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Restauro
09/06/16

Con il restauro di cinque ambienti della Palazzina di Caccia di Stupinigi, Fondazione CRT e Consulta di Torino restituiscono al pubblico una delle parti più preziose e coinvolgenti della Residenza venatoria. Torna in tutta la sua bellezza uno dei vertici dell’architettura piemontese del Settecento.

La Palazzina di Caccia di Stupinigi è sempre una sorpresa. La si può vedere mille volte, e a ogni visita si uscirà con un’impressione inedita, colpiti da un dettaglio che non si era notato o sedotti da una nuova luce, che la straordinaria dimora barocca, inventata nel 1729 da Filippo Juvarra per il regno in ascesa di Casa Savoia, fa emergere dall’infinito catalogo delle sue bellezze.

Questa impressione è ancora più forte quando a Stupinigi si ha la fortuna di vedere restaurate sale da troppo tempo abbandonate all’incuria. È lì che si comprende che intervenire è sempre opportuno, vista l’eccezionale qualità dell’opera; e che la Palazzina merita di tornare integra, per essere offerta all’ammirazione del mondo.

Tutto ciò è quanto suggerisce il restauro dell’Appartamento della Regina, condotto dalla Consulta di Torino e finanziato con fondi della Fondazione CRT, inaugurato il 9 giugno scorso alla presenza di un folto pubblico, tra cui numerose autorità, imprenditori, architetti, storici, restauratori. Durato otto mesi, da ottobre 2015 allo scorso maggio, il meticoloso lavoro restituisce cinque tra gli ambienti più importanti del complesso, che ora si possono di nuovo apprezzare con i colori e la luminosità voluti dallo stesso Juvarra. Dagli zoccoli alle volte tutto è di nuovo perfetto. Dell’imponente opera svolta dai restauratori non si trova traccia, ma proprio questa è la prova del paziente lavoro svolto su affreschi e tele, su porte e boiseries, su tappezzerie e fregi, su cornici e camini. La sensazione è quella di essere immersi in un luogo fuori dal tempo, nel cuore del più raffinato Settecento.

All’interno della Palazzina l’Appartamento ha un’importanza cruciale. Da un lato per la posizione in cui è collocato – nella zona aulica dell’edificio, accanto al Salone juvarriano – dall’altra per i capolavori racchiusi nelle sue stanze, in particolare per gli affreschi sulle volte di Anticamera e Camera da Letto. Inoltre la riapertura, che avviene dopo 13 lunghi anni, permette di ampliare il percorso di visita in modo significativo e proprio nell’area più antica dell’intero complesso, che è anche quella sulla quale sovraintese direttamente Filippo Juvarra.

Per la riqualificazione sono state coinvolte tre ditte di restauro, intervenute sui diversi materiali degli apparati decorativi fissi: il Laboratorio Persano & Radelet ha lavorato su boiseries, cornici e porte; il gruppo di Barbara Rinetti ha preso in carica la pulitura di affreschi e tele; la Tessili Antichi di Viterbo si è occupata delle tappezzerie storiche. Una squadra tecnica di grande sensibilità, che conosce a fondo Stupinigi e le problematiche connesse al suo recupero. A coordinarla tre architetti che oggi sono senz’altro i più profondi conoscitori della Palazzina Mauriziana, Maurizio Momo, Chiara Momo e Mario Verdun di Cantogno, e una storica dell’arte Angela Griseri, che hanno firmato progettazione e direzione lavori. La residenza è un leit-motiv che da sempre accompagna le loro vite professionali e in fondo, quasi trecento anni dopo, sono proprio loro gli ultimi custodi del pensiero juvarriano.

Il cantiere è stato un grande lavoro corale, fatto di analisi, confronti e decisioni, mai facili e sempre da condividere. Decisiva, in questo senso, si è rivelata la supervisione tecnico-scientifica della Soprintendenza alle Belle Arti e al Paesaggio di Torino e Provincia. Il risultato ottenuto conferma che la chiave della riuscita è proprio nell’accordo di questa pluralità di voci. Una pluralità che è poi la cifra stessa della Consulta di Torino, che nella collaborazione tra aziende ha la sua ragion d’essere e conosce bene il valore dell’agire di concerto, come ha ricordato la sua Presidente Adriana Acutis.

Non è facile segnalare i punti qualificanti dell’intervento: ogni minimo partito è stato affrontato con scrupolo e ciò che risalta, alla fine, è l’armonia dell’insieme. Ciò premesso, proviamo a indicare i “fuochi” su cui sono orchestrate le sale.

Nell’Anticamera lo sguardo va subito al soffitto: Il Sacrificio di Ifigenia, dipinto nel 1733 da Giovanni Battista Crosato, colpisce per le sue cromie ora di nuovo vibranti. Sulle pareti non possono sfuggire le cornici a tralci di edera dorata su sfondo di vetro blu, create dal Bonzanigo tra il 1784 e il 1789; non erano in buono stato di conservazione e sono state interamente recuperate. Attenzione speciale va riservata infine alla tappezzeria settecentesca: pareva impossibile da riproporre e invece, con grande cura, è stata tutta ripresa.

La Camera da Letto era quella che versava in condizioni peggiori, rovinata da copiose infiltrazioni d’acqua. Anche qui è la volta ad imporsi: la mano è del francese Van Loo, il tema Il Riposo di Diana, l’anno il 1733; la pulitura ha ridato leggerezza e trasparenza ai soggetti, riscoprendo la calda luce del sole che illumina la scena. La tappezzeria, in questo caso novecentesca, è stata anch’essa salvata e riproposta, dopo un impegnativo intervento.

Ancora il soffitto è l’elemento-chiave nel Gabinetto di Toeletta: un trionfo di grottesche esotiche e fantastiche eseguite da Giovan Francesco Fariano, vero specialista del genere e autore di analoghi decori su altre porte e boiseries. Pessimo lo stato di conservazione iniziale, sul quale si è intervenuti riportando a perfetta dignità la decorazione.

A chiudere la serie di ambienti la Piccola Galleria e un Salotto. La forte regia di Juvarra – esplicita in tutto l’Appartamento – torna ancora una volta in modo netto: nel breve cannocchiale prospettico sono stati ritrovati gli stessi colori del Salone, si scopre la stessa straordinaria relazione che si instaura tra l’architettura e la luce. A distanza di secoli, l’opera del geniale progettista continua a parlarci.