In prestito da Roma il San Giovanni Battista, grazie al sostegno di Consulta e Reale Mutua.

L’evento è unico, ma porta con sè tante implicazioni. L’arrivo a Torino del San Giovanni Battista di Caravaggio non offre solo l’occasione preziosa di ammirare fuori sede un capolavoro del maestro barocco, ma vuole proporre nello stesso tempo un’ampia serie di suggestioni e riflessioni. 

Nata da un accordo tra i Musei Reali di Torino e le Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma (uno scambio “parallelo” di opere, che ha condotto nella capitale la splendida Passione di Cristo di Hans Memling), la mostra “Caravaggio ai Musei Reali di Torino”, ha tutte le carte in regola per affascinare il grande pubblico.

Inaugurata il 25 febbraio presso la Galleria Sabauda, dove resterà sino al 30 maggio, l’esposizione propone, come prima chiave di lettura, un dialogo emozionante: quello tra l’opera di Caravaggio – eseguita con il suo tipico approccio diretto e sensuale – e le tele dei pittori caravaggeschi della collezione torinese, acquistate a inizio Seicento dai duchi di Savoia. Una costellazione di grandi artisti (tra cui spiccano i lavori di Antiveduto Gramatica, di Matthias Stomer e la celebre Annunciazione di Orazio Gentileschi) che evidenzia l’influenza profonda verso la nuova visione della natura introdotta da Michelangelo Merisi.
Ma oltre al gioco dei rimandi, c’è naturalmente il piacere assoluto di osservare da vicino un’opera che “ci permette di entrare nella pelle della pittura”, e che, nel volto del santo adolescente, ci fa apprezzare il magico passare dal buio alla luce, che resta forse la seduzione maggiore dell’arte di Caravaggio.

Insieme all’allestimento, la Consulta ha curato anche il piano di comunicazione della mostra, che in questi mesi si svilupperà attraverso una campagna di affissioni in città e nelle stazioni della metropolitana, annunci su riviste e quotidiani, banner sui principali siti di informazione.

Intervista con Don Gianluca Popolla, Direttore del Centro Culturale Diocesano di Susa e coordinatore del progetto “La Sindone tra le Alpi”

Che la storia della cultura occidentale sia inseparabile dalla storia religiosa e spirituale è cosa nota: l’intera arte europea non esisterebbe senza queste coordinate. Altro discorso però è trovare un linguaggio per spiegarlo, questo intreccio, trasformandolo in materia piacevole e alla portata di tutti. Don Gianluca Popolla, Direttore del Centro Culturale Diocesano di Susa e Incaricato Regionale dei Beni Culturali Ecclesiastici di Piemonte e Valle d’Aosta, da anni lavora a questa sfida. Che si può vincere impostando strategie nuove: “Attraverso i musei e il nostro patrimonio culturale – dice – dobbiamo tentare un approccio diverso, stimolando la curiosità delle persone affinché si pongano delle domande. Per far questo cerchiamo di “impressionarle” con un linguaggio contemporaneo, intercettando i loro interessi e cominciando a incontrarle là dove si trovano”. 

Don Popolla, partiamo dalla Sindo Half Marathon, che con 600 iscritti ha riscosso un ottimo successo. Se lo aspettava? 

Sinceramente sì, perché sono sempre di più le persone che uniscono l’interesse per il benessere psicofisico alla curiosità per il territorio in cui vivono. Noi abbiamo solo cercato di “impastare” questi ingredienti per promuovere il progetto. 

Con quale spirito è nata questa manifestazione e qual era il significato che intendeva trasmettere? 

La Sindo Half Marathon è nata con l’obiettivo di far conoscere al più alto numero di persone il nostro patrimonio storico-artistico, attraverso strumenti familiari e vicini alla loro sensibilità. Abbiamo cercato di stimolare l’esercizio di corpo e mente per accompagnare ciascuno ad accorgersi, camminando, della bellezza del territorio e delle testimonianze artistiche che esso ospita. Potremmo quasi parlare di una sorta di “wellness dello spirito”. Alla fine direi che ci siamo riusciti: basti pensare che la maggioranza dei partecipanti non solo non era mai entrata nella Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso, ma neppure nel Duomo di Torino e nella Cappella del Guarini. 

Pensate di riproporla, o di proporre un’esperienza analoga? 

Considerato l’interesse suscitato dall’esperienza, vorremmo provare a utilizzarla per questo e altri percorsi. 

La mezza maratona si inserisce nel più vasto progetto “La Sindone tra le Alpi”, che propone una serie di itinerari sindonici tra la Francia e la Val di Susa. Lanciata qualche anno fa, come sta funzionando questa formula e come può essere ulteriormente sviluppata e potenziata? 

“La Sindone tra le Alpi” intende valorizzare tre dimensioni: il cammino lungo i sentieri percorsi dalla Sindone, l’arte che tali transiti hanno prodotto nel tempo, la misericordia come valore da coltivare da parte di ogni uomo. Questi tre elementi hanno una potenza narrativa universale e attuale, perché vanno oltre il tempo, la società e la fede religiosa che li hanno organizzati in un dato periodo. 

Che ruolo gioca in questo piano di comunicazione il Centro Culturale Diocesano di Susa che lei dirige? 

La Cultura ha un’indubbia importanza sociale e un altrettanto grande significato economico. Consapevole di questo, il Centro Culturale Diocesano di Susa mette a disposizione la professionalità dei suoi collaboratori per elaborare progetti che uniscano i due livelli. Siamo in contatto costante con i nostri web-maker e con i tour operator che propongono gli itinerari sindonici, e per raccontarli utilizziamo anche strumenti nuovi come i beacon, che consentono le aperture automatizzate di alcune cappelle. Inoltre il Centro Culturale è in contatto con istituti scolastici, con enti di assistenza e con le Caritas per promuovere progetti di integrazione sociale mediante l’arte. 

Sono ormai molti anni che il tema del cammino spirituale ha un proprio vasto pubblico. Lei crede che esistano i presupposti per introdurre quel modello anche sulla Via Francigena della Valle di Susa? 

Il turismo slow e green è ovunque in costante aumento e dopo anni di intenso lavoro finalmente la Valle di Susa e Torino sono riconosciuti a livello europeo come itinerario francigeno: ogni anno sono numerosissime le persone che attraversano a piedi le nostre strade.  

Quali sono i punti cruciali su cui intervenire, visti da chi, come lei, ha responsabilità dirette nella gestione del patrimonio culturale? 

A questo punto è necessario rendere maggiormente fruibili i nostri siti storico-artistici, sensibilizzare gli operatori culturali e ricettivi a un’accoglienza consapevole (che vuol dire informata del proprio territorio), potenziare la comunicazione digitale. 

“La Sindone tra le Alpi” è un progetto sviluppato grazie alla collaborazione del Centro Diocesano con la Consulta di Torino. Come si è svolto il lavoro in comune e con quali risultati? 

Il partenariato tra Centro Diocesano e Consulta Torino può senz’altro essere portato ad esempio: il confronto e il dialogo non sono mai mancati nelle diverse fasi del lavoro. Il progetto che abbiamo condiviso credo sia la dimostrazione che Torino e la montagna possono lavorare insieme: ciascuno di noi ha condiviso le proprie competenze e conoscenze e le ha messe a disposizione dell’altro. Una vera partnership, che è andata oltre la dimensione puramente economica.

Il Progetto Didattico della Consulta ha visto un gruppo di 25 studenti lavorare sul progetto site responsive dell’artista.

Il Progetto Didattico di Consulta è ormai una tradizione, ma non ha una formula fissa: ogni anno, infatti, viene adattato alla situazione più interessante, quella cioè che meglio può fare squadra con altre istituzioni ed essere più utile ai ragazzi che vi partecipano. In questo senso, l’edizione 2019 si è rivelata esemplare per complessità ed efficacia: rivolto a un selezionato gruppo di 25 allievi dell’Accademia Albertina, il Progetto ha coinvolto un’importante artista anglo-turca, la fotografa Güler Ates, docente alla Royal Academy of School di Londra, invitata dalla Fondazione Torino Musei a elaborare un progetto site responsive per il MAO, il Museo di Arte Orientale di Torino, nell’ambito dell’Art Site Fest 2019. 

È nata così la mostra intitolata “Shoreless”, una serie di affascinanti fotografie realizzate da Güler Ates e ambientate negli spazi del Museo torinese: immagini scattate durante i viaggi dell’artista –  molte in India, altre in Europa, Sud America, Medio Oriente – e quelle eseguite in Piemonte nel giugno di quest’anno, nell’evocativa cornice delle residenze reali. Immagini di grande bellezza formale, che riprendono performance tra danza e teatro: protagoniste di ogni inquadratura sono misteriose figure velate, metafisiche presenze che alludono al dialogo tra culture di Oriente e Occidente, tema che è alla base della poetica dell’artista. Grazie al sostegno di Consulta la mostra – che si può visitare fino al 6 gennaio 2020 – è anche documentata da un elegante catalogo, esito finale di una collaborazione trasversale tra didattica, arte, istituzioni.   

Coordinati dalla professoressa Laura Valle, docente di pittura dell’Accademia, e da Maria Cristina Lisbona per Consulta, gli studenti hanno perciò vissuto “un workshop importante in termini artistici e formativi”. Accade raramente di poter condividere il lavoro sul campo con un maestro di fama internazionale; ma quando capita i ragazzi ne escono entusiasti: “Güler – hanno scritto – si è posta al nostro livello. Non ci ha considerato allievi, ma artisti suoi pari, condividendo con noi i segreti del mestiere nel campo dell’arte con umiltà e franchezza”. L’insegnamento più alto, quello che non dimenticheranno mai.

Parte da Palazzo Madama un progetto dalla forte impronta tecnologica che valorizzerà i percorsi di visita delle collezioni museali. Un format che potrebbe estendersi anche agli altri Musei Civici.

La parola d’ordine è coinvolgere. Sentinelle infallibili di quanto profondamente stiano cambiando i modi di apprendere e amare la cultura, i musei sanno bene che oggi una missione prioritaria è quella di comunicare in maniera semplice ed efficace con il pubblico, introducendolo non solo a una visita, ma dentro un’esperienza. Sono chiamati perciò a sperimentare linguaggi accattivanti e strumenti attuali, che sappiano inserire le opere del patrimonio culturale in un contesto stimolante, ricco di relazioni con il visitatore.
Parte da queste premesse un nuovo progetto elaborato dalla Consulta di Torino e dall’Associazione Amici della Fondazione Torino Musei, pensato inizialmente per rinnovare gli itinerari di visita di Palazzo Madama. Per modernizzare cioè tutto quel cruciale apparato didattico costituito da didascalie, testi e informazioni che rappresenta la “voce” con cui il Museo parla ai suoi ospiti che, dopo averne varcata la soglia, si attendono un incontro non banale con l’arte e la cultura.
Ma di che cosa si tratta concretamente? L’idea di base è quella di costruire una piattaforma digitale che, attraverso la tecnologia beacon e l’uso dello smartphone, permetta di interagire facilmente con ambienti e opere del museo, ponendo ogni visitatore al centro di un’esperienza multi-sensoriale. Una nuova dimensione che, come spiegano le linee generali del progetto “scardina il concetto di museo inteso quale spazio espositivo ed informativo, e lo inserisce in un sistema di comunicazione multilayer che lo rende accessibile in modi e tempi diversi (prima, durante e dopo la visita) e che perciò lo ricontestualizza. Proprio in questo senso, diventa importante creare effetti in grado di stimolare la curiosità, di sorprendere e di emozionare”.
Elementi di riferimento di questo inedito sistema potrebbero essere dei totem multimediali che, distribuiti in punti strategici del percorso, accompagnerebbero il visitatore nella conoscenza di vari aspetti dell’istituzione: la storia del museo, oppure le collezioni permanenti o, ancora, gli allestimenti temporanei. Una scelta che ciascuno potrà fare prima di cominciare il tour, a seconda dell’itinerario e del livello di approfondimento desiderato. L’obiettivo è quello di condurre il visitatore – italiano o straniero – lungo un percorso guidato, al termine del quale avrà ricevuto tutte le informazioni necessarie alla comprensione del museo. Affidato alle competenze tecniche di Reply, azienda socia di Consulta leader italiana nel settore del system integration e delle applicazioni di digital services, il progetto potrebbe, dopo Palazzo Madama, allargarsi in futuro alle esigenze degli altri Musei Civici torinesi, secondo un coerente piano di comunicazione territoriale.

Le “Visioni Reali” di 24 studenti dello IED di Torino, che hanno elaborato le loro tesi in collaborazione con i Musei Reali e il sostegno di Consulta.

Prendete un gruppo di giovani creativi alla fine della loro formazione scolastica presso lo IED, un’istituzione culturale come i Musei Reali – quasi un piccolo mondo per l’ampiezza dell’offerta e la vastità dei luoghi – e un’associazione attenta ai progetti didattici come la Consulta di Torino: il risultato di questa collaborazione avrà in sé la freschezza dello sguardo, la bellezza dell’arte, la passione per la cultura. E di certo non lascerà indifferenti.
Sono proprio questi gli ingredienti di un inedito e interessante progetto che ha avuto per protagonisti 14 studenti del corso triennale di fotografia e 10 del corso triennale di illustrazione dello IED di Torino, impegnati a costruire le loro tesi finali, coordinati dalle insegnanti Bruna Biamino (fotografia) e Sara Maragotto (illustrazione). Ne sono usciti, sotto il titolo a chiave de “Visioni Reali”, una piccola mostra (ospitata presso i Musei Reali dal 6 dicembre al 27 gennaio) e un libro riccamente illustrato, che documentano il lavoro intelligente, e talvolta imprevedibile, svolto da questo gruppo di talenti. Il tema, proposto dalla direttrice dei Musei Enrica Pagella, è stato un “percorso attraverso gli spazi, le collezioni, le persone”, e le interpretazioni non hanno deluso le aspettative: musei e collezioni sono stati colti da occhi curiosi, divertiti, alla ricerca di particolari inaspettati o fuori dagli schemi. “Abbiamo voluto proporre agli studenti – dice la Direttrice dello IED Paola Zini – un tema non semplice, dal fascino arcaico, con il preciso intento di farli lavorare con oggetti, volti, luoghi, atmosfere del passato per raccontare una delle icone culturali del nostro territorio, certi del fatto che il futuro si costruisca anche attraverso una profonda e consapevole lettura del passato”. Una visione, per restare al titolo con cui il progetto si presenta al pubblico, che si integra con quella della Presidente della Consulta Adriana Acutis: “Ambientata in uno dei musei più importanti d’Europa, questa iniziativa mette insieme formazione, tradizione e creatività e indirizza la creatività in un contesto pratico in grado di generare professionalità qualificate per il futuro. La Consulta, impegnata dal 1987 a riportare la forza dell’eredità culturale alla base della creatività e dell’innovazione del territorio, è felice di partecipare a un progetto che rientra pienamente nelle proprie strategie.”

Un’avventura lunga dieci anni: totalizzante come possono essere le prove più impegnative, ma capace anche di ripagare in modo assoluto quando la sfida è vinta. Marina Feroggio, l’architetto che ha diretto i lavori di restauro della Cappella della Sindone, cominciò a seguire il cantiere guariniano nel 2009, anno in cui, appena entrata in Soprintendenza, affiancò l’architetto Mirella Macèra nella gestione del progetto di recupero, mentre il raggruppamento di professionisti costituito dai professori Giorgio Macchi e Paolo Napoli, insieme all’arch. Walter Ceretto e agli ingegneri Stefano Macchi e Giancarlo Gonnet dirigeva i lavori di riabilitazione delle strutture. Il suo approccio al restauro è stato da conservatorista, e quindi di rigoroso rispetto verso la materia e la storia. Qui ci illustra alcuni tra i passaggi più delicati della grande opera.

Primo punto di svolta nel restauro della Cappella della Sindone è stato l’annuncio, dato dagli strutturisti, che la cupola non correva più il rischio di crollare e poteva tornare a reggersi da sola.

Capire la struttura è stato fondamentale. Per riuscirci sono state avviate moltissime indagini chimiche, fisiche e meccaniche, fino a comprendere come funzionava: la parte muraria e quella lapidea si aiutavano reciprocamente. La parte lapidea, quindi, non era solo un rivestimento. Questa scoperta poneva un problema collaterale: se la struttura era un unicum risultava quasi obbligatorio ricostruire tutto. Fu in quella fase che intervenne con forza l’architetto Macera, che come funzionario della Soprintendenza ribadì che la linea del restauro era orientata a non sostituire, o comunque a sostituire il meno possibile. La soluzione fu definire delle linee lungo la cupola, attraverso cui far passare le forze: soltanto gli elementi che ricadevano nell’ambito di queste direttrici sarebbero stati sostituiti. Ed è così che la cappella è stata scomposta in elementi costitutivi, utilizzando il concio come elemento ordinatore: si tratta dei materiali lapidei che costituiscono l’intera struttura, quasi come se fossero le tessere di un lego. Su 5450 conci individuati (con grande varietà di misure, dai 4 metri di altezza ai 20 centimetri) 1420 sono stati sostituiti e rifatti ex novo, rispettando scrupolosamente le dimensioni previste da Guarini. 

Quasi la ricostruzione di un grande mosaico, un lavoro invisibile agli occhi di chi guarda…

Ora è stato tutto raccordato, perché l’immagine doveva essere restituita nel suo complesso. Ma naturalmente ci sono precisi elementi realizzati con marmi nuovi, per i quali si è persino riaperta una cava. E questa è stata un’altra sfida.

Anche perché quando la cava originale venne riaperta si scoprì che il filone era esaurito…

La cava originale di Frabosa Soprana era in disuso già nel Settecento poiché venne interessata da una frana quando era ormai in via di esaurimento. Ai tempi di Guarini approvvigionava marmo nero, bigio e verzino, qualità che si ottenevano a seconda della profondità di stratificazione. Riaprirla però non risultò un’operazione fattibile. Allora è stata individuata un’altra cava, poco distante dalla prima e a cielo aperto, dunque più facile da gestire. Ha funzionato esclusivamente per il cantiere della Cappella: è stata aperta per ottenere la quantità strettamente necessaria al cantiere di restauro. Da lì sono stati cavati 27 blocchi di marmo, con le stesse caratteristiche dei marmi storici. E proprio con quel materiale abbiamo ricostruito ad esempio tutto l’arco sghembo che si affaccia sul Duomo. Un elemento dalla valenza particolare non solo per la posizione, ma perché studiato da Guarini e non ereditato dal progetto di Bernardino Quadri. 

Ma nel corso di quest’anno quali momenti hanno segnato le tappe verso la riapertura?

Credo che la svolta decisiva degli ultimi mesi sia avvenuta quando abbiamo cominciato lo smontaggio del castello di puntellazione, in primavera. È stato il momento che ha segnato il countdown verso la riapertura, e anche il primo in cui ho potuto vedere il cantiere nell’insieme. Bisogna pensare che tutto il lavoro è stato diretto avendo ogni 2 metri un piano di ponteggio che non permetteva una visione complessiva: è stato un momento di emozione e di verifica del lavoro.

Per i problemi posti e le soluzioni adottate il cantiere della Cappella della Sindone farà scuola. Che cosa ha significato dirigerlo senza avere dei precedenti sui quali orientarsi?

L’elemento fondamentale è stato il cosiddetto cantiere della conoscenza, perché sulla Cappella esistevano moltissime notizie e fonti bibliografiche relative all’architettura, ma nessun documento sulla struttura. Ecco, ritengo che il tratto distintivo di questo cantiere sia stato proprio quello di non avere basi, nessuna descrizione della fabbrica, niente di ciò che nel linguaggio odierno potremmo definire una “relazione tecnica”. Per questo il cantiere della conoscenza non si è mai chiuso, ma è proseguito parallelamente allo sviluppo dei lavori e alla sperimentazione fino alle fasi finali. 

Nel caso del Cupolino, invece, proprio la documentazione ha messo in luce qualche novità.

Il documento che lo riguarda si riferisce al pagamento del pittore Cortella, che affrescò la volta con i cherubini e le nuvole. Ma il dato più significativo che emerge da questa fonte storica è che viene citato padre Guarino Guarini, e ciò fa capire che l’autore vide la sua opera finita. Un fatto che si non era affatto scontato perché Guarini morì nel 1683, e la Cappella venne inaugurata nel 1694, 11 anni dopo. E invece nel documento, che parla di un affresco realizzato quando l’opera era ormai conclusa, si dice che questo dipinto venne eseguito proprio sotto le direttive di Guarino Guarini. 

Secondo lei quale era un tempo e qual è oggi la funzione di questo piccolo ambiente?

Doveva trattarsi di una vera e propria “camera di luce” sommitale, forata alla base da dodici aperture ovali che davano origine a una zona immateriale posta a fondale della stella-sole lapidea in cui convergeva il canestro di archi del cestello e al cui centro spiccava la colomba dello Spirito Santo. In un fantastico gioco di raggi di luce che si può ammirare anche adesso, in particolari momenti della giornata: linee disegnate molto nettamente, intrecci luminosi che si inseriscono in un’architettura dagli incredibili effetti prospettici.

Riaperta a fine settembre, dopo un restauro senza precedenti, la straordinaria architettura di Guarini può di nuovo essere annoverata tra le meraviglie di Torino. Nei prossimi mesi verrà definito il progetto di recupero dell’altare di Antonio Bertola, che vedrà la partecipazione della Consulta. 

È stata una festa corale, perché certi beni appartengono a tutti, sono parte di un sentimento collettivo. La riapertura ufficiale della Cappella della Sindone, celebrata lo scorso 27 settembre, ha rimarginato quella che per oltre 20 anni è stata una dolorosa ferita nel tessuto architettonico e culturale di Torino. E lo ha fatto nel modo più degno: con un restauro ambizioso e senza paragoni, che ha richiesto al gruppo dei progettisti capacità di visione, creatività, sovente l’attitudine a rimettere in gioco certezze acquisite. Il risultato è magnifico, e compensa ampiamente dei lunghi anni di attesa: le vertiginose prospettive ideate da Guarino Guarini catturano lo sguardo verso altezze che sembrano infinite, attirandolo fino al luminoso cupolino dove, sotto una raggiera dorata, si libra immobile la colomba dello Spirito Santo. L’impressione è che tutti gli elementi della Cappella siano ora più collegati tra loro: ogni tassello risplende di una luce propria e però, nello stesso tempo, entra in dialogo con gli altri. E il cupolino, che rappresenta il contributo dato dalla Consulta alla grandiosa opera di recupero, assume la forza inedita di un punto di fuga attraverso il quale tutto viene generato.
Unico tassello mancante, in un contesto di ritrovata bellezza, l’altare centrale che Antonio Bertola realizzò circa dieci anni dopo la scomparsa di Guarini, che appare fermo al tempo dell’incendio. “La scelta di restituire la Cappella al pubblico con una parte da restaurare è stata dettata unicamente da ragioni temporali e tecniche – dice l’architetto Marina Feroggio, direttore del cantiere –, le grandi impalcature del cantiere non hanno consentito di anticipare l’intervento, ma il restauro dell’altare sarà presto affrontato. E dal cronoprogramma che stiamo predisponendo, l’obiettivo è di concludere i lavori entro l’anno venturo. Seguiremo le stesse linee che ci hanno guidato nel restauro appena concluso, rispettando anche in questo caso al massimo grado il monumento”. Parte dei fondi sono già disponibili: si tratta di circa 100mila euro raccolti dalla Fondazione LaStampa-Specchio dei Tempi nel 1997, all’indomani del disastro. La Consulta di Torino parteciperà con funzioni di gestione tecnica e coordinamento.

L’opera di san Giuseppe Cottolengo compie 190 anni. Per festeggiarli a Torino è stata allestita, con il sostegno della Consulta, una mostra di opere d’arte realizzate dagli ospiti della Piccola Casa.

Come fa bene, ogni tanto, cambiare punto di vista. Mettersi nei panni degli altri, così da rivedere le proprie convinzioni, il proprio modo di guardare il mondo. Di vederlo, per l’appunto, con gli occhi di qualcun altro, e magari molto differente da noi: per età, condizione sociale, esperienze esistenziali.
È proprio questa la bella ed emozionante lezione che ha offerto da una piccola e preziosa mostra intitolata “Con i miei occhi – opere che raccontano diversamente la vita”, che tra il 14 e il 25 novembre è stata ospitata presso la Sala Mostre del Palazzo della Regione Piemonte, in piazza Castello a Torino. Una di quelle mostre che non si vedono spesso, ed è un peccato: opere di pittura, scultura, fotografia, poesia (persino alcuni filmati) provenienti dalle case cottolenghine di tutta Italia. Lavori che sono il frutto dell’ispirazione e della fantasia dei bambini, delle persone con disabilità e degli anziani che presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza, l’istituzione fondata 190 anni fa da San Giuseppe Cottolengo, trovano l’accoglienza e il calore di una autentica famiglia. 

È difficile etichettarli, questi frammenti colorati e poetici, ma il segno che lasciano è quello delle forti emozioni, talvolta della commozione. Ogni tipo di mediazione culturale qui deve cedere il passo a uno sguardo interiore e all’ammirazione per l’unicità di ogni natura umana. “Questa mostra ci fa capire – ha sottolineato all’apertura il Padre Generale della Piccola Casa don Carmine Arice – che cosa capita quando si riconosce la dignità dell’altro: è un seme gettato che fa fiorire tutte le potenzialità possibili. Attraverso questi disegni e questi colori traspare come la nostra Casa diventi famiglia, si sperimenta ciò che vuol dire un cuore che fiorisce”.
Sostenuta dalla Consulta di Torino (che ha voluto partecipare al 190° della fondazione dell’opera del Cottolengo, momento significativo della vita della città), l’esposizione è stata ordinata dallo studio degli architetti Maurizio e Chiara Momo che l’hanno allestita su strutture mobili che consentiranno di farla viaggiare per essere riproposta in molti altri luoghi.

Multimedialità di nuova generazione per le visite a Palazzo Madama

È un progetto che potrebbe fare scuola. La Consulta di Torino e l’Associazione “Amici della Fondazione Torino Musei” stanno lavorando insieme a un’innovativa tecnologia multimediale che rinnoverà radicalmente i percorsi di visita di Palazzo Madama. In breve, si tratta di un aggiornamento delle tradizionali audioguide, ripensate però alla luce delle straordinarie possibilità offerte dai dispositivi digitali. Grazie a una serie di totem multimediali, che verranno strategicamente disposti lungo le sale, e alla tecnologia “Beacon” le opere e i luoghi del museo comunicheranno direttamente con gli smartphone dei visitatori, che riceveranno in tempo reale notifiche con approfondimenti e curiosità relativi a ciò che hanno di fronte. Una nuova concezione di visita guidata, quindi, che potrà essere personalizzata a seconda di tematiche o interessi specifici. Condotto attraverso un itinerario ragionato, al termine della visita il pubblico avrà ricevuto – in modo chiaro, semplice e diretto – tutte le informazioni necessarie alla comprensione del museo. Il progetto, attualmente in fase di approfondimento, è sostenuto dalle competenze tecniche di Reply, azienda socia di Consulta che è leader italiana nel settore del system integration e delle applicazioni di digital services.

Successo del Progetto didattico 2018, aperto agli studenti delle scuole superiori del territorio torinese e organizzato in collaborazione con Palazzo Madama. Per i 16 vincitori l’esperienza formativa della Summer School presso il museo.

Nove scuole superiori (tra cui Licei Artistici, Scientifici e Linguistici e Istituti tecnici per il turismo), dodici classi, un totale di 270 ragazzi tra i 15 e i 17 anni. I numeri confermano che la formula del Progetto didattico che la Consulta di Torino propone ormai da tre anni in collaborazione con Palazzo Madama, piace e stimola la creatività. Come ricorda il titolo la sfida del concorso “Raccontami Palazzo Madama” resta quella di reinventare in modo originale – attraverso un particolare o un episodio significativo – la storia di questa residenza-museo, che è una sorta di grande palinsesto su cui la città ha scritto le sue pagine di secolo in secolo.

Quest’anno il primo premio è andato al gruppo “Pro Arte Maiorum” del Liceo-Istituto Maria Immacolata di Pinerolo che con “Caccia all’opera” si è ispirato a un periodo difficile della storia del Museo torinese, ossia quando, durante la seconda Guerra Mondiale, migliaia di opere furono sistemate in rifugi sicuri fuori città. Al secondo posto il gruppo “Le Madame Reali” del Liceo Artistico Cottini di Torino, che ha ideato una guida museale per i bambini intitolata “Caccia all’arte”. Terzi, a pari merito, l’audio-racconto “Maledizione a Palazzo Acaia”, del gruppo “I racconta storie” dell’Istituto Bosso-Monti, e il progetto “Reale o Irreale” del gruppo “Gli Alpha” del Liceo Artistico Passoni. Oltre ai primi tre posti, che definivano l’elenco dei vincitori, la giuria ha poi voluto assegnare una menzione speciale a due progetti: “Artist’s Book” ideato dagli studenti della III C del Liceo Cottini, e “Note al Museo” realizzato da un gruppo dell’Istituto Carlo Ignazio Giulio. Come d’abitudine, la cerimonia di premiazione si è svolta nella gremitissima sala incontri di Palazzo Madama. Accompagnati dai loro docenti, i giovani sono stati accolti e premiati dai vertici delle istituzioni museali e cittadine.

I 16 vincitori sono stati premiati con la partecipazione alla Summer School presso il museo, uno stage di dieci giorni (dall’11 al 22 giugno) finanziato dalla Consulta che ha rappresenta il primo affaccio dei giovani sul mondo del lavoro. La Summer School è infatti concepita come un autentico percorso di alternanza scuola-lavoro e assegna un totale di 75 crediti formativi.

Il tirocinio, che ha portato i ragazzi a contatto quotidiano con il lavoro di una grande istituzione culturale, si è concluso con la progettazione e la realizzazione di una piccola mostra, allestita con materiali delle collezioni museali. Singolari protagonisti di quest’anno i timbri, le matrici e gli stampi antichi: ordinati nell’esposizione intitolata “Lasciare il Segno”, si potranno ammirare sino al 17 settembre prossimo.