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Eventi, Restauro
03/07/16

A colloquio con la Soprintendente Luisa Papotti: i programmi operativi, le prospettive di sviluppo e la visione di una città che guarda al futuro attraverso la riscoperta del suo grande patrimonio culturale.

Da poco più di un anno l’architetto Luisa Papotti guida la Soprintendenza di Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune e la Provincia di Torino. L’incarico dunque non è recente, ma la definizione (con l’aggiunta dell’Archeologia) è tutta nuova: la dicitura è diventata ufficiale il 27 giugno, lo stesso giorno della nostra conversazione. È un segno piccolo, ma significativo: la famosa Riforma voluta dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo entra veramente nel vivo e presto se ne potranno valutare gli effetti.

Di certo c’è che, in una città come Torino, il lavoro di un Soprintendente non è un mestiere facile: il patrimonio culturale del territorio è più che mai al centro del dibattito sociale e politico, e la città è impegnata ad attuare una crescita che punti su storia e cultura. “Nella mia funzione – spiega Luisa Papotti – sono il garante della conservazione dell’immagine storica della città, ma anche della conservazione dei suoi valori culturali. Inoltre, ho il compito di indirizzare i progetti in direzioni compatibili: certe volte ci riusciamo, in altri casi è più difficile, comunque siamo sempre attivi”. Abbiamo cercato di capire meglio come la Soprintendenza svolge il suo lavoro e quale ruolo gioca nello sviluppo di Torino.

La Riforma ha cambiato il vostro modo di operare?
È una Riforma che rende il nostro modo di lavorare più vicino alla moderna idea di patrimonio culturale. In concreto risponde all’idea di svecchiare questa nozione, fino a ieri legata a una concezione ottocentesca, che in quest’ambito distingueva tra monumenti, gallerie e archeologia. Tutto veniva forzato dentro queste tre categorie, fissate da una legge del 1909. Con il Codice dei Beni Culturali del 2004 il patrimonio viene invece descritto in modo molto più esteso, fino ad arrivare alla Convenzione Europea del Paesaggio, dove si afferma che tutto è patrimonio culturale. Nasce da queste premesse l’organizzazione di un ufficio “olistico”, che prevede una tutela a tutto tondo di ciò che la sensibilità odierna intende come patrimonio culturale, ed è tantissimo.

Ma nella sostanza le Soprintendenze hanno un maggior potere di intervento?
Hanno un potere più omogeneo, nel senso che io, sul territorio di mia pertinenza, garantisco la tutela di tutto, mentre prima eravamo in tre a garantire aree  diverse. C’è una maggiore uniformità: una Soprintendenza senza confini tra uffici e con un mandato molto esteso, che abbraccia anche categorie immateriali. Quanto al potere di intervento, non è cambiato: a noi deriva dalla legge, che resta il Codice dei Beni Culturali.

Da oltre un anno lei è la Soprintendente di Torino e Provincia. Quale era la sua visione del lavoro da svolgere, e come sta procedendo il suo programma?
Vorrei premettere una cosa: per i dirigenti della mia generazione lavorare in Soprintendenza significa qualcosa di speciale. Avevamo un sogno, nato insieme al Ministero: quello di poter promuovere e salvare i valori culturali in cui credevamo, e farne i motori di una crescita diversa. Questo era l’obiettivo “alto”, che per me non è cambiato. Nella pratica, cerco di declinarlo su due binari. Il primo è molto concreto: gestire uffici che funzionino. In grado quindi di dare ai nostri fruitori, che sono le Pubbliche Amministrazioni e i privati cittadini, delle risposte certe e veloci. Spesso si imputa alla Soprintendenza una lentezza tale che non permette di considerarla un partner nei processi di crescita e di sviluppo territoriale, ma quasi un impedimento. Il mio impegno quotidiano è smentire questo luogo comune.

Un lavoro sulla macchina amministrativa, quindi.
Sì, una macchina che deve comprendere che è una struttura di servizio. Se siamo percepiti come un peso, non è possibile essere né utili né efficaci per raggiungere un obiettivo alto. Il secondo binario è contribuire, con risorse materiali o progettuali, alla crescita e allo sviluppo di aree significative del territorio che sono in sofferenza. Senza dimenticare la salvaguardia dei valori.

Quanto dice fa pensare al bando nazionale indetto dal Ministero e dedicato alle rigenerazione delle periferie. Un progetto che qui a Torino è stato intitolato “Porte ad Arte” e interesserà due edifici della cinta daziaria, che gli artisti potranno trasformare con un’opera…
Questo progetto è la traduzione in “grammatica” torinese di una trasformazione che riguarda il mio ministero. Nel riassetto deciso dal Ministro Dario Franceschini, c’è infatti una Direzione Generale che si occupa di Arte, Architettura Contemporanea e Periferie: una denominazione che rimanda a quell’idea di patrimonio esteso di cui parlavo prima. Su questa linea, la Soprintendenza torinese ha messo a disposizione delle risorse per interventi sulle periferie, che oggi sono un tema sensibile. Questo progetto non è che un punto di partenza; ma simbolicamente è molto bello, perché mette insieme lo Stato, la Città e un’Associazione come Consulta, che si è resa disponibile. È un primo risultato che mi ha fatto enorme piacere: il progetto è partito grazie al contributo di tutti.

Proprio Consulta ha appena ultimato il restauro di due sale auliche di Palazzo Chiablese, che è la sede della Soprintendenza. C’è l’idea di recuperare poco per volta il primo piano del Palazzo e di trasformarlo in Museo?
Palazzo Chiablese è stato molto danneggiato durante i bombardamenti della seconda Guerra Mondiale, però la manica che prospetta sulla Piazzetta Reale, che è collegata con Palazzo Reale, conserva molti ambienti decorati. Io ho in mente un progetto particolare: quello di un palazzo storico che riesca ad essere insieme sede di uffici e percorso museale. Sarebbe interessante mostrare che un bene culturale può essere usato, restaurato, valorizzato e fruito in un modo compatibile: una forma sperimentale di gestione che qui potrebbe riuscire.
Prendo spunto dal recente restauro dell’Appartamento della Regina a Stupinigi per una riflessione sul “sistema” delle residenze sabaude. Come intervenire per renderlo davvero tale?
È un grosso tema, ma non riguarda direttamente la Soprintendenza. Abbiamo la responsabilità della tutela del bene, ma la gestione museale è uscita dall’ambito delle nostre competenze.
Le chiedo allora un parere personale.
Credo che il sistema delle residenze paghi il prezzo della frammentazione delle proprietà, che rende complicato un unico modello gestionale. Stupinigi, che è lodevolmente aperta al pubblico grazie alla Fondazione Ordine Mauriziano, è stata chiusa per molti anni… Venaria non ha particolari problemi, ma i castelli di Agliè e Racconigi, beni statali in capo al nostro Polo Museale regionale, hanno difficoltà operative, dovute alla mancanza di personale e alle scarse risorse. Inserire le difficoltà di tutti in un discorso coordinato non è semplice. Credo però che la direzione presa sia quella giusta: un tavolo tecnico che svolga un coordinamento “leggero”, e lavori sui temi dell’organizzazione, della comunicazione e delle infrastrutture turistiche.
Una domanda su Torino. La Soprintendenza ha la tutela sulla città e si esprime su tutti i progetti urbani. Lei ha quindi un punto di osservazione ideale per cogliere lo sviluppo della città e i suoi prossimi cambiamenti.
Credo che Torino – in un arco quasi ventennale – abbia fatto moltissimo per ritrovare un’identità attraverso la riscoperta del proprio patrimonio culturale. Lo ha fatto grazie al lavoro di tanti e con un risultato superiore alle aspettative: è la città stessa che è diventata un grande luogo di cultura; apprezzata da un turismo abbondante nei numeri ed esigente nella richiesta. Ma questo risultato non è solo la conseguenza della riapertura del Museo Egizio o dei Musei Reali. È il frutto di una città che ha lavorato su un tessuto infrastrutturale di accoglienza: dai locali storici alle piazze, dai mercati tradizionali ai parchi ha saputo proporsi come una meta che viene descritta come elegante, accattivante, piacevole per trascorrere un week-end o una settimana. Mi sembra che sia stato un lavoro importante non soltanto per la crescita del turismo culturale, ma per i suoi cittadini. Una città che sa proporsi, conservarsi e raccontare le proprie origini costruisce un’identità forte per tutti i suoi abitanti, nessuno escluso. Ed è una città in cui si vive bene.