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Eventi, Restauro
21/01/16

Dopo aver diretto con successo Palazzo Madama – attraverso un lungo percorso che dal 1999 arriva al 2006, anno della riapertura al pubblico, poi sino ad oggi – dal primo dicembre Enrica Pagella è ufficialmente alla guida del Polo Reale. Si insedia con un mandato di quattro anni e una missione da manager culturale che si annuncia molto impegnativa, specie se si considerano dimensioni e complessità dell’opera. Come al solito è tranquilla, determinata, con le idee chiare.

Dottoressa Pagella, qual è il programma dei primi 100 giorni?
Il mio primo compito sarà la costruzione di uno staff unito che lavori per un unico obiettivo. È una premessa fondamentale per affrontare la sfida che abbiamo di fronte: trasformare in un autentico sistema quello che oggi è un complesso formato da 5 distinti musei, ciascuno con tradizioni, orari e turni diversi. Entrando nel merito dei programmi, esistono due obiettivi che non possiamo perdere di vista: la riapertura della Cappella Reale della Sindone e i Giardini Reali. Lo dico consapevole che tra la Cappella Reale e i Giardini c’è una differenza oggettiva. Tuttavia, quella risorsa verde nel cuore della città è più di un semplice giardino: è un punto di snodo di tutta la residenza. Tra un blocco e l’altro del Polo Reale – da una parte il Braccio Nuovo di Stramucci, dall’altra il Palazzo Reale – i giardini sono il collegamento più naturale, e forse anche il più emozionante, per il pubblico.

Le altre priorità della sua agenda?
L’aspetto di maggiore criticità è l’accoglienza. L’80% delle nostre energie dovrà essere dedicato al miglioramento di questo tema, che è duplice. Da una parte è un problema di servizi: biglietterie, guardaroba, bookshop, bar, percorsi, segnaletica, sedute mancanti dentro i percorsi museali, illuminazione e, non ultimo, un parziale riordino delle collezioni, che possa trasmettere maggiore emozione durante la visita. Dall’altra, però, l’accoglienza è anche un problema più sottile, che si pone in termini di contenuti, di linguaggi, di comunicazione nei confronti del visitatore. Ed è anche questo un vero obiettivo dei prossimi anni.

Mi sembra che lei stia cominciando a immaginare un museo “abitabile”: un luogo fatto non solo di edifici e collezioni da visitare, ma dove poter restare anche tutto il giorno.
Trasformare il Polo Reale in un posto vivibile è il davvero il primo punto all’ordine del giorno: deve diventare un luogo partecipato, socializzato. A tale scopo il giardino può aiutare molto, e anzi non è escluso che alla fine di questo processo ci troveremo con una valorizzazione di tipo squisitamente urbanistico dell’intero complesso. Con un nuovo ingresso su corso Regina Margherita e la possibilità di passare, attraverso la grande area verde, dalla città dei mercati alla città ducale.

È un’idea ambiziosa, che prima ancora dei contenuti culturali prende in considerazione il contenitore…
Le due cose sono collegate. È difficile trasmettere contenuti innovativi se manca un’idea di spazio innovativo, e cioè se non ci sono luoghi in cui le persone possono sostare, ritrovarsi, darsi degli appuntamenti. Intendo dire che raccordate ai musei devono esistere delle possibilità di vita. Perché se è vero che i musei parlano il linguaggio speciale dell’arte, è altrettanto vero che essi parlano col linguaggio degli spazi e delle luci, attraverso le emozioni che una visita riesce a comunicare. Entrare in un museo deve essere un piacere; e noi avremo il compito di declinare questa sensazione nel modo più ampio e articolato possibile

Qui sotto il video del Polo Reale.

Il lavoro che lei ha svolto in Palazzo Madama è stato straordinario. Che cosa di quella lunga esperienza le piacerebbe portare con sé al Polo Reale?
Certamente un’idea di lavoro di squadra, che a Palazzo Madama ha funzionato. Ma un buon lavoro di squadra è possibile solo investendo tempo sulla programmazione e sulla valutazione finale, due pratiche che vorrei introdurre al Polo Reale. Un altro fronte scoperto riguarda la comunicazione e in particolare quella digitale, oggi così strategica. Credo che in questo campo Palazzo Madama sia stato, in Italia, un museo innovativo. E penso che quell’esperienza potrebbe essere ripetuta qui, adattandola alle nostre esigenze.

 Dati recenti dicono che a Torino ogni anno si investono sulla cultura circa 100 milioni e che, di questi, oltre 25 arrivano da privati. La partnership tra pubblico e privato è insomma un modello che si sta affermando. Crede che si potrà applicare anche alle future iniziative del Polo Reale?
La riforma Franceschini va nella direzione di attrarre risorse: i soldi pubblici sono sempre meno e una partecipazione più larga possibile è la benvenuta. Tra l’altro, coinvolgere i privati nella gestione dei beni culturali significa avviare dei processi di socializzazione, costruire delle prospettive condivise. E fare questo con chi ha altre competenze ed esperienze, vuol dire uscire dal proprio particolare, aprendo servizi e musei a storie che possono vivificare il lavoro di tutti i giorni. Bisogna aggiungere che al Polo Reale sono anni che si lavora con finanziamenti privati. La Consulta stessa, insieme alla Compagnia di San Paolo, ha fatto tantissime cose, portando esigenze di miglioramento del servizio; ed è una grande fortuna, perché il privato vede le cose da un punto di vista che non è lo stesso di chi sta dentro il museo.

All’indomani della sua nomina, lei ha dichiarato che esiste un fondo di 7 milioni per la Cappella della Sindone e i Giardini Reali. Saranno subito a sua disposizione?
Sono fondi ministeriali destinati alla valorizzazione del Polo Reale e credo che saranno disponibili a breve. Ma non si esauriranno in questi due interventi; una fetta consistente del finanziamento potrò dedicarla ad altro. Tra gli obiettivi c’è sicuramente un’operazione di rigenerazione del museo di Antichità, una realtà straordinaria del Polo Reale, ma poco conosciuta. Questo è il piano che vorrei imbastire entro la fine dell’anno. Per svilupparlo sarà però necessario ricorrere alle collaborazioni di cui abbiamo parlato. Con i 7 milioni potremo cominciare il percorso, al quale si dovranno aggregare risorse differenti.

Da questo momento lei occupa un ruolo chiave per l’immagine della città. Ne sente la responsabilità?
Sì, sento tutta la responsabilità del compito che ho davanti. E la sento innanzitutto verso i cittadini, che considero i miei primi azionisti. Perché credo che tutti coloro che investono una parte delle loro tasse per la manutenzione del patrimonio artistico abbiano il diritto di accedere a servizi di qualità