insieme lo Stato, la Città e un’Associazione come Consulta, che si è resa disponibile. È un primo risultato che mi ha fatto enorme piacere: il progetto è partito grazie al contributo di tutti.

Proprio Consulta ha appena ultimato il restauro di due sale auliche di Palazzo Chiablese, che è la sede della Soprintendenza. C’è l’idea di recuperare poco per volta il primo piano del Palazzo e di trasformarlo in Museo?
Palazzo Chiablese è stato molto danneggiato durante i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale, però la manica che prospetta sulla Piazzetta Reale, che è collegata con Palazzo Reale, conserva molti ambienti decorati. Io ho in mente un progetto particolare: quello di un palazzo storico che riesca ad essere insieme sede di uffici e percorso museale. Sarebbe interessante mostrare che un bene culturale può essere usato, restaurato, valorizzato e fruito in un modo compatibile: una forma sperimentale di gestione che qui potrebbe riuscire.
Prendo spunto dal recente restauro dell’Appartamento della Regina a Stupinigi per una riflessione sul “sistema” delle residenze sabaude. Come intervenire per renderlo davvero tale?
È un grosso tema, ma non riguarda direttamente la Soprintendenza. Abbiamo la responsabilità della tutela del bene, ma la gestione museale è uscita dall’ambito delle nostre competenze.
Le chiedo allora un parere personale.
Credo che il sistema delle residenze paghi il prezzo della frammentazione delle proprietà, che rende complicato un unico modello gestionale. Stupinigi, che è lodevolmente aperta al pubblico grazie alla Fondazione Ordine Mauriziano, è stata chiusa per molti anni... Venaria non ha particolari problemi, ma i castelli di Agliè e Racconigi, beni statali in capo al nostro Polo Museale regionale, hanno difficoltà operative, dovute alla mancanza di personale e alle scarse risorse. Inserire le difficoltà di tutti in un discorso coordinato non è semplice. Credo però che la direzione presa sia quella giusta: un tavolo tecnico che svolga un coordinamento “leggero”, e lavori sui temi dell’organizzazione, della comunicazione e delle infrastrutture turistiche.
Una domanda su Torino. La Soprintendenza ha la tutela sulla città e si esprime su tutti i progetti urbani. Lei ha quindi un punto di osservazione ideale per cogliere lo sviluppo della città e i suoi prossimi cambiamenti.
Credo che Torino – in un arco quasi ventennale – abbia fatto moltissimo per ritrovare un’identità attraverso la riscoperta del proprio patrimonio culturale. Lo ha fatto grazie al lavoro di tanti e con un risultato superiore alle aspettative: è la città stessa che è diventata un grande luogo di cultura; apprezzata da un turismo abbondante nei numeri ed esigente nella richiesta. Ma questo risultato non è solo la conseguenza della riapertura del Museo Egizio o dei Musei Reali. È il frutto di una città che ha lavorato su un tessuto infrastrutturale di accoglienza: dai locali storici alle piazze, dai mercati tradizionali ai parchi ha saputo proporsi come una meta che viene descritta come elegante, accattivante, piacevole per trascorrere un week-end o una settimana. Mi sembra che sia stato un lavoro importante non soltanto per la crescita del turismo culturale, ma per i suoi cittadini. Una città che sa proporsi, conservarsi e raccontare le proprie origini costruisce un’identità forte per tutti i suoi abitanti, nessuno escluso. Ed è una città in cui si vive bene.

Consulta, un valore per il territorio torinese

Dagli interventi appena conclusi a quelli che avanzano, mentre si avvicina
il traguardo del trentennale nel 2017. Il lavoro di concerto di un’Associazione
che vuole essere motore di rinnovamento per il territorio.

Nel 1987 a dare vita a Consulta fu un’esperienza pionieristica di un piccolo gruppo di imprenditori e manager che amavano ed amano profondamente la loro città. Oggi, quasi 30 anni dopo, Consulta è un valore per Torino e un’esperienza di interesse nazionale. Sviluppando l’enorme potenziale, non ancora completamente espresso, del patrimonio artistico e culturale di Torino, Consulta è motore di rinnovamento per il territorio. 

Nella prima metà del 2016 ha concluso tre progetti: il restauro di due Gabinetti di Palazzo Chiablese, un innovativo Progetto Didattico per giovani di scuole secondarie in collaborazione con Palazzo Madama e il magistrale restauro dell’Appartamento della Regina presso la Palazzina di Caccia di Stupinigi. Prima della fine dell’anno verranno inaugurati il restauro dell’Affresco della Chiesa dell’Annunziata di Chieri e la mostra sulle collezioni di Carlo Emanuele I organizzata dai Musei Reali con la collaborazione di Consulta.

Il 2017 sarà il trentennale, i lavori previsti vedranno Consulta attiva al cuore del territorio, nelle residenze sabaude di Stupinigi e di Venaria Reale e nella Cappella della Sindone. Altri porteranno il suo respiro fuori città.

Si tratta di un’impresa imponente che continua negli anni. Alcune frasi di grandi personaggi possono dare ispirazione a quest’opera:

“Chi lavora con le sue mani è un lavoratore. Chi lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano. Chi lavora con le sue mani e la sua testa ed il suo cuore è un artista.” (San Francesco d’Assisi)

“La più bella esperienza che possiamo avere è il mistero – l’emozione fondamentale che sta alla base della vera arte e della vera scienza.” (Albert Einstein)

“Si può esistere senza arte, ma senza di essa non si può Vivere.” (Oscar Wilde)

“Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno.” (Vincent Van Gogh)

Consulta allora, lo si può dire, è un concerto di artisti. L’arte di Consulta è fare dei suoi sogni una realtà, vita per il territorio, emozione per chi la sperimenta. Questa in sintesi è la sua opera. Grazie per tutte le persone, aziende ed enti che le danno continuità.

Adriana Acutis

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