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Restauro
18/12/17

Semplice, sostenibile, con una forte identità e un fascino tutto da scoprire. Paolo Pejrone, maestro del paesaggismo italiano, spiega su quali linee ha ridisegnato lo storico Boschetto dei Giardini Reali di Torino. E come il giardino, metafora di un mondo più armonioso, ci possa indicare la strada per un futuro migliore.

Ama definirsi semplicemente giardiniere, l’architetto Paolo Pejrone. Una qualifica che nel suo caso non potrebbe essere più calzante, poiché riconsegna alla parola una nobiltà di stampo classico, molto opportuna per chi svolge un lavoro con e per la natura. La sobrietà del termine non tragga però in inganno sulle complessità del compito che attendono il vero giardiniere: Pejrone è infatti una vera archistar del paesaggio, oggi uno dei più grandi architetti del verde a livello internazionale. Il fatto che il progetto di risistemazione del Boschetto dei Giardini Reali porti la sua firma resterà a testimoniare un significativo segno d’ autore, che si inserisce coerentemente in una storia secolare – quella dei Giardini Reali di Torino – costellata da presenze eccellenti, come quelle di Le Nôtre, il celebre artefice dei giardini di Versailles, e poi dei Roda, famiglia di paesaggisti piemontesi attivi nell’Ottocento presso la corte sabauda. Per conoscere da vicino il progetto gli abbiamo chiesto di guidarci tra i sentieri del nuovo spazio verde.

Architetto Pejrone, lavorare su un giardino storico pone vincoli e interrogativi particolari: l’identità del luogo costringe il paesaggista a una cautela che altrove non è richiesta. Nel caso del Boschetto, come ha affrontato il tema?

La facile manutenzione, la robustezza e la storia sono state le linee guida della progettazione e in seguito dell’esecuzione del lavoro. Di giardini deboli è piena la memoria… Certamente un giardino storico pone vincoli di vario genere, in questo caso la conoscenza e l’esperienza sono stati di grande aiuto per permettere un “ammodernamento” rispettoso del luogo e del suo passato.

Il Boschetto dei Giardini Reali resta a testimoniare un gusto “romantico” tipicamente ottocentesco. Di quella sensibilità antica lei ha voluto mantenere qualcosa?

Il mondo romantico ha dimostrato con la creazione dei suoi boschi un grande interesse per l’ombra: i giardini ombrosi, freschi e accoglienti durante l’estate sono forse una delle sue più specifiche caratteristiche. Il verde delle convallarie, le foglie lucide del lauro alessandrino, quelle leggere delle felci e quelle attraenti e chiare dell’epimedium sono le più felici abitatrici di quel mondo affascinante, fatto di arie attenuate e misteriose.

Quale sensazione le piacerebbe trasmettere ai visitatori?

Il giardino è stato disegnato all’insegna della semplicità e della sobrietà proprio per dare spazio alla vaga e asimmetrica figura delle piante, a quelle che erano e sono le vere protagoniste del luogo. Ai visitatori il giardino vorrebbe trasmettere una sensazione di felicità e di benessere: non è un display botanico né una bizzarria architettonica, ma un luogo armonico, equilibrato e piacevole.

Quali saranno i periodi migliori, durante l’anno, per visitare il Boschetto e ammirare nel loro splendore le piante introdotte come, ad esempio, la fioritura di arbusti ed erbacee?

Certamente in primavera e per tutta l’estate le rose, per scelta ed ubicazione, avranno uno speciale appeal. Il colore giallo pallido, le foglie verde chiaro, la compattezza dell’arbusto e la robustezza della pianta stessa faranno da sfondo alle “Pietre Preziose” di Paolini con rigore e leggerezza. Durante l’inverno le pervinche, a migliaia, ci ricorderanno la sobria bellezza dei boschi naturali. Quello che ci si augura è che le piante siano così felici del luogo da crescere e vivere le une accanto alle altre in modo armonico e senza problemi di manutenzione. Altre cure che non siano i casuali diserbi, qualche alleggerimento del secco e naturalmente la potatura delle rose non saranno necessarie. Queste però dovranno essere eseguite nei giusti tempi e con le previste frequenze: basta poco a disperdere il lavoro fatto…

Il suo progetto ha tenuto conto sin dall’inizio dell’opera di Giulio Paolini?

L’esistenza della scultura di Paolini è stata una delle condizioni primarie del progetto: da sempre ci siamo confrontati negli spazi e nelle scelte di progettazione.

Come dialoga quest’area con le altri sezioni dei Giardini Reali, e cioè il Giardino Ducale, il Giardino delle Arti e i Giardini Bassi sotto i bastioni?

Il giardino che abbiamo risistemato ha ancora un aspetto nuovo e provvisorio, deve crescere. Nello stesso tempo incomincerà a dialogare con i Giardini vicini: pure loro hanno bisogno di maturità e di restauri e spero che ciò avverrà tenendo sempre conto del rapporto con l’insieme. I presupposti per un buon rapporto tra entità, superfici e volumi sembrano esserci, è solo questione di tempo e lavoro.

Come pensa che appariranno i Giardini Reali, quando sarà conclusa la generale opera di riqualificazione, di cui il Boschetto rappresenta un momento iniziale?

Durante l’estate il Boschetto sarà il luogo più frequentato dei Giardini: molte panche lo renderanno “arredato” e comodo. Essendo parte di un giardino ormai urbano sarà servito di luci che lo possano rendere fruibile magari anche verso sera. Nelle altre stagioni sarà comunque un’alternativa attraente e più intima rispetto ai grandi e bellissimi parterre che lo circondano. L’insieme, nelle sue larghe cadenze, riuscirà certamente a mantenere quell’impressione di grandiosità che si addice ad un Giardino Reale.

Il tema del Paesaggio e della sua tutela è sempre più cruciale nel dibattito sullo sviluppo del territorio e oggi si impone al pari di quello su architettura e città sostenibili. In questo senso, come sta il nostro Paese?

Vedere come è stata assassinata la nostra campagna, disseminata di costruzioni velocemente obsolete e spesso inutili, vittima di uno sviluppo convulso e miope non ci fa ben sperare. I giardini a quel punto non sono altro che semplici testimoni di un mondo meno aggressivo e più armonioso.

Qual è oggi il ruolo dell’architetto paesaggista? Quale nuovo contributo può dare questo professionista, al di là di parchi e giardini?

La professione del paesaggista, anche se sembra moderna ed attuale, ha una sua felice ed antica storia nell’ambito delle varie realtà italiane e non solo. Da architetto per ricchi e potenti è diventato architetto per tutti e in modo speciale per la comunità: le città hanno un bisogno immenso del loro aiuto, le campagne della loro esperienza.

Crede che esistano i presupposti per istituire una scuola – magari in Piemonte – sul modello della celebre École nationale supérieure de Paysage di Versailles, che formi professionalmente paesaggisti e giardinieri, stimolando la crescita di una nuova sensibilità?

In verità sono già due gli anni della Scuola per Giardinieri di Venaria, istituita per approfondire e diffondere l’arte del giardiniere, soprattutto di quello specializzato nel restauro e nella manutenzione dei giardini storici. Una scuola che per fortuna sta avendo un lusinghiero successo, a dimostrazione della crescente sensibilità verso questo tema, nonché della sua urgenza.

La Consulta si era già occupata di paesaggio e di giardini nel corso della sua storia: nel 2004 con il restauro del Belvedere e del Teatro d’acque nei giardini di Villa della Regina a Torino; nel 2007 con il reimpianto delle alberate attorno a Stupinigi; e adesso con il progetto che riproporrà, entro il 2018, la Fontana d’Ercole a Venaria… Tuttavia è un caso raro che il mecenatismo privato intervenga in questo ambito. Secondo lei, perché?

Certamente non è un caso comune, anche se per i “mecenati” la grande visibilità che deriva dall’intervento su monumenti, statue, arredi e spazi verdi dovrebbe essere molto appetibile in un mondo in cui la facciata è spesso più curata che la sostanza… La Consulta svolge un meraviglioso compito di “supplente” dello Stato: l’Italia ha troppi monumenti e troppe bellezze da difendere e da curare. Il privato, proprio perché tale, ha una visione progettuale ben differente. Il problema più grande per i giardini e dintorni è la conservazione, non tanto la progettazione. Ne deduce che i giardini abbiano necessità ben definite e appuntamenti lontani. La semplicità, la sobrietà e la robustezza delle proposte diventano importantissime. Abbiamo troppi esempi di giardini ben fatti e in seguito mal tenuti.